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Il mito di Jeffrey Deitch e la grandezza di Cecily Brown: tra onirico, erotico e mitologico

Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That's Interesting Is New, Atene, 20.1.1996 Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That's Interesting Is New, Atene, 20.1.1996
Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That's Interesting Is New, Atene, 20.1.1996
Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That’s Interesting Is New, Atene, 20.1.1996

Amarcord 51 – Un nuovo appuntamento con la rubrica di Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi: Jeffrey Deitch, Cecily Brown e Post Human

Quella mattina a Greenwich nello studio di Cecily Brown. Grazie a Jeffrey Deitch.

Mi pare fosse la primavera del 1998. Noi, io, Helena e Gea, affamati di novità come ogni italiano curioso e come cani da tartufo, perlustravamo tutti gli studi di giovani artisti newyorchesi che affidabili amici di New York ci indicavano. Durante la peregrinazione passammo da Jeffrey Deitch, nostro amico da sempre e nostro riferimento sicuro. Jeffrey fu il nostro primo American Editor, dagli anni ’70. Arrivò da me, nel 1974, allora in via Donatello qui a Milano, un giovane imberbe e un po’ brufoloso, presentandosi come un lettore americano di Flash Art (allora bilingue, poi nel 1978, con l’arrivo di Helena Kontova, si scisse, una testata diventò Flash Art Italia e l’altra Flash Art International, completamente in inglese). Mi pare che allora Jeffrey avesse già frequentato economia a Harvard e mi disse che era iscritto alla New York University, alla facoltà di arte, la sua passione.

Mostrò una rivistina di poche pagine, l’house organ della galleria John Weber, che lui curava. Mi sorprese la lucidità e chiarezza dei suoi testi sugli artisti minimal e concettuali che la galleria rappresentava. Chiaro, conciso, diretto. Come non avevo mai letto in Italia. Gli chiesi subito di diventare il nostro American Editor, che significava aggiornarci su New York e ampliare e migliorare il nostro staff di corrispondenti americani. Jeffrey accettò con entusiasmo e fu un American Editor ideale: attento al nuovo di qualità e collaboratore attento lui stesso, senza chiedere alcun compenso. E per me, in quei tempi, era una manna dal cielo. In quell’incontro in via Donatello, poi trasformato in un simpatico brunch (come avrebbe detto lui) nel bar accanto, mi raccontò la sua storia di giovane (ventitreenne) ma già avviato a una carriera folgorante nel sistema dell’arte.

 

Due opere della mostra Post Human
Due opere della mostra Post Human

Jeffrey Deitch si inventa l’Art Investment alla City Bank

Pochi mesi prima, dopo la laurea ad Harvard, si era presentato alla City Bank, in quei tempi la prima banca a New York, chiedendo al direttore (negli USA è possibile al primo sbarbatello che arriva di parlare anche con il direttore) di istituire all’interno della banca una sezione di Art Investment, spiegandogli che l’arte stava diventando un investimento molto mirato e che i suoi clienti avrebbero apprezzato questo nuovo servizio. Il direttore gli rispose: «Io non ne so nulla, ma vedi quel tavolo con telefono davanti a noi? Accomodati! Se vuoi puoi iniziare anche oggi. Sarai retribuito a percentuale».

Queste cose possono succedere solo in America, mentre qualcuno in Europa continua a denigrare questo grande paese dalle risorse inaspettate. Ma è naturale perché da sempre gli USA sono l’espressione di una cultura meticcia darwiniana (tedeschi, irlandesi, ebrei, afroamericani, ispanici, polacchi, italiani, francesi ecc.) come nessun altro paese del mondo. Alcuni giorni dopo, alla City Bank, a seguito di telefonate da parte di Jeffrey Deitch ad alcuni clienti della banca, si presentò un investitore, mi pare asiatico, che gli mise sul tavolo un assegno di un milione di dollari (siamo nel 1973/74 ragazzi, e un grande loft a New York costava 50/60 mila dollari!) pregandolo di investirlo in arte (in Italia in nessuna banca è mai esistito un ufficio per l’investimento in arte). Pochi mesi dopo l’Art Department della City Bank diventò un caso, subito imitato da altre banche, ma senza un personaggio come Jeffrey. E in pochi mesi, forse un anno, Jeffrey Deitch diventò ricco e famoso facendo guadagnare cifre enormi alla sua banca, diventata in poco tempo il riferimento americano e internazionale degli investimenti in arte.

Ma Jeffrey, come tutti gli americani con mentalità imprenditoriale, lasciò presto la City Bank e si mise in proprio. Ormai possedeva un portafoglio clienti (che lui stesso aveva creato durante la sua collaborazione con la banca) che gli permetteva una totale autonomia. E divenne, ancora molto giovane, il primo e più autorevole art consultant al mondo. Ricordo che il grande collezionista greco Dakis Joannou per alcuni anni si affidò completamente a Jeffrey per gli acquisti, costruendo una delle più grandi e belle collezioni internazionali. Jeffrey gli suggerì di acquistare, tra le altre, le prime opere di Jeff Koons, di cui Dakis divenne subito amico e forse il più grande collezionista al mondo, seguendone costantemente il percorso. Credo che Dakis possieda una trentina di suoi lavori, dai primissimi agli ultimi.

 

Gea Politi e Helena Kontova con Cecily Brown nel suo studio, 1998
Gea Politi e Helena Kontova con Cecily Brown nel suo studio, 1998

Nell’occasione dell’inaugurazione della Deste Foundation ad Atene, in cui Dakis Joannou presentò la sua collezione, ricordo con Helena di aver fatto un giro della mostra con Jeffrey che ne era il curatore, che ci illustrò ogni opera con incisività e chiarezza come non ho più sentito da altri nella mia vita. In trenta secondi riusciva a contestualizzare un’opera e l’artista con una lucidità straordinaria. E una profondità accessibile all’addetto ai lavori e al profano. In quegli anni della sua collaborazione con Dakis, io e Helena visitavamo spesso Jeffrey nel suo bellissimo appartamento alla Trump Tower, accanto a quello di Dakis. Un segno di successo e internazionalità di grande prestigio. Dal trentesimo piano, dove lui abitava, si vedeva da un lato il Central Park, dall’altro l’Empire State Building e più in lontananza la Statua della Libertà.

Scendendo dal suo appartamento ti trovavi a 50 metri da FAO Schwarz, il paradiso di grandi e piccoli, il più bel negozio di giocattoli al mondo. E a 500 metri c’è il MoMa. Mentre dietro l’angolo c’è Tiffany, dove ogni mattina io e Helena, come rito sacrale, andavamo per colazione. E quando era con noi veniva anche Gea, a godere del tripudio di colori e di sapori che solo Tiffany ti offriva. Bei tempi in cui potevamo permetterci le colazioni da Tiffany, con le sue torte lussuriose, che facevano l’occhiolino alla Bauhaus e (ahimè) fatte di burro, colori segreti, pasta di zucchero, marzapane che si facevano opera d’arte. Altri tempi, ma anche altri stomaci. E tutto era azzurro, anzi, celeste, il famoso azzurro celeste da Tiffany, dai bicchieri, alle tazze da tè, alle sedie, alle divise dei camerieri.

E un’atmosfera soffice e vellutata che ti sembrava di vivere dentro un’opera di Yves Klein. Ma il blu era meno intenso, più soporifero. E, incredibile a dirsi, prezzi accessibili per il santuario in cui ti trovavi e le offerte gastronomiche da capogiro. Non più caro di un altro famoso santuario della pasticceria e della borghesia americana, il Sant Ambroeus, esportazione nostrana, di fronte al Guggenheim anche se deludente per un italiano in cerca di un buon espresso. Ma non si va a New York alla ricerca di un espresso napoletano. Che però è raro a trovare ma a quei tempi si poteva anche trovare da qualche italo-americano di origine napoletana.

 

Jeffrey Deitch

Jeffrey Deitch era un lavoratore instancabile, sempre in fermento e tormentato dalla ricerca di artisti, di spazi e prospettive nuove. Il vero ebreo errante dell’arte e della cultura. Memorabile fu la sua mostra Post Human tenutasi nel 1992 a Pully, presso il Museo di Arte Contemporanea di Losanna, con la partecipazione di Cady Noland, Matthew Barney, Jeff Koons, Kiki Smith, Damien Hirst, Cindy Sherman, Paul McCarthy e tanti altri protagonisti di allora. Mostra che voleva preannunciare l’avvento di una nuova era e una nuova estetica e cambiò il volto dell’Arte degli anni ’90 mettendo in luce le nevrosi, le trasgressioni, i desideri segreti e il mutamento disumanizzante della società contemporanea.

 

La copertina del catalogo della mostra Post Human
La copertina del catalogo della mostra Post Human

Ma noi, in quella primavera del 1998, a New York, avevamo cercato Jeffrey per chiedergli qualche indicazione su artisti emergenti da visitare. «Andate da Cecily Brown» ci disse, «è la figlia del famoso critico inglese David Sylvester, è molto brava e intelligente. Io dovrò presto realizzare una sua grande mostra, l’ho già esposta in modo un po’ fuggevole, lo scorso anno». Noi ci precipitammo a Greenwich dove Cecily abitava, preceduti da una telefonata di Jeffrey. Cecily, una giovane ragazza minuta molto bella, sexy e determinata, era pressoché sconosciuta nel mondo dell’arte, apparsa solo con una fuggevole mostra alla Deitch Projects. Ci accolse sorridente con emozione e felicità. Grandi abbracci a Helena e Gea. A me un po’ meno. Uno studio non grande ma luminoso e caldo. E tele grandi e grandissime di matrice espressionista dal cui fondo emergevano minuscole figure a carattere onirico e fantastico, erotico ma anche mitologico, con frequenti allusioni ad Arshile Gorky e Willem de Kooning.

Ma anche, inaspettatamente, immagini che rimandavano ad Andrea Pazienza, di cui, come lei ci disse, era una grande ammiratrice e delle cui pubblicazioni era cosparso lo studio. Una pittura colorata e densa di riferimenti colti, che ti sommergevano lasciandoti gradualmente scoprire le radici europee ma coniugate con la virulenza americana. Insomma una pittura coloratissima e vertiginosa che ti stordiva. Si avvertiva la cultura europea (lei figlia di Shena Mackay, scrittrice scozzese famosa tra gli anni ’80 e ’90, e di David Sylvester, che era un riferimento del giornalismo d’arte internazionale). Cecily venne a sapere di essere figlia di David Sylvester solo nella maggiore età, essendo sua madre sposata con un certo Tobin Brown, da cui ebbe anche Sara e Rebecca, a questo punto “sorellastre” di Cecily. Insomma Cecily è figlia di una nota scrittrice e del critico che si è formato accanto a Francis Bacon, Lucien Freud, Jasper Johns. Buon sangue non può mentire.

 

Due dipinti di Cecily Brown
Due dipinti di Cecily Brown

I suoi quadri ci affascinarono subito, per l’energia e la profondità tentacolare che sprigionavano. Pensai subito di acquistarne uno ma la dimensione mi spaventò e dunque rinviai l’acquisto al prossimo viaggio a New York, il mese successivo, sperando di trovare una dimensione più europea. Anzi, così lei mi assicurò. Con mille euro o poco più, forse duemila, avrei potuto acquistare una bellissima opera di Cecily e lei sarebbe stata felice di vendercela. A quei tempi, a New York, Flash Art era un mito, una piccola bibbia. E io e Helena due messia arrivati dall’Europa e dal Made in Italy, che allora metteva sull’attenti chiunque. Quando dicevi di essere italiano le persone (dell’arte ma della cultura in genere) entravano in fibrillazione.

Pensate un po’ a quale fine amara della nostra reputazione ho dovuto assistere. Dean & DeLuca, a Broadway, dettavano le leggi della gastronomia italiana sugli intellettuali americani, e vi trovavi prodotti talmente sofisticati che era difficile trovare anche in Italia. Io ricordo di avervi trascorso delle ore, talvolta senza acquistare nulla, ma assaporando gli odori e andando in visibilio per le etichette sconosciute ma dalle provenienze familiari (Norcia, Perugia, Alba, Cuneo, Avola, Valdobbiadene ecc.) e per il tricolore che contraddistingueva l’etichetta. Insomma a New York mi sentivo a casa mia.

La copertina di Flash Art International
La copertina di Flash Art International N° 200 (maggio-giugno 1998), col dipinto A Doctored Version of Sunlight Mildness for Flash Art di Damian Loeb, che vi ha ritratto sé stesso sui sedili posteriori, John Currin alla guida e Cecily Brown, con in secondo piano l’uccisione dei pittori della vecchia generazione (al centro, con la faccia a terra, Julian Schnabel), 1998

Giovani, bravi e belli
Però, intimorito dalle dimensioni, non acquistai l’opera di Cecily, che il mese dopo non costava più mille o duemila dollari ma cinquantamila. Infatti Larry Gagosian, cervello fino e portafogli largo, l’aveva sottratta allo sgomento Jeffrey Deitch che stava preparando una sua mostra. E non era la prima volta che ciò succedeva. E Jeffrey Deitch ne soffrì molto. Ma si sa, nell’arte e nella vita, la velocità di decisione è vincente su tutti i fronti. Per questo io, da italiano medio, talvolta sono stato sconfitto, perché ho rinviato la mia decisione, perché ho pensato troppo. Come oggi anche Mario Draghi, il decisionista, che dopo Giuseppe Conte, sta portando l’Italia alla deriva perché non decide. Perché in Italia non si può decidere. E generali (penso a Figliuolo) in Italia lo si diventa per anzianità. Talvolta invece è necessario prima decidere poi riflettere.

Non acquistai l’opera di Cecily ma le chiedemmo – io, Helena e Gea – un articolo sulla nuova generazione di artisti di New York, definiti dalla stampa “giovani, bravi e belli”. “Ma io non ho mai scritto!”, ci rispose sorpresa Cecily. “C’è sempre una prima volta” risposi io, “e tu sei capace a scrivere e a interpretare questo momento della pittura a New York. Nessuno può farlo come te”.
E Cecily scrisse un testo memorabile, che qui riproponiamo in un link ai nostri lettori. Io non ho mai letto testo più bello e penetrante sulla pittura contemporanea come questo di Cecily Brown. E poi qualcuno (Burri) diceva che gli artisti debbono solo dipingere e mai scrivere o parlare.

Gli artisti, tutti, dovrebbero scrivere sul proprio lavoro anziché affidarsi a critici e curatori che del loro lavoro non capiscono (se non rarissimamente) nulla e usano solo parole al vento. Verba volant, detto mai più appropriato per la maggior parte dei critici d’arte o letterari. Io trovo questo testo illuminante, alla pari dei suoi bellissimi quadri. Invito tutti gli artisti, pittori e non, critici, curatori e galleristi, di qualsiasi generazione, a confrontarsi con questo testo. E poi magari dirmi.
https://flash—art.it/article/il-principio-del-piacere/

Per scrivere a Giancarlo Politi:
giancarlo@flashartonline.com

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