10 Ottobre 2026 19:26

Da Capitolium Art Gallery Giuseppe Uncini racconta Giuseppe Uncini

GIUSEPPE UNCINI, Cementarmato, 1961, cemento e ferro, 121×151 cm
Dal ciclo di mostre che Capitolium Art Gallery (questo il nome del dipartimento cultura della casa d’aste Capitolium Art) sta dedicando alla scultura italiana post war stanno riemergendo figure di artisti di altissimo spessore la cui notorietà presso il grande pubblico non è sempre proporzionale al fondamentale contributo da essi offerto al rinnovamento dell’arte italiana del secondo dopoguerra.

Giovedì 8 ottobre, la presentazione del catalogo della mostra Giuseppe Uncini. Umanesimo e potenza – visibile sino al 15 ottobre nella sede romana di Capitolium Art, in via delle Mantellate 14 – ha offerto l’occasione per fare il punto sulla ricerca di Giuseppe Uncini (1929-2008), scultore di punta della sua generazione, quella degli artisti che, dopo aver attinto agli insegnamenti dei maestri dell’Informale, dall’Informale vollero uscire con determinazione.

Dalle numerose interviste rilasciate da Uncini e dalla sua corrispondenza emerge un vivido racconto dell’ambiente artistico romano colto in un momento di eccezionale fermento culturale: il ventennio anni ’50 – ’60. Per questa ragione la scelta di Enrico Mascelloni e Scarlett Matassi, curatori del volume, di dare voce all’artista pubblicando anche una raccolta di suoi brevi ma incisivi commenti e ricordi regala al lettore il piacere di una fresca rievocazione di un’epoca irripetibile.

La parola a Giuseppe Uncini

Pubblichiamo, con l’autorizzazione di Capitolium Art, alcuni frammenti di quella rievocazione, soffermandoci in particolar modo sulle vicende di uno speciale gruppo di amici: Giuseppe Uncini, Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio.

Giuseppe Uncini all’inizio degli anni ‘60
La Nuova Scuola Romana di Uncini, Schifano, Angeli, Festa, Lo Savio

“Nel ’58 lasciai via Margutta perché avevo trovato un piccolo studio, tutto mio, accanto a Fontana di Trevi; vicinissimo lo trovò anche Mario Schifano e per un paio d’anni abbiamo vissuto quasi insieme, dividendoci speranze e piatti di minestra, ma scambiandoci molto anche sul piano del pensiero, del fare.

Quindi conobbi Lo Savio, che del gruppo sentivo il più vicino, impegnato già in una ricerca rigorosa, poi Festa e Angeli; in sostanza tutti, pur con modi diversi, ci sforzavamo di azzerare l’immagine, fare tabula rasa, si diceva, di superare la palude dell’Informale.

[…] Le prime mostre furono proprio dure, non parliamo poi della reazione del pubblico: sulle opere scrivevano di tutto; c’era un rifiuto abbastanza marcato anche da parte di artisti poco più grandi di noi”.

Da un’intervista di Roberto Pinto
Flash Art, autunno 1990

“[…] Eravamo degli amici più che un gruppo vero e proprio.

Incominciammo a separarci nel 1961, quando ognuno di noi tenne la prima personale. Io la tenni nel giugno di quell’anno alla galleria L’Attico di Roma, presentato da Enrico Crispolti.

La divisione avvenne naturalmente, perché ognuno di noi mirava a sviluppare il proprio linguaggio, a scegliere una propria strada.

Fino al 1961 eravamo ancora amici, compagni di strada. Eravamo poveri, ci offrivamo reciprocamente una minestra, soffrivamo la fame senza darlo a vedere. Io avevo lo studio in via Scavolino, Schifano in piazza Scandenberg, a breve distanza, presso la Fontana di Trevi.

Ci vedevamo quasi tutti i giorni. Pochi di noi avevano seguito degli studi regolari. Angeli aveva fatto il tappezziere, Schifano il mascherino. Festa aveva frequentato l’Istituto d’Arte di via Campoverde, ma nella sezione fotografia. Soltanto Lo Savio aveva fatto il liceo e si era poi iscritto ad architettura. Era un giovane molto preparato e molto serio, ma prendeva tutto con un impegno eccessivo, esasperato, tanto è vero che nel 1963 morì suicida a Marsiglia.

(Nel 1963) Schifano, Angeli, Festa e compagni si lasciarono sedurre dalla Pop Art, mentre io proseguii per la mia strada.

L’America colonizzava l’Europa e l’Italia.”

Da un’intervista di Costanzo Costantini
Il Messaggero, 7 dicembre 1990

Giuseppe Uncini all’inizio degli anni ‘60
Su Mario Schifano

“Lui qualsiasi cosa facesse, gli riusciva bene; era quel che si dice un geniaccio, nel senso migliore del termine. Ma voleva il successo a tutti i costi. Sembrava avere una particolare propensione per il successo, in ogni caso e situazione. Si andava in una sala da ballo e lui individuava subito l’americana da agganciare; si entrava in un salotto e lui adocchiava immediatamente il personaggio che avrebbe potuto essergli utile…era una propensione istintiva. Lui il successo l’ha conseguito, un successo grande e rapido. Io temo, però, che ciò sia avvenuto a scapito di una profondità di sentimenti e di ispirazione che ha deciso in parte di sacrificare in nome del “tutto e subito”.

Da un’intervista di Egidio Fiorin
Colophon, 7 gennaio 2001
1963

Giuseppe Uncini e Mario Schifano: fine di un sodalizio

“(Con Schifano) era più che amicizia. Si trattava di vera e propria convivenza […], di scambio, confronto e condivisione delle aspirazioni artistiche.

Che si protrasse per un lungo periodo e che finì così, all’improvviso, dopo una mostra di Mario.

S’era passata l’estate assieme alle Isole Tremiti, e questo conferma la stretta amicizia che ci univa. Al ritorno io mi fermai a Fabriano: per trascorrere un po’ di tempo con i miei genitori e gli amici di gioventù. Ed anche – detto molto francamente – per riprendermi dai troppo lunghi periodi di dieta cui ero costretto da santa povertà.

Quando a fine estate rientrai a Roma andai subito a visitare la mostra cui Mario aveva lavorato mentre io me ne stavo in campagna. Si trattava della sua prima mostra pop. Io rimasi sbalordito.

Non appena lo vidi gli chiesi cos’avesse mai fatto e lui rispose testualmente “A Be’, e sveijate!”.

Me ne uscii dalla galleria e da allora non ci siamo più incontrati: nemmeno per caso, nemmeno in strada, o al ristorante o in qualsiasi altro posto, mai più”.

Da un’intervista di Egidio Fiorin
Colophon, 7 gennaio 2001

1998 – Giuseppe Uncini al lavoro nello studio di Trevi

Informazioni sul catalogo

GIUSEPPE UNCINI
Umanesimo e potenza

Catalogo a cura di Enrico Mascelloni e Scarlett Matassi
con contributi critici di Enrico Mascelloni e Marzio Uncini
Crediti fotografici di Massimiliano Ruta

La mostra a cui il catalogo si riferisce è curata da Enrico Mascelloni con la collaborazione dell’Archivio Uncini
L’esposizione è ancora in corso e sarà visibile a Roma in via delle Mantellate 14
sino al 15 ottobre nei seguenti orari:
dal lunedì al venerdì
9,00-13,30 /14,30-19,00
Ingresso libero

Info:
[email protected]
+39 06 84017189:
+39 345 0825223

Il volume va richiesto direttamente a Capitolium Art.

Capitolium Art S.r.l.
Via C. Cattaneo, 55
25121 Brescia
Via delle Mantellate 14/B
00165 Roma
Tel +39 030.6723000
Tel +39 06 84017 189
[email protected]
[email protected]
www.capitoliumart.it/com

Un articolo sulla mostra è già stato pubblicato da ArtsLife in data 19/06/2026