“Gli scioperanti in vetrina”

“Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo al Museo del Novecento ossia come soffocare la potenza espressiva di un quadro in una gabbia asettica. Un loculo nero progettato su misura chiuso da una teca di cristallo che specchia il mondo di fronte. E tanti bei saluti al quadro. Sbattuto lì, di lato, prima di addentrarsi nelle sale (o prima di mangiare da “Giacomo all’Arengario” se invece si ha fame) tra gli inebrianti azzurrini della rampa d’accesso elicoidale. Usato come immagine da copertina per attrarre visitatori (o turisti affamati).
E “Il Quarto Stato” divenne “Gli scioperanti in vetrina“. Che brutta fine. E che pessima vetrina. Dita unte e impronte di fronti spiaccicateci sopra. Riflessi e riverberi da sfidare nelle posizioni più assurde per captare qualcosa al di là della teca. E come si fanno a cogliere pennellate e pure cromie scientificamente dosate in queste condizioni (per non parlare delle tinte del cielo praticamente impercettibili)? E la divisione del tono, la scomposizione luminosa, l’atmosfera, i personaggi, la costruzione e la composizione della tela, l’incombere del popolo nel suo insieme che avanza. Come si fa in questo loculo?


Com’è possibile ancora vedere una simile opera in un simile posto?
Non esiste una motivazione sensata per giustificare quella deprimente collocazione in quel disordinato e inadatto contenitore novecentesco (con orribili scale mobili modello Rinascente). C’entra poco o nulla col percorso espositivo (la data, 1901, è l’unica cosa che sa di Novecento anche se il quadro viene iniziato dieci anni prima), non c’entrano tema e contesto sociale, non inaugura le avanguardie. Così passato “Il Quarto Stato” entri nella prima saletta del museo con Modigliani, Picasso, Mondrian, Matisse, Klee. Logica espositiva non pervenuta. Poi il Futurismo che ci azzecca qualcosa, certo, ma allora perché non mettere un Balla o un Boccioni divisionisti?
Che pena vederlo ridotto così. Prima libero e silenzioso assaliva il visitatore che varcava la prima stanza del piano superiore di Villa Reale (al massimo davano fastidio qualche raggio di sole dalle finestre e il parquet che scricchiolava nella sala). Ora, un po’ diorama un po’ ornamento, relegato in una insulsa nicchia di cristallo con meno spazio di quello che aveva prima. Non c’è spazio per noi per vedere e percepire qualcosa del quadro. Non c’è spazio per loro, i lavoratori, e per l’opera di esprimersi compiutamente, la potenza dinamica della massa in cammino s’infrange sul vetro come del resto le nostre fronti sul lato opposto.

Finalmente Boeri ha deciso di spostare la tela. In autunno probabilmente dopo un approfondimento/mostra sull’opera con gli altri quadri a stesso soggetto di Pellizza. Un trasloco che avverrebbe sempre all’interno del Museo che dovrà adattarsi e attenersi alla gratuità. Si pensa all’atrio dell’Arengario. Una soluzione a metà.
(Aspettando scettici la ricollocazione del quadro una considerazione: Se alla Gam non torna più, a Palazzo Marino non c’è spazio e qua appare palesemente sconclusionato, una sala completamente dedicata alla tela a Palazzo Reale?)
Per un maggiore approfondimento sul tema leggere l’esemplare articolo “Simbolo per Simbolo” di Cristiana Curti del 29/08/11



Crediti foto: Luca Zuccala © ArtsLife
Foto e testo: Luca Zuccala © ArtsLife





