
In tanto Enea verso la rocca ascese,
Ove in alto sorgea di Febo il tempio,
E là dov’era la spelonca immane
Dell’orrenda Sibilla, a cui fu dato
Dal gran Delio profeta, animo e mente
D’aprir l’occulte e le future cose.
(Virgilio – Eneide, libro VI)
“Vidi la patria e la casa della Sibilla, e quello speco tremendo onde gli stolti non tornano indietro, e dove i saggi non si attentano di penetrare”.
(Francesco Petrarca – Lettere, Familiari)
Virgilio narra di una “spelonca immane dell’orrenda Sibilla”, Petrarca racconta di uno “speco tremendo onde gli stolti non tornano indietro”. Ma come potremmo definire oggi l’Antro della Sibilla Cumana, uno dei più importanti santuari dell’antichità? Una piccionaia, la spelonca del Livia Columba, meglio noto come “piccione”. E la Crypta Romana lì accanto? Una piccionaia più articolata: acropoli e necropoli del grigio piccione dove sulla volta nidifica e sul fondo crepa. Senza farlo apposta, la colpa infatti è dell’umano ingegno, perché sull’obsoleta rete metallica che dovrebbe proteggere la galleria antica il piccione s’impiglia e agonizzante a testa in giù muore, e il pennuto ci lascia le penne.
Questa è la sorte toccata, non per volere dell’oracolo di casa, alla prima colonia greca italiana: Cuma “la dotta”, ricca e colta polis alla quale si deve l’introduzione dell’alfabeto nella penisola, celebre in tutto il mondo per quel filo diretto con l’Olimpo garantito dai vaticini della sua Sibilla, la sacerdotessa di Apollo, veggente e guida di Enea nell’oltretomba, condannata nel secondo millennio dopo Cristo ad esercitare le sue divinazioni immersa nel guano e nella sporcizia del suo Antro. Proprio nella sala che si apre in fondo al corridoio, dove tradizione vuole fosse collocato il trono da cui Sibilla dispensava responsi, il piccione vola, tuba e spadroneggia. Sconsacrato l’Antro, spodestata la Sibilla, regna indisturbato il pennuto che al trono però preferisce le nicchie sul muro.
Queste sono le condizioni in cui versano il santuario della Sibilla Cumana, galleria a sezione trapezoidale scavata mirabilmente nel tufo per 130 metri, e la sopracitata Crypta, caverna-galleria di 300 metri che corre sotto l’acropoli collegando la città bassa col porto.



E ovviamente non è tutto, la “sibillina” vergogna è accompagnata da una serie di “scempi collaterali”, se così li si può chiamare, a farne da cornice e preambolo. 1) Si comincia con l’immancabile gabella del parcheggiatore abusivo, la tariffa è a discrezione del visitatore ma “2 o 3 euro possono andare bene”. 2) Biglietteria: 4 euro intero, 2 il ridotto ma siamo i secondi visitatori della giornata e purtroppo non c’è il resto, quindi: “o trovate i soldi giusti o non potere entrare”. Perciò fare elemosina al chiosco lì fuori e farsi ridare gli euro dal generoso parcheggiatore spiegandogli l’inconveniente. 3) Mappe, indicazioni o cartelli esplicativi: lasciamo perdere, i pochi pannelli ancora in piedi sono bruciati, distrutti, deteriorati dalla natura o dalla mano dell’uomo, in un modo o nell’altro illeggibili (dopo Pompei e Ercolano ci si è fatta l’abitudine, non ci si illude neanche, così come per la segnaletica stradale per raggiungere il sito: un Inferno come l’Averno lì vicino); 4) Toilette: chiusissime, sbarrate da un cancello (per fortuna c’è una grande pineta); 5) Personale: 3 addetti per il parco archeologico che non negano il rammarico per la condizione in cui versa il sito; 6) Incuria: sterpaglie, gabbiotti abbandonati, rifiuti; 7) La città bassa (tra cui Foro, Terme e Capitolium): chiusi tutta l’estate (dal 5 luglio al 18 agosto), motivo – ci tengono a precisare – “un grande festival in autunno”. Quindi cari visitatori e turisti, italiani, tedeschi, giapponesi o americani: ripassare un’altra volta. Ma non finisce qui.
8) Il sito internet – clicca qui – è lo specchio del sito archeologico: pagine che non si aprono, carenza di informazioni, linguaggio poco scientifico e inadeguato, foto scadenti, superficialità e imprecisioni (un esempio: «L’altra galleria, nota come Crypta Romana o “grotta di Cocceio”», saranno pure l’una il proseguimento dell’altra ma la prima è lunga 300 metri e collega il porto sul mare alla città bassa, la seconda misura un chilometro e mette in comunicazione la città con il lago d’Averno creando insieme, questo sì, una viabilità alternativa e diretta tra Portus Iulius e il porto di Cuma).
9) Questa è Cuma, questo è un esempio di come sia ridotto il patrimonio archeologico d’Italia. Senza dover affidarsi ad una soluzione d’ispirazione divina trascritta in esametri su foglie di palma mischiate dai venti della Sibilla posseduta da Apollo, si confiderebbe molto più banalmente in una soluzione di natura razionale dettata dal buon senso dell’uomo.






La Crypta Romana



Il sito archeologico










Foto e testo: Luca Zuccala © ArtsLife



