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Mario Schifano, il nuovo immaginario 1960-1990: la ‘rockstar’ della pittura è in mostra a Napoli

Alle Gallerie d’Italia a Napoli, è in corso  la mostra Mario Schifano: il nuovo immaginario. 1960 -1990, curata da Luca Massimo Barbero con oltre 50 lavori della produzione dell’artista dagli anni Sessanta agli anni Novanta, provenienti dalla Collezione di Intesa Sanpaolo e  da importanti istituzioni culturali come il Museo del Novecento di Milano e la Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia

E’ sempre stato considerato una rockstar della pittura italiana e internazionale, nota come una delle figure più eclettiche e produttive della storia dell’arte. La sua qualità creativa e pittorica è stata a tratti oscurata dal personaggio e dalla vita fuori dagli schemi. Una carriera straordinariamente articolata e dall’approccio multidisciplinare, intensa e proficua, che, a distanza di anni, le Gallerie d’Italia di Napoli, in via Toledo 177, Museo di Intesa-Sanpaolo, celebrano con una mostra personale intitolata Mario Schifano: il nuovo immaginario.1960-1990, curata da Luca Massimo Barbero e visibile fino al 29 ottobre 2023.

Mario Schifano (1934-1998) nacque a Homs, in Libia, dove il padre archeologo gli inculcò l’interesse per i resti del passato. Le oasi, le notti del deserto, le palme e l’importanza dei reperti furono un tema ricorrente nella sua vita e nella sua produzione artistica, così come la conoscenza di un singolo frammento dell’inventario e del particolare. Rientrato in Italia, nelle sue costanti visite al Museo di Villa Giulia a Roma, iniziò il suo percorso attingendo dai grandi vasi e dalle figure delle antiche civiltà, realizzando dipinti con un unico colore. I suoi monocromi sono dei frame, delle inquadrature, che lo porteranno a produrre le famosissime insegne. 

Appena venticinquenne, entrò a far parte della scena artistica romana, già alla fine degli anni Cinquanta, con una mostra personale alla Galleria Appia Antica nel 1959. Partecipò a un numero sorprendente di mostre collettive, tra cui la significativa Cinque pittori romani: Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano, Francesco Lo Savio e Giuseppe Uncini, alla Galleria La Salita di Roma. Fu la stagione per le nuove generazioni di artisti che affrontarono l’inizio del boom degli anni Sessanta, con la volontà di “azzeramento”, di un cambio radicale rispetto alla pittura figurativa. 

Ne sono un esempio le opere visibili nella mostra a Napoli, dove, ad accogliere il pubblico sono i suoi monocromi, in cui l’obiettivo non è quello di fare una “tabula rasa” o di una cancellazione completa, anzi, l’unica materia è il colore che, insieme al segno sottostante o emergente, crea degli spazi, come affermava il critico d’arte Achille Bonito Oliva (1939): “Operavano ancora elementi di felice squilibrio, come sbavature di colore e tracce di esecuzione lasciata aperta”. L’originalità e la vitalità di questi dipinti portarono Schifano all’attenzione della gallerista americana Ileana Sonnabend (1914-2007), dalla cui collezione proviene l’opera Tempo moderno del 1962, visibile nel percorso espositivo. Osservando gli altri lavori, le forme e i titoli, così significativi e allusivi a immagini invisibili, sono visti come dei particolari, come delle inquadrature. Emerge un modo di utilizzare il perimetro quasi fotografico, dei frame dove il pittore porta in primo piano una parte o più parti, dalla forma di una diapositiva o di un telone cinematografico. Ne è un esempio Propaganda del 1960, dove evoca, solo nel titolo, immagini dei dipinti successivi rubate dalla quotidianità e dalla cronaca.

LA PITTURA E LE INSEGNE

La seconda sezione dell’exhibit è dedicata alle insegne, le quali, all’epoca erano realizzate a mano. Questa sala si apre con La stanza dei disegni del 1962, in cui rappresenta tre manifesti/schermi, lasciando colare tracce di pittura che, come indica il titolo, invade o delimita il disegno-segno. Il dipingere in sé diviene soggetto, come nell’opera Grande pittura del 1963: un barattolo di vernice e delle corde reggono un asse di appoggio. Enigmaticamente Schifano sembra aver abbandonato il campo dell’inquadratura, lasciando gli strumenti in evidenza, nella loro visione “artigianale e classica”, ma non meno perentoria, intrisi di umiltà e mistero. I suoi soggetti sono la strada, i segnali urbani e la pubblicità, che esplodono sui muri delle città storiche italiane o scorrono nelle neonate autostrade. Dipingendo frammenti di scritte come Coca Cola o Esso, egli celebra e dileggia in queste opere il nuovo culto della velocità e del consumo.

Molto spesso accostato alla Pop Art, sono significative le parole del poeta e critico d’arte Cesare Vivaldi (1925-1999) che affermò: “Non si tratta di Pop Art, o non si tratta solo di Pop Art. Oltre alla condanna della civiltà di massa fatta coi mezzi stessi della civiltà di massa, Schifano mette nei suoi quadri qualcosa di più: la sua fama di pittura. Egli rifiuta l’infantilismo, la voluta idiozia brut della Pop Art, per puntare risolutamente sulla via di un possibile grande stile moderno”.

Mario Schifano Segno d’Energia, 1965 smalto su tela, 114 x 146 cm Terni, Collezione Tonelli ®ArchivioMarioSchifano © MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

IL PAESAGGIO

Proseguendo con il percorso espositivo una sezione è dedicata al tema del paesaggio che occupa un arco temporale che va dal 1963 al 1965. Agli inizi degli anni Sessanta, Schifano frequentò a New York lo star-system artistico e musicale dell’epoca, vivendo pienamente la frenesia della grande metropoli. Quasi come reazione realizzò i paesaggi anemici, i Central Park e i paesaggi immaginati. Il mondo naturale è evocato attraverso frammenti sintetici in una sorta di dissezione e ricomposto artificialmente nella sintesi del dipinto. Alberi, foglie e i grandi parchi sono estrapolati dal loro contesto originario e disegnati “a volo di uccello”, come un ricordo di natura con scritte allusive, come ad esempio in Plein air. Della stessa caratura è il disegno esposto in sala su cui campeggia la scritta: Non è romantico!, a cui si lega un’opera dal titolo poeticamente straziante, Il vento era il fiato che usciva dagli alberi, composto e salubre del 1965. I suoi paesaggi sono tracciati come osservandoli attraverso un finestrino o da un aereo, inquadrandoli in una serie di perspex colorati.

Il critico d’arte Maurizio Fagiolo (1939-2002) descrisse questi lavori con tali parole: “Niente cielo, niente tramonto, niente panorama; o meglio, il fantasma del tramonto, del cielo. E per contrastare ogni interpretazione Impressionista, intervengono le carte colorate o i plexiglass trasparenti. La geometria ritrovata, presente in ogni quadro, è quasi un modo per rendere commensurabile la lontananza siderea di quelle colline, di quelle nuvole. E’ la natura, che viene geometrizzata, o non sarà piuttosto la geometria che viene naturalizzata e quindi resa umana?”.

Mario Schifano
Il vento era il fiato che usciva dagli alberi, composto e salubre, 1965
olio, matita e plexiglas colorato su tela, 100 x 200 cm
Collezione Intesa Sanpaolo
foto Paolo Vandrasch, Milano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

IL CORPO IN MOTO, IL DINAMISMO

La storia dell’arte è stata per Schifano una sorgente senza fine, una galassia da cui si vede il futuro, ma mai il passato. Uno dei suoi cicli più noti è il Futurismo rivisitato, visibile in mostra. L’interesse dell’artista per il corpo in movimento, dal classico uomo vitruviano mutuato da Leonardo da Vinci (1452-1519), alle fotografie di Eadweard Muybridge (1830-1904) o soprattutto il dinamismo futurista, sono state una sorta di ossessione, quasi una identificazione fra l’Arte e la propria irrequietezza. Fotografia, cinema e mass-media furono fonte di ispirazione. Egli riprese la celebre fotografia del gruppo futurista a Parigi del 1912, visibile in mostra, strappandola dal passato e riportandola in vita, modificando il modo di conoscere e anche il modo di ricordare. Ciò che interessava a Schifano non è l’opera in sé, ma i personaggi raffigurati, come si nota nella figura di Umberto Boccioni (1882-1916) e gli altri che guardano verso l’osservatore con atteggiamento di sfida, con lo schermo di plexiglass che allontana e opacizza e fa ri-visitare il tempo.

Questo assemblaggio dinamico, unito alla pittura accesa e sapiente nell’opera A la Balla, del 1965, riporta alla contemporaneità l’eco di Giacomo Balla (1871-1958), facendone una creazione moderna, immediata, rapace, come la pittura che si accende utilizzando le tracce del disegno. In Mi sento cinese, del 1965, parti di corpo ripetute e i tasselli scattanti, compongono corpi animati che con preveggenza introducono ai temi politici.

Mario Schifano
Futurismo rivisitato, 1966
spray e grafite su carta e perspex, 100 x 52 cm
Collezione Intesa Sanpaolo
foto Paolo Vandrasch, Milano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023
Mario Schifano, A la Balla, 1965
smalto e grafite su tela, 150 x 200 cm Bruxelles, Collezione privata ®ArchivioMarioSchifano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

 

TUTTE LE STELLE, COMPAGNI, IL MONDO

Proseguendo con il percorso espositivo, connotano in una sala due grandi dipinti del 1968 intitolati Compagni e Compagni Compagni, di caratura politica. Schifano attinge dalla cronaca del tempo, “vedendo” la vitalità di quella “azione” trasformarsi in pura immagine che diventa non un manifesto, ma una icona. Le figure sono sagome, presenze senza colore. Così è per questi apparentemente bidimensionali moderni teleri, in cui egli crea la propria pittura come fosse un laboratorio di stamperia in presa diretta con la vita, l’immagine di massa, al di là di ogni senso puramente politico. Sono questi Compagni, associati a due opere dedicate al ciclo Tutte le stelle, una produzione felice legata alla vita notturna, alla psichedelia e anche al mito della propria nascita ad Homs, in Libia, alle sue notti da bambino e alle palme. Quegli astri sono anche nel cielo dei Compagni, come ricorda lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle (1936), e rappresentano “una fuga mitica, come provano le stelle sovrammesse alle figure. Stella per Schifano vuol sempre dire abbandono della realtà, prospettiva. Ora la rivoluzione, la Cina, i Compagni, sono una diversa oasi, ma sempre una oasi, un luogo dove concentrare le proprie mitologie”.

In questa sala, come preludio alla serie dei Paesaggi TV e delle tele emulsionate degli anni Settanta, è esposto Tableau peint pour raconter l’inquietude amoreuse de Susi del 1970, un paradiso inquieto e romantico che allucina e si distende in un montaggio cinematografico di immagini degne del regista Jean Luc Godard (1930-2022), che a differenza di ques’ultimo, sprofonda in una felicità quasi surreale.

Mario Schifano, Compagni Compagni, 1968
Smalto e spray su tela e plexiglas, 300 x 200 cm, Collezione privata, ®ArchivioMarioSchifano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

 

PAESAGGI TV E NEW MEDIA

Il rapporto dell’arte e degli artisti con i nuovi media è sempre stato ambiguo, da quando l’invenzione della fotografia ha insidiato l’esistenza stessa dell’arte, costringendo società ed élite a riflettere sull’essenza stessa del linguaggio artistico. C’è chi si rifugia in una concettualità linguistica e chi cerca di usare i nuovi media, chi li guarda con altezzoso sospetto e chi ne diventa un utilizzatore entusiasta. Schifano appartiene senz’altro a questi ultimi: umanamente non si pone il problema dei nuovi media, che nella nostra vita sono imprescindibili, mentre se lo pone intellettualmente come pittore, trovando soluzioni geniali che risolvono l’impasse tra pittura e strumento.

Per un breve periodo, tra il 1966 e il 1970, venne sedotto dal cinema, ma è la televisione a innescare la crisi e l’analisi più profonda. Con le opere i Paesaggi TV, iniziati nel 1969 e portati avanti per tutto il decennio successivo, Schifano mette in scena la nuova percezione del mondo, con tutta la sua carica eversiva. In queste tele emulsionate nulla è nascosto, ma tutto è incomprensibile. Non è un caso che in molti di questi paesaggi, sia la didascalia in campo a svelare l’immagine: Roma, Saigon, Fine delle trasmissioni, Ora esatta e In diretta dalla Luna; e il concetto di “quantità” di immagini che ci travolge costituisce il cuore dell’operazione artistica, assieme alla presenza della pittura che si è fatta macchia, supporto marginale della composizione.

allestimento mostra “Mario Schifano, il Nuovo Immaginario” a cura di Luca Massimo Barbero alle Gallerie d’Italia di Napoli (Roberto Serra / Iguana per Gallerie d’Italia)

Nella seconda metà del decennio, realizzò singolari “omaggi” agli artisti che lo hanno affascinarono, come Giorgio De Chirico (1888-1978) e Pablo Picasso (1881-1973), estrapolando da documentari in tv le loro opere o la loro vita, accentuando così il concetto di “filtro” sulla realtà e sull’arte: la realtà si allontana, nascosta dietro vari “gradi di separazione”. La tela emulsionata è anche il supporto della serie di grandi quadri di soggetto americano derivati dalle foto scattate durante il viaggio del marzo 1970, come Tutti morti, visibile in mostra in due versioni. Mostrandosi disarmata, inadeguata, come nella coloratura di Tutti morti, o anche di qualunque Paesaggio TV, la pittura esalta il suo contrario, la splendida, indifferente determinatezza di una nuova società dell’immagine.  

A conclusione della mostra, al piano terra, vi sono i cosidetti “grandi formati”, opere pittoriche che vanno oltre le solite proporzioni “borghesi” e domestiche. Solo dagli anni Cinquanta, soprattutto in America, dove gli spazi paesaggistici e urbani furono enormemente dilatati, le misure delle opere furono sempre più grandi. In questa “corsa” alla dimensione più ampia, Schifano è stato un precursore e il primo europeo a “sentire” la quotidianità in termini anche visivamente “invadenti”.

In Europa, negli anni Sessanta, è probabilmente l’unico artista che può vantare nel catalogo della sua pittura una maggioranza di “quadri grandi”, rispetto alla totalità della sua produzione su tela.

Mario Schifano Per esempio 1990
Acrilico su stampa in digitale a plotter su PVC, 650 x 500 cm Collezione Ovidio Jacorossi
®ArchivioMarioSchifano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

Così, decennio dopo decennio, la sua opera è punteggiata dal “grande formato”: da Bisogna farsi un’ottica a Io non amo la natura, ai tre grandi quadri per la Biennale del 1964, proseguendo per la serie Tutte le stelle e Festa cinese, (più di sette metri a celebrare il Sessantotto), e prima degli anni Ottanta realizzò diversi lavori come le Architetture, gli Orti botanici, gli Acerbi, singoli soggetti come La moglie del collezionista, o performance dimensionali da Guinness dei primati come l’atto del dipingere in piazza, fino ad approdare alle gigantesche opere in PVC.

In queste opere, Schifano sovrappone la pittura a immagini televisive scelte da lui nel flusso ininterrotto delle trasmissioni, nelle quali la dimensione costituisce un elemento determinante dell’immaginario dell’artista stesso, che in questo modo dimostra di poter “reggere” qualunque formato, anche in concorrenza con le tecnologie più spettacolari e scenografiche.

Le grandi opere in mostra sono il frutto di una committenza del 1990 e si sono miracolosamente salvate da un incendio che ha distrutto gran parte di questa produzione: qualche danneggiamento è tuttora visibile, ma è l’artista stesso considerò questi segni come l’emblema di vitalità delle sue opere oltre la potenza delle fiamme.

 

Mario Schifano
Ultimo autunno, 1964
smalto e grafite su tela, 179 x 140 cm
Collezione Intesa Sanpaolo
foto Paolo Vandrasch, Milano
© MARIO SCHIFANO, by SIAE 2023

 

Mario Schifano: il nuovo immaginario. 1960 -1990
Gallerie d’Italia – Napoli
Dal 2 giugno al 29 ottobre 2023

 

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