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C’era una volta il 2020. Il disagio della chiusura forzata nelle immagini di Fabrizio Spucches, a Milano

Once upon a time in 2020 Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

Once upon a time you dressed so fine, threw the bums a dime in your prime, didn’t you? Con questi versi si apre Like a Rolling Stone di Bob Dylan che racconta la parabola di un benestante che gettava spicci ai senzatetto, salvo poi diventare un homeless egli stesso; il paradosso consiste nel fatto che, al contrario di quanto avviene nella canzone, la formula Once upon a time (c’era una volta) viene abitualmente adoperata come incipit delle fiabe che possono magari includere al proprio interno momenti drammatici o mostri terrificanti, ma sono caratterizzate dall’immancabile lieto fine. Once upon a time in 2020 è il titolo della prima mostra di Fabrizio Spucches che si apre domenica 28 febbraio nei nuovi spazi dello Scalo Lambrate di via Saccardo a Milano e il richiamo al celebre brano di Dylan viene naturale perché protagonisti dell’esposizione sono, tra gli altri, i senzatetto, i nuovi poveri e, più in generale, gli ultimi, oltre al fatto che l’anno di cui si parla –il 2020- non ha avuto certamente un lieto fine concludendosi con il picco della seconda ondata di contagi da Covid-19.

Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

Spucches è un autore che si è formato al cospetto di una personalità del calibro di Oliviero Toscani e che ha poi aperto un proprio studio. Abbiamo dialogato con l’artista per capire la genesi dell’esposizione e ci ha raccontato che, tra la fine del 2019 e l’inizio dello scorso anno, era al lavoro su un progetto denominato 90/All you can eat per la cui realizzazione frequentava negli orari notturni la linea 90 di Milano. Si tratta di un tram che gira incessantemente intorno alla città ventiquattro ore al giorno percorrendo un tragitto circolare che si ripete all’infinito e che negli orari notturni vede il grosso dei passeggeri diventare prostitute, senzatetto, tossicodipendenti, giovani che vanno in discoteca che Spucches ha fotografato e ai quali ha chiesto nel corso di video interviste quale fosse a loro avviso il senso della vita. A stoppare il progetto hanno pensato il Covid-19 e il lockdown nazionale.

Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

A questo punto Spucches, intrappolato in casa, ha iniziato a descrivere il disagio che la clausura forzata ha generato negli individui tramite degli autoritratti in cui i soggetti delle istantanee erano egli stesso e/o la sua compagna e producer Andrea immortalati in scene di vita quotidiana. Questo desiderio di documentare si è poi allargato ai vicini di casa: il fotografo si appostava all’ingresso del condominio in cui risiedeva all’epoca intercettando le persone che uscivano a gettare la spazzatura o a fare la spesa e chiedendo loro di lasciarsi fotografare all’ingresso del palazzo o all’interno del loro appartamento. Il passo successivo sono stati i supermercati in quel momento presi d’assalto e ultimo residuo di socialità offline per la quasi totalità degli individui. È a quel punto che questa sua crescente esigenza di fornire il proprio punto di vista in merito a un fenomeno sanitario e sociale senza precedenti, partita dai luoghi più familiari e accessibili, si è trasformata in un progetto organico in cui ha scelto di focalizzarsi su alcune categorie la cui quotidianità è stata, in positivo o in negativo, maggiormente sconvolta dalla situazione generata dal Coronavirus escludendo gli ospedali che già godevano di ampia copertura mediatica.

Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

Nel progetto Working Class Virus che consiste in una serie di fotografie, un libro edito da Il Randagio Edizioni e un video che contiene alcuni estratti di interviste ai soggetti immortalati, si spazia dalle onoranze funebri, ai food racers, dalle escort ai preti, dagli operatori della croce bianca ai sinti, dai tassisti ai senzatetto. Il progetto ha richiesto perseveranza e impegno in quanto coinvolgere alcune categorie non è stato semplice: i ministri di culto che hanno accettato di farsi fotografare sono stati pochissimi, per convincere le escort ha dovuto investire il bonus di 600 euro accordato alle partite IVA, veniva cacciato dai supermercati appena lo individuavano mediante le telecamere di sorveglianza intento a fotografare i clienti (che avevano prestato il loro consenso), per quel che concerne le onoranze funebri ha dovuto compiere dei veri e propri blitz pirata e non è stato agevole nemmeno vincere la diffidenza dei food racers che erano stati additati come untori a domicilio da parte della narrazione mediatica.

Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

A questo progetto se ne affiancano altri tre: il secondo è una raccolta di istantanee che mirano a descrivere con taglio talvolta ironico il 2020 e che comprende fotografie quali la locandina dell’esposizione in cui è raffigurato un uomo col volto ustionato dal sole ma privo di abbronzatura in parte dello stesso a causa della mascherina, una persona di colore che indossa una mascherina col tricolore come quelle spesso sfoggiate da Salvini o un Babbo Natale morto (in quanto persona anziana d’altronde era molto a rischio) affiancato da una bimba griffata col marchio del celebre social network Tic Tock che forse non ha più nemmeno tanto bisogno di lui. Una terza sezione dell’esposizione è caratterizzata da ritratti contrapposti di poveri o nuovi poveri rinvenuti in coda a una mensa che elargisce pasti gratuiti e di ricchi sottratti per qualche istante allo shopping nella celebre Via Monte Napoleone di Milano; immortalati su fondale bianco, le differenti estrazioni sociali si distinguono tra loro dagli abiti e dalla cura del volto e delle acconciature ma sono accomunati dallo stesso sguardo perché il Covid è pieno di difetti ma non si può dire che sia classista avendo colpito tutti in egual misura. L’ultima sezione è invece scaturita da un episodio capitato personalmente a Spucches che un giorno è inavvertitamente uscito di casa per recarsi in studio senza mascherina; il disagio che ha provato a essere squadrato da testa a piedi come potenziale fonte di contagio dai passanti unito al timore di essere passibile di sanzioni da parte delle forze dell’ordine lo hanno fatto riflettere su cosa oggi sia veramente un taboo. Lavorando sugli opposti (come spesso accade anche nel montaggio video del progetto Working Class Virus) ha quindi fotografato una serie di individui nudi ma con la mascherina.

Once upon a time in 2020
Once upon a time in 2020

Scrive Oliviero Toscani nella prefazione al volume Working Class Virus: “Fabrizio ha capito che per essere un vero artista dell’immagine – e lui lo è sia per la fotografia che per il video – devi avere un punto di vista e un’opinione del mondo, devi saper analizzare e criticare le cose e gli eventi che ci circondano, ha capito che creare immagini non è un’attività estetica e autocompiacente, ma deve essere un’analisi sociopolitica della condizione umana. Credo che questa opera ne sia un ottimo esempio”.

 

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