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Lo stato dell’arte contemporanea in India e il suo mercato. A Torino un’occasione per conoscere l’arte del subcontinente

Tayeba Begum Lipi, My New Look - 2, 2017, lame di rasoio in acciaio inossidabile, 43 x 48 cm, ed. 1/3, Courtesy dell'arista e Shrine Empire
G. Ravinder Reddy, Gauri, 2017, bronzo, 102 x 63 x 94, ed. 7/9, Courtesy dell’artista e Emami Art

Nell’ambito dell’ultima edizione di Artissima – fiera d’arte contemporanea tra le più attente alle nuove tendenze del mercato dell’arte, conclusasi all’Oval Lingotto di Torino lo scorso 7 novembre e già programmata per il prossimo anno, dal 4 al 6 del medesimo mese – ha attirato l’attenzione di molti la sezione “Hub India”, progetto dedicato all’arte indiana, proposto in collaborazione con Emami Art e curato da Myna Mukherjee, fondatrice e direttrice di Engendered a New Delhi, e Davide Quadrio, fondatore e direttore di Arthub.

Pur trovando in Artissima la sua sede principale – con l’esposizione “Minimum Maximum” –, il progetto si è espanso oltre tali confini, sia geograficamente che cronologicamente. Da un lato, infatti, mostre complementari sono state collocate, in collaborazione con Fondazione Torino Musei, in luoghi chiave di Torino, quali Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, il MAO Museo d’Arte Orientale, e l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Dall’altro, Hub India si protrae ben oltre il termine di Artissima: la tripartita mostra “cittadina” – intitolata “Classical Radical” si concluderà il prossimo 5 dicembre.

Quale significato attribuire a questa iniziativa? Un semplice tentativo della fiera di attrarre nuovi clienti? O un tentativo di far conoscere anche al grande pubblico una produzione di arte contemporanea del tutto sconosciuta ai più?

Di certo una realtà come quella indiana, con una popolazione che non si allontana di molto dal 20% di quella globale, e caratterizzata da un’infinita varietà di subculture e dialetti locali, non potrà mai essere raccontata nella sua interezza in una singola manifestazione artistica. Le sfaccettature che si possono cogliere all’interno di Hub India sono comunque numerose: dall’antico spiritualismo del Paese al suo moderno materialismo; dal passato coloniale alla crescente centralità nell’economia globale e alla rapida urbanizzazione con i flussi migratori dai centri agricoli e rurali alle nuove metropoli; dal dogma alla tecnologia; dal marginale al mainstream; dai monumenti storici all’architettura contemporanea.

Le opere in mostra

Tra le opere più significative – presenti a Torino oltre 65 artisti provenienti da dieci delle più importanti gallerie e musei dell’India – quelle di Bharti Kher, nata a Londra nel 1969 e traferitasi in India nel 1973, più precisamente a Gurgaon, città a 30 km a sud di New Delhi, la cui crescita demografica è esplosa nei primi anni 2000 arrivando a quasi 3 milioni di abitanti nel 2021, rendendola peraltro uno dei poli informatici più avanzati dell’intera India. Le sue opere presentate ad Artissima riprendono, tra gli altri, il tema del bindi, simbolo del terzo occhio mistico, il centro dell’essere e della creazione, nonché il nodo del flusso dell’energia umana, che Kher applica sopra cartine geografiche, fondendo così insieme le dimensioni di micro e di macrocosmo.

Bharti Kher, Untitled, 2020, bindi su mappa, 70 x 83 cm, Courtesy dell’artista e Nature Morte

Sempre all’Oval si può ammirare l’opera di Sangita Maity – artista originaria del Bengala Occidentale, al confine con il Bangladesh – Views from A Certain Distance IV del 2020, realizzata tramite serigrafia e trasferimento fotografico (con effetto oro) su ferro. Questo lavoro si concentra sull’impatto socio-culturale, geografico, politico e ambientale derivante dallo spostamento delle comunità indigene come conseguenza della rapida industrializzazione estrattiva mineraria, il quale le porta ad abbandonare il loro stile di vita e le loro pratiche tradizionali e sostenibili.

Sangita Maity, Views from A Certain Distance IV, 2020, serigrafia e trasferimento di foto su foglio di ferro, 17 x 26 cm ognuno, ed.2 (3+2AP), set di 25, Courtesy dell’artista e di Shrine Empire

Sono invece suddivise tra Artissima e Palazzo Madama le opere di Tayeba Begum Lipi, artista originaria del Bagladesh, che incentra la sua produzione intorno a tematiche care al femminismo e alla difesa dell’identità transgender. Le opere esposte a Torino sono interamente ricoperte di lamette per rasoio, unico strumento chirurgico, in Paesi come l’India e il Bangladesh, a disposizione delle ostetriche. Gli oggetti interessati sono di uso quotidiano, come le cornici di fotografie di donne indiane (My New Look – 1 e My New Look – 2, 2017, all’Oval) o un intero mobile-toilette (Once Upon a Time, 2018, a Palazzo Madama).

Tayeba Begum Lipi, My New Look – 2, 2017, lame di rasoio in acciaio inossidabile, 43 x 48 cm, ed. 1/3, Courtesy dell’arista e Shrine Empire

Le opere collocate a Palazzo Madama si trovano in dialogo con le collezioni permanenti di dipinti antichi, porcellane, vetri e con le magniloquenti decorazioni che caratterizzano le sale, un tempo dimora, tra gli altri, della duchessa e Reggente Savoia Cristina Maria di Borbone-Francia, detta “la prima Madama Reale”. Il contrasto fra opere e ambiente è particolarmente forte nel caso dei lavori di G. Ravinder Reddy e di Jayashree Chakravarty: del primo è presentata una gigantesca e coloratissima testa femminile (Gauri, 2017) che si pone come sintesi della millenaria tradizione indiana e delle tendenze contemporanee; del secondo una monumentale installazione (Route Map of Experience, 2003) fatta con tessuti, carta, pittura e macchie di caffè, che, modellata per creare uno spazio simile ad una grotta, nonostante le sue dimensioni e la sua oscurità materica, riesce a trasmettere allo spettatore un senso di protezione e quiete.

Jayashree Chakravarty, Route Map of Experience, 2003, tessuto, carta nepalese, carta marrone, pigmento, pittura acrilica, colla, macchia di tè e caffè, parte A: 320 x 1250 xm, parte B: 320 x 442 cm, Courtesy dell’artista e Nadar Museum of Art

Le parole di uno dei maggiori esperti di arte indiana

Tra le gallerie indiane che sono state presentate nel contesto di Artissima 2021 ha giocato il ruolo di protagonista NATURE MORTE. La sua storia è particolare: il direttore, Peter Nagy, artista e gallerista originario di Bridgeport, Connecticut, inaugura inizialmente la galleria nel 1982 a East Village, Manhattan, insieme all’artista Alan Belcher, dove rimane attiva fino al 1988. Dopo essersi trasferito a New Delhi nel 1992, nel 1997, in un appartamento situato nel quartiere residenziale Neeti Bagh della capitale indiana, Nagy riapre NATURE MORTE. Il gallerista americano è stato il primo a presentare la nuova generazione di artisti indiani in Europa e in America, in rassegne e fiere quali la Biennale di Venezia, Art Basel e Art Basel Miami.

Interpellato oggi, al termine di Artissima, sui risultati di Hub India e più in generale dell’andamento del mercato dell’arte contemporanea indiana, Nagy si è così espresso:

[…] C’è stato molto interesse nei confronti del lavoro dei nostri artisti, personalmente ho lasciato i miei contatti a molte persone. Vedremo se qualcuno avrà la forza di fare lo step successivo con noi […]”.

Sulla legittimazione che un evento come Hub India può fornire all’arte indiana in Italia è sembrato scettico:

Come si può pensare di legittimare l’arte di un’intera nazione nei confronti di un mercato straniero? Non credo che una vetrina come questa possa fare più di tanto in questo senso. Per dar luce al lavoro di un artista è necessaria una mostra presso un grande museo o una galleria di respiro internazionale. In tal senso si potrebbe fare di più: Fondazione Prada non ha ancora realizzato una mostra di arte indiana, e di grandi mostre collettive, come quella realizzata al MAXXI nel 2011 – che contribuì a creare una parziale conoscenza dell’arte indiana tra i collezionisti italiani –, non se ne sono più viste (ndr: nel 2007 Primo Marella Gallery aveva organizzato a Milano la mostra “New Delhi-New Wave”, curata da Jerome Neutres e ispirata alla quasi omonima esposizione – “New York-New Wave” – realizzata al MoMA nel 1981 che contribuì a lanciare artisti del calibro di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, allora poco più che ventenni). L’unica realtà italiana che si occupa in modo consistente di arte indiana è Galleria Continua: rappresenta artisti come Subodh Gupta, Shilpa Gupta, Nikhil Chopra”.

Riguardo allo stato dell’arte contemporanea in India, Nagy spiega:

La crescita del mercato è stata enorme tra il 2000 e il 2010, poi l’andamento si è stabilizzato e dal 2015 le vendite hanno iniziato a calare. Per i prossimi anni non prevedo grandi cambiamenti”. Quali i centri più attivi? “Delhi e Mumbai sono molto vivaci nel dibattito artistico internazionale, ma oltre a loro c’è poco, se si esclude la Biennale di Cochin o la Experimenter Gallery di Calcutta. L’arte contemporanea in India fatica a diventare intrattenimento di massa, diversamente da quanto è successo negli Stati Uniti, così come in Europa, Giappone e Cina”.

Quale pensa sia la direzione in cui il mercato si muoverà nei prossimi anni?

Ritengo che il successo conseguito negli ultimi anni dall’artigianato, come quello tessile e della ceramica, nel contesto delle Belle Arti sia stata una diretta reazione alla crescente colonizzazione tecnologica delle nostre vite e all’introduzione dell’Intelligenza Artificiale, della Realtà Aumentata e degli NFT. Credo che l’arte sarà sempre più collaborativa, teatrale e interattiva (ma non attraverso i computer). Ci sarà una maggiore commistione tra discipline come la danza, la musica, il teatro, la pittura o la scultura”.

L’India sarà protagonista?

Non credo. Se da un lato sarà un interlocutore sempre più rilevante agli occhi del resto del mondo, la costante affermazione di governi autoritari, che di certo non amano l’arte e la cultura nei loro aspetti più radicali e che si prodigano per limitare il discorso democratico e la libertà di espressione, non aiuta l’India ad apparire come un possibile leader culturale nel mondo, almeno per il futuro più prossimo”.

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