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Manetas, Man e Curnier Jardin: il tempo del buio alla Fondazione Memmo

Fondazione Memmo, Pauline Curnier Jardin, Foto: Daniele Molajoli
Fondazione Memmo, Installation View, Miltos Manetas, ph. Daniele Molajoli
La “Notte Oscura” secondo Pauline Curnier Jardin, Victor Man e Miltos Manetas: alla Fondazione Memmo di Roma, i tre artisti si confrontano sul tempo sospeso e una condizione a metà tra divino e terreno

“In una notte oscura, di mill’ansie d’amor tutta infiammata, (o felice ventura) uscii, né fui notata, stando già la mia casa addormentata”. Con questa frase comincia il Libro Primo della Notte oscura dell’anima, celebre testo del mistico spagnolo Giovanni della Croce (1542-1591), che racconta la particolare condizione del suo animo durante le estasi notturne, nel corso di un lungo periodo di prigionia. Giovanni illustra i tormenti che l’anima deve subire per staccarsi dalla dimensione terrena e poter raggiungere la luce divina: una metafora di una condizione di sospensione temporale che ha ispirato le tre installazioni riunite nella mostra collettiva “Notte Oscura. Conversation Piece /Part VIII”, curata da Marcello Smarrelli alla Fondazione Memmo. I tre artisti invitati sono Pauline Curnier Jardin (1980), Victor Man (1974) e Miltos Manetas (1964): di nazionalità e generazioni diverse, invitano lo spettatore ad entrare in altrettanti ambienti, per declinare spazi e tempi differenti ma in qualche modo complementari.

Fondazione Memmo, Pauline Curnier Jardin, Foto: Daniele Molajoli

L’incipit è affidato al greco Manetas, che propone un progetto in progress, atto a trasformare uno degli ambienti della fondazione in un #ManetasFloatingStudio, dove l’artista riproduce manualmente , per tutta la durata della mostra, le immagini prodotte da DALL-E, il suo assistente digitale, dipinte sulle pareti attraverso un procedimento che fissa pigmenti di colore con colate di sapone liquido, in modo da ottenere una resa materica particolare. Con un effetto che ricorda una sorta di “caverna digitale”, Miltos dipinge campiture cromatiche dai colori tenui, dove compaiono figure essenziali e proiezioni legate a ManintheDark.com (2004), un sito web dove un umanoide fluttua nelle tenebre. Così, se la notte di Manetas è avvolta in un’oscurità dove manuale e virtuale si completano, nella sala di Pauline Cournier Jardin, protetta da tendaggi semitrasparenti, domina una memoria drammatica in grado di fecondare il presente , grazie al dialogo tra Durata di cera (Was man aus Liebe tut)/ La notte del 17 novembre (2022) – una sorta di macchina celibe dall’aspetto neomedievale, giocata sulla relazione tra metallo e candele accese – e Was man aus Liebe tut (2022), 6 bassorilievi in ceramica smaltata realizzati in occasione del progetto Luna Kid, dedicato al cinema Luna Lichtspiegel, aperto durante la Seconda Guerra Mondiale da un gruppo di donne.

Victor Man, Flowering Ego, 2017, Olio su tela montato sul legno, 46 x 25 cm. Firmato e datato sul verso
© Victor Man Courtesy of the artist and Gladstone Gallery

Colori notturni, tratti mostruosi e indefiniti, vicini a forme d’arte popolari e arcaiche raccontano rituali vicini alle attività delle trümmerfrauen, le donne che scavano sotto le macerie dopo i bombardamenti bellici, qui evocate in maniera sommaria e quasi naif. Atmosfere lunari e mistiche che introducono alla sala del rumeno Victor Man, dove si respira un’aria di esoterismo nero, che sembra ispirare la maggior parte dei dipinti esposti, tra i quali alcuni già esposti nella chiesa di Sant’Andrea de Scaphis alcuni mesi fa. Particolarmente intense le due opere della serie Untitled. From the series Luminary Petals on a Wet. Black Bough, che interpretano meglio di altre l’immaginario dell’artista, in bilico tra le pagine di Joris-Karl Huysmans e i dipinti di Gustave Moreau, ideali padrini della notte decadente e profumata di incenso di Victor Man.

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