
Gli scacchi non soltanto come gioco, ma come costruzione di possibilità. Su Marcel Duchamp e le molte vie del Dada
Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 1887 – Neuilly-sur-Seine,1968) è stato il più geniale artista dell’avanguardia storica del Novecento. Ha scritto: “Sono nato Dada. Bambino provocatore, mio padre, ottimista per carattere, profetizzava: Cambierà”. E poi ancora: “Gli scacchi sono uno sport violento che comporta connotazioni artistiche negli schemi geometrici e nelle variazioni della disposizione dei pezzi, così come nelle combinazioni, nella tattica, nella strategia e nella posizione”. Ed ecco l’epitaffio sulla sua tomba: “Dopotutto, sono sempre gli altri che muoiono”.
L’arte, dopo aver costruito per secoli la propria rispettabilità attraverso accademie e musei, deve continuare a comportarsi come una signora beneducata che entra in salotto chiedendo permesso? Dada è entrato senza bussare. E forse proprio per questo continua a interessarci. Non perché abbia fornito una nuova ricetta dell’arte, ma perché ha messo in dubbio l’idea stessa che l’arte debba avere una ricetta.

È di Marcel Duchamp la domanda: è ancora necessario dipingere per essere artisti? Una domanda insolente. E le domande insolenti sono spesso quelle che durano più a lungo delle risposte rispettabili. Duchamp introdusse il dubbio là dove l’arte pretendeva di avere certezze. Che cosa è un’opera? Chi stabilisce che cosa sia arte?
Costruzione di possibilità
A questo punto entrano in gioco gli scacchi, dei quali Duchamp fu campione conclamato. Duchamp considerava gli scacchi una forma di pensiero puro. Arrivò persino ad abbandonare quasi del tutto la produzione artistica, convinto che una partita avesse la stessa eleganza di un’opera d’arte. Ogni mossa era un’ipotesi mentale, una sfida all’abitudine, proprio come i suoi ready-made. Amava gli scacchi non soltanto come gioco, ma come costruzione di possibilità, come disciplina nella quale la libertà nasce paradossalmente dall’obbedienza alle regole.

È quasi una definizione Dada: ordine apparente, anarchia all’interno. Perché la scacchiera è un sistema perfetto. Le regole del gioco sono precise. I pezzi hanno movimenti stabiliti. Eppure, dentro quell’ordine nasce continuamente l’imprevedibile. Gli scacchi diventano così una pittura senza tela. Ogni mossa è una pennellata. Ogni combinazione è una composizione. Ogni sacrificio è una cancellatura. Ogni errore è una possibilità. Duchamp non aveva bisogno di gridare contro l’arte. Gli bastò sedersi davanti a una scacchiera.
Nel 1942, ormai stabilito a New York, Duchamp tornò alla sua carriera di artista. Nel 1943 disegnò una scacchiera tascabile, che nel 1944 concretizzò nel quadro Scacchiera tascabile con guanto di gomma. Dopo di allora Duchamp si dedicò più solo al gioco per corrispondenza, dove ottenne notevoli soddisfazioni.



