22 Ottobre 2026 09:17

Pierangelo Sapegno

Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.

“Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno dalle dita” (Alda Merini)

Che senso hanno delle parole scritte su un foglio in questi giorni di Natale 2014, ai tempi del web e dei telefonini che parlano da soli, della vita che viaggia nell’etere senza più distanze e senza più attese, che senso ha questa magia così lontana? «Ho voglia di scriverti una lettera d’amore questa sera…anche se quando la leggerai, dice, ci saremo già parlati e tu avrai già deciso»…Ai tempi delle distanze cancellate dall’etere, è più difficile scrivere le parole che Wolfgang Amadeus Mozart mandava alla sua donna: «Sono sei giorni che sono lontano e mi sembra già un anno». Oggi le lontananze per gli innamorati possono essere solo fisiche, perché basta schiacciare un tasto per essere raggiunti da chiunque

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Scandali italiani: la Roma der Cecato che ha divorato la grande bellezza

Al Café de Paris, in via Veneto, le foto della dolce vita sono sbiadite, dimenticate da qualche parte: l’hanno chiuso perché era della ‘ndrangheta, questo simbolo di un’epoca sospesa nel suo vuoto. Ma non è solo quel tempo che non c’è più. E Roma non s’è svegliata ieri capitale di una mafia vorace e potente, schiava “der Cecato”, di” Tanca”, “il Cicorione” e “il Maialotto” e di tutte queste facce da predatori, perché lo era già da molto prima, da quando aveva perso quella sua lentezza sfinita, quel suo immaginario popolare un po’ bonario e un po’ cialtrone, che ne aveva fatto la città di Alberto Sordi, il soldato vile e truffaldino della Grande Guerra, che alla fine riesce a morire come un eroe.

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Cinque stelle contro satira nel Paese delle meraviglie

Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, Movimento 5 stelle: «Querelo quella vignetta perché racconta una menzogna. L’ironia si può fare su questioni reali, ma questo è un modo di infangare la mia figura e quella dell’amministrazione». Che strano.

Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia, aveva usato gli stessi concetti per querelare un altro vignettista: «C’è un limite a tutto, e la satira non c’entra con il razzismo, la diffamazione e l’attacco vergognoso alla dignità e all’onore delle persone. Ho dato mandato al mio avvocato affinché questa indecenza di Vauro nei miei confronti, che dura ormai da anni, abbia termine».

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