
Piazza del Popolo e la Sala delle Pietre, nel vivace centro umbro, ospitano l’articolato progetto espositivo portato da Kwade a cura di Marco Tonelli
“Mi interessa esplorare il punto in cui l’artificiale ha inizio e il naturale termina, dove ciò che esiste di per sé comincia o cessa di essere tale, e in quale momento, come esseri umani, plasmiamo consapevolmente il mondo – oppure se forse, sia il mondo a plasmare noi molto più di quanto noi siamo disposti a riconoscere”. Sono le parole dell’artista Alicja Kwade in mostra a Todi fino al 25 ottobre con una sua scultura nella piazza principale della città, scultura che ha fatto discutere per la sua semplicità lineare, di cui si è criticato il suo essere segno quasi invisibile.
E se fosse invece proprio il conflitto tra l’immagine istantanea e la prolungata esperienza della pietra incombente sul capo di chi si siede sulla sedia di bronzo della scultura a risolvere le controversie sulla sua installazione in piazza dei Popolo a Todi? Se fosse dunque tutta una questione di diversi tempi di fruizione? Il tempo dello scatto di uno smartphone si lega a un destino effimero su cui incombe la dissolvenza in rete, mentre quello dell’esperienza poggia sulla durata. L’immagine digitale, trascendendo la realtà si dissolve, non dura, di contro l’esperienza del contatto con la materia, con la sua immanenza resta, s’afferma, in un certo senso, nella constatazione che la dura pietra dura sospesa nel vuoto.
Sebbene incomba anche su di essa il destino della caduta e dello sgretolamento, la pietra ci accoglie nel suo tempo geologico. Sospesa sulla testa dell’ospite assiso sulla comoda sedia di bronzo, può sembrare che lo minacci, come una spada di Damocle, in realtà lo emancipa dalla coazione a produrre immagini turistiche e sfuggenti. Ecco, perciò come dobbiamo vedere l’installazione di Kwade: non come un monumento che occupa il centro della piazza inquadrando, secondo il punto di vista, la facciata della medievale cattedrale della Santissima Annunziata o il resto degli edifici, anch’essi di pietra, non come struttura impostata artatamente sull’equilibrio tra linee, masse, vuoti e sedia, disposti in un sistema di pesi e contrappesi, ma come un dispositivo aperto alla presenza umana. Solo così, la percezione della scultura cambia.

Il masso diventa massa
L’osservatore entra a far parte di una cognizione del tempo altro e, seduto nella scultura, non la guarda più da fuori, ma la abita, dispone di quell’equilibrio, partecipa al vuoto, diventando parte dell’installazione con il suo peso si fa contrappeso. E qui, usando ancora un gioco di parole, il masso diventa massa allo stesso modo in cui il nostro stare ci fa diventare statue a completamento di un articolato assetto plastico. La scultura in questione s’intitola ParaPosition, è del 2024 e con la sua altezza di cinque metri è pronta a farsi attivare dal pubblico. Per capire il lavoro di questa artista, nata in Polonia quarantasette anni fa e residente a Berlino, bisogna però visitare la sua mostra personale nella Sala delle Pietre.
Non so ora se si tratti di una coincidenza o di un proditorio rimando alla scultura in piazza, ma il nome dello spazio all’interno del Palazzo del Popolo è proprio questo: la Sala delle Pietre. Se le Pietre dell’installazione al centro della piazza alludono alla sospensione del tempo, la grande scultura 88 seconds, al centro della sala, mostra esplicitamente quello che accade a un cerchio di metallo cui viene impresso un moto rotatorio, prima di fermarsi inchiodato a terra dalla gravità. L’articolazione della scultura d’acciaio specchiato è forma del tempo. Della sua dislocazione plastica in tredici metri assaporiamo i bagliori diffusi dalla superficie cromata degli anelli intrecciati in un di fermo – immagine del moto di un oggetto nello spazio.

Non a caso questo è un anello circolare, cioè la stessa forma del quadrante dell’orologio posto in alto, pendente dal soffitto, in una posizione defilata, laterale. Il quadrante di questo orologio gira intorno alle lancette fisse in senso anti – orario. Questa opera si intitola Against Run ed è la risposta umoristica alla sollecitudine richiesta in una performance produttiva, una riposta ironica alla fretta quotidiana. Ogni volta che la lancetta dei secondi gira verso destra l’intero quadrante gira a sinistra mettendo perciò in crisi la visione istantanea e indicativa del tempo. La visione dell’orologio da atto funzionale diventa paradigma dell’arte di Kwade, come dice Tonelli in catalogo: “[…] laddove apre piccole e lievi ferite nella membrana del tempo ordinario, sufficienti però a darci una consapevolezza meno ordinaria e più mentale della struttura stessa del Tempo”.
La danza del tempo
Ed è così quando ci troviamo davanti a A Year (2021) and 235 missing days. Quest’opera mostra il resoconto annuale delle ore segnate dalle lancette di un orologio da polso distribuite come un’aurea decorazione sulla bianca superficie di un grande foglio di cartone. Qui dei numeri segnati a matita sospendono a tratti la danza del tempo, interrompendo la ritmica delle piccole lancette. Sono le ore configurate nella loro numerazione diaria, ovvero il tempo tradotto nel suo codice convenzionale. Le lancette, lievi e preziose come le linee sottili di un’opera di Melotti, sembravano muoversi, sospese nella candida vacuità dello sfondo, vengono bloccate dall’essenza gnomica del numero.

È un po’ come se la leggerezza degli attimi cedesse alla dittatura dell’ora esatta. Questi giorni perduti sembrerebbero essere quelli in cui il tempo misurato è sconfitto da quello vissuto. La mostra, a cura di Marco Tonelli, è stata organizzata dalla Fondazione Beverly Pepper con sede a Todi, luogo dove si trova per giunta anche un parco di opere dell’artista americana che scelse la cittadina umbra come sua residenza elettiva. Tonelli, in questi anni di direzione artistica, ha invitato gli artisti a confrontarsi con il vuoto della piazza principale di Todi proponendo spettacolari decentramenti e inaspettati dialoghi.
In questo caso, però, ha voluto anche avvicinare il pubblico al complesso lavoro di Alicja Kwade presentando un video su tutto il suo percorso artistico. Il pubblico ha perciò potuto comprendere con chiarezza il discorso connettivo dell’artista, discorso che, pertanto, si pone in continuità con la concezione scultorea di Beverly Pepper. Nel catalogo, che accompagna la mostra, è infine possibile seguire il pensiero dell’artista grazie ad un dialogo tra Marco Tonelli e la stessa Kwade.



