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Vergogna nazionale. In Spagna i grandi artisti lottano per avere aiuti. In Italia tutti muti

Antonio Lopez Garcia fra gli artisti scesi in campo in Spagna Antonio Lopez Garcia fra gli artisti scesi in campo in Spagna
Antonio Lopez Garcia fra gli artisti scesi in campo in Spagna
Antonio Lopez Garcia fra gli artisti scesi in campo in Spagna

In Spagna 21 grandi personaggi, artisti come Antonio Lopez, Antoni Muntadas, un ex ministro della cultura come Carmen Calvo, hanno scritto una lettera aperta al premier

L’aggressività del Coronavirus sembra lentamente affievolirsi, e dal 3 giugno anche la nostra esistenza potrebbe tornare quasi alla normalità. Con il ritorno alla possibilità di spostarsi anche in altre regioni e gradualmente anche all’estero. Quello che purtroppo sarà invece molto duro da superare sarà l’impatto socio-economico della pandemia, che farà pesare i problemi connessi per molto tempo a venire.

Anche il mondo culturale, e quindi anche quello artistico, si trova ad affrontare una crisi imprevista e dalle soluzioni difficili da individuare. E comunque non certo rapide. Tanto che, con modalità e tempistiche diverse, sono molti i governi che fra le diverse forme di sostegno alle economie provate da questo lungo lockdown, ne stanno mettendo in campo anche di specifiche per il settore culturale. Vi avevamo informati di provvedimenti messi in campo già da mesi da Inghilterra, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Germania, e a seguire molti altri hanno provveduto a predisporre forme di sostegno per i diversi ambiti creativi.

Nei giorni scorsi la cancelliera Angela Merkel è scesa in campo in prima persona, con un videomessaggio nel quale garantiva il proprio personale impegno a favore degli artisti, ai quali riconosceva un ruolo centrale nell’identità del Paese.

Dario Franceschini
Dario Franceschini

Anche in Italia, come vi abbiamo via via raccontato, si è presa coscienza delle problematiche del settore, e diversi provvedimenti – su tutti il recente “Decreto rilancio” – prevedono forme di sostegno per i settori creativi in difficoltà. Ma proprio su questo punto sono sorti i primi dubbi: qual è l’accezione del concetto di “creatività” assunta dai nostri governanti, e di conseguenza riflessa nei suddetti provvedimenti?

Abbiamo dovuto constatare che anche per i politici che sovrintendono alle specifiche materie – su tutti, il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini – la definizione di “artista” corrisponde pressoché univocamente ad artista dello spettacolo, attore, regista, cantante.

Questo si desume dagli atti emanati dal Mibact. Che nel predisporre forme di sostegno indugiano lungamente su quelle attività definite “spettacolo dal vivo”. E sulle strutture ad esso collegate, cinema, teatri, arene, studi cinematografici. E non sfuggirà che lo stesso premier Giuseppe Conte, quando nel discorso che presentava agli italiani il citato Decreto Rilancio, facendosi sfuggire l’infelice battuta sugli artisti “che ci fanno divertire, pensava palesemente ad attori, cantanti o più probabilmente comici. Difficile immaginare che di un Ettore Spalletti – per fare solo un esempio – si possa dire che “ci fa divertire”.

E l’arte contemporanea? Del tutto ignorata, come abbiamo già potuto notare. Ci potrebbe essere sfuggito, e in tal caso vi preghiamo di correggerci. Ma in queste spesso concitate settimane mai ci è capitato di sentire un governante parlare delle difficoltà corse da artisti visivi, gallerie d’arte, musei o centri d’arte. Che pure, al pari di quasi tutte le attività del Paese, hanno dovuto sopportare mesi di stop. Ad aggravare una condizione che non si poteva certo definire rosea per il settore, anche prima dell’affacciarsi del Covid19.

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Quali spiegazioni dare a questo stato di cose? Certamente ci sono dei dati oggettivi, che pur opinabili, restano incontrovertibili. Il giro di affari mosso dall’arte contemporanea non è che la radice quadrata – sempre per esemplificare – di quello del cinema. Per non parlare di quando i soggetti coinvolti riescono ad affacciarsi al moloch televisivo. Pesa certamente la forza comunicativa – e potenzialmente “propagandistica” – di attori, cantanti, registi o comici. Rispetto ad un sistema dell’arte contemporanea che purtroppo si restringe – troppo spesso volontariamente – a una piccolissima nicchia. E pesa sicuramente anche la poca dimestichezza dei politici con le dinamiche del contemporaneo, che ne fa per certi versi un corpo estraneo nella vita di tutti i giorni, per chi non sia un addetto o un appassionato.

Ma, è ora di dirlo con chiarezza, su tutto questo gravano pesanti responsabilità degli stessi artisti italiani. E di tutti coloro che attorno a questo sistema gravitano. Ci si lamenta del trattamento di favore avuto dallo spettacolo dal vivo: ma bisogna riconoscere che questo sa muoversi egregiamente sui tavoli istituzionali dove certe decisioni vengono discusse. Con organizzazioni sindacali ma anche con soggetti forti come la SIAE, con il suo vulcanico presidente Mogol.

Tutto questo, nell’arte contemporanea italiana non esiste. Non esiste un’organizzazione capace di difendere i diritti di chi lavora nell’ambito dell’arte contemporanea. Ci sta provando la nascente AWI – Art Workers Italia -, animata da giovanissimi artisti e critici, ma i primi passi non sembrano i migliori per riuscire ad imporsi. Staremo a vedere.

Mogol
Mogol

Ma resta una verità: i grandi artisti italiani pensano soltanto a sé stessi, quando pensano agli altri lo fanno spessissimo in contrapposizione. Cercando di difendere le proprie posizioni da altri che potrebbero insidiarle. Non esiste in loro una visione etica del lavoro degli artisti. O almeno si guardano bene dal manifestarla o tradurla in atti concreti e men che meno pubblici. E questo hanno riaffermato in questa triste contingenza pandemica: inanità pubblica, sostituita spesso da solipsistiche confessioni personali, che hanno riempito giornali o media online.

Un’amara constatazione, che ora viene a galla leggendo quanto accaduto in Spagna. Di là dai Pirenei non è che la situazione per gli artisti visuali sia rosea. A fronte di relativamente cospicui finanziamenti messi in campo a sostegno della cultura, all’”arte” – genericamente intesa – il governo Sanchez ha destinato appena un milione di euro. Mezzo milione sarà dedicato all’acquisto di opere d’arte contemporanea, e mezzo milione a sovvenzioni per progetti di digitalizzazione e promozione per artisti, galleristi e curatori. Cifre ridicole, oggettivamente.

Ma in Spagna è successo qualcosa di impensabile dalle nostre parti: 21 grandi personaggi – artisti come Antonio Lopez, Antoni Muntadas, Luis Gordillo, un ex ministro della cultura come Carmen Calvo – hanno preso carta e penna per scrivere una lettera aperta al premier. “Di fronte alle misure adottate che riguardano l’arte contemporanea in Spagna, siamo allarmati dalla mancanza di sensibilità e comprensione nei confronti del nostro lavoro. E verso ciò che l’arte contemporanea significa nel tessuto economico della Spagna, con le numerose aziende e liberi professionisti che lo compongono“.

Ne abbiamo già parlato: qualcuno riesce a immaginare una lettera simile firmata in Italia – esempio – da Giuseppe Penone, Mimmo Paladino, Maurizio Cattelan, Francesco Bonami? No, in Italia funziona solo il napoletanissimo “chiagne e fotte”

Massimo Mattioli

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