24 Ottobre 2026 11:31

Amleto vietato? Ben Duke in prima nazionale al REF di Roma

The Last Hamlet, di Ben Duke
The Last Hamlet, di Ben Duke
Al Romaeuropa Festival l’esilarante performance di Duke che alterna danza, stand-up comedy, teatro e visual art

E se un giorno la rappresentazione di Amleto venisse vietata? Se non si potesse più mettere in scena il classico del teatro inglese per eccellenza? The Last Hamlet, ideato e diretto dall’artista britannico Ben Duke, comincia proprio con questa notizia. Da una vecchia radio sul palco, la voce della regista inglese Katie Mitchell ci parla di Amleto come di un misogino e depresso, e si augura che non venga più messo in scena, perché simbolo di una civiltà decadente e senza speranze: il suo tempo è finito, largo a Ofelia!

Da qui comincia un’esilarante performance che alterna danza, stand-up comedy, teatro e visual art. Ben Duke, legato con delle grosse corde a una scenografia composta da scatole di cartone, geniale macchinario che diverrà ingranaggio narrativo, avanza a fatica verso il microfono al centro del palco per dar voce al celeberrimo monologo “Essere o non essere”. Pausa: “Volevo farlo all’inizio per togliermelo di mezzo!” dice, rivelando il tono dello spettacolo, che in perfetto stile british lavora su un ribaltamento costante dei piani e delle aspettative, generando nel pubblico una continua sorpresa, grande partecipazione, risate e applausi a scena aperta.

Duke/Amleto ripercorre e mescola pezzi della sua infanzia e del suo presente, nel tentativo di ricostruire la propria identità di uomo, oggi, oltre il mito, oltre le dinastie paterne e i secoli di interpretazioni che hanno pesato sulle sue spalle. Al contrario di Adamo, “il primo uomo”, Amleto, nel crepuscolo della sua ultima rappresentazione, si immerge in maniera leggera e profonda nella messa in scena di un ipotetico “ultimo uomo”.

Peluches in scena

Tanti i temi che Duke ci fa percorrere grazie a una coraggiosa costruzione drammaturgica, scenica e immaginifica. I tagli del budget non gli hanno permesso di avere la sua compagnia in scena; si avvale quindi di peluches per raffigurare i personaggi della tragedia. Coinvolge anche il pubblico, al quale chiede di interpretare alcune brevi frasi, “Solo qualche battuta di Shakespeare in inglese!”.

Aprendo i grandi scatoloni alle sue spalle, Duke ci presenta i personaggi: Orazio è un draghetto, Polonio un teddy bear, il padre ormai solo un’urna cineraria, e nella scatola della madre (un’oca) trova per sbaglio anche un serpente, lo zio Claudio, che subito lancia lontano.

Dopo questa atipica presentazione del cast e qualche momento di interazione con il pubblico, il gioco cambia: uno spettatore seduto in platea viene chiamato sul palco. Subito dopo appare, affacciata in una delle scatole della parete, una ragazza del noleggio macchine, dove Amleto si reca per tornare in Danimarca. I due sono i talentuosi attori e danzatori Miguel Altunaga e Hannah Hulford, che da lì in poi accompagnano Duke nelle coreografie di tutto lo show.

Un adulto infantilizzato

Il rapporto con il padre è uno degli assi narrativi principali dello spettacolo e il momento della scoperta della morte del genitore è tra i più densi e toccanti. Ma Duke non lascia spazio alla tragedia e subito capovolge l’atmosfera con un parallelo infarcito di citazioni da Il re leone della Disney. Si toglie la giacca e scopre una tutona che richiama il personaggio di Simba, abito che lo rende un adulto infantilizzato e, allo stesso tempo, un bambino ferito. Lo spirito del padre, invece, prende le sembianze di una maschera da leone che assomiglia a Mufasa, il padre di Simba nel film d’animazione. La figura sciamanica, che all’apparenza potrebbe spaventare con il suo viso che ricorda un teschio, nelle mosse e negli slogan mostra subito il suo carattere poco temibile, impersonando un genitore immaturo che chiede continuamente vendetta.

Finalmente libera

Quello che Amleto ha interiorizzato, senza nemmeno accorgersene, è l’orgoglio antico di padri fantasma ed è il contrario di quello che Ofelia gli richiede: una presenza, una relazionalità, una reciprocità che vede ogni persona connessa a una rete sociale. Ed è forse nella scena in cui Hannah Hulford diventa Ofelia che il sostrato ideologico del lavoro di Duke appare in tutta la sua potenza. Il racconto diventa quello di una donna che guarda Amleto da fuori, gli ricorda chi è e cosa ha fatto. Nella scena finale, Amleto fa i conti con il passato, abbandonando ciò che non serve più e distruggendo la scenografia, simbolo dei legami che lo hanno imprigionato.

Di fronte a Ofelia promette che sarà una persona diversa, ma lei, consapevole della storia che lo schiaccia da secoli, non può che rinchiuderlo in uno scatolone, come uno dei suoi tanti pupazzi. Ora Ofelia è finalmente libera di muoversi in una danza animale, fluida e penetrante, fino a lasciare il pubblico davanti a uno spazio vuoto, che ci ricorda quanto un classico della cultura non possa liberarsi dai profondi retaggi che pesano sulla sua tradizione.