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Ad Astra. Gisella Chaudry in mostra a Monza

Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza
Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza
Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza

La galleria Maurizio Caldirola Arte Contemporanea presenta una selezione dei recenti lavori dell’artista siciliana Gisella Chaudry

Per aspera ad astra significa che nessun cammino è facile per arrivare alle stelle. Eppure, se esiste un luogo che l’uomo ha sempre interrogato per orientarsi nel suo viaggio terreno questo è il cielo notturno, con la sua tracciabile figurazione siderea. In altre parole, se è dura la via per le stelle, è nelle stelle che leggiamo il percorso di questo arduo cammino. L’arte di Gisella Chaudry (Palermo 1989) ha tradotto il detto latino nel duro apprendistato e nella difficoltosa via per l’affermazione del proprio linguaggio. Per certi versi, l’arte s’è sempre curata dei misteri pagani degli astri quasi scorgesse nella mappa celeste l’apparenza simbolica di una verità futura, una sorta di rivelazione alchemica nell’equilibrio cosmico, un Opus Magnum.

Quando siamo al cospetto dell’opera Punto di contatto (polistirolo e grafite, 200X200X10cmm, 2024) si ha l’impressione di trovarsi davanti a un disco astronomico o una porzione di suolo lunare, un meteorite caduto o davanti a una Nigredo, che in arabo leggiamo come l’etimo della parola “Alchimia”, cioè, al-kimiya. Quando poi ci s’accorge che quest’opera circolare è fatta di polistirolo ma sembra di pietra ci scopriamo vittime di una illusione cui ci s’aggrappa per dare, con la fantasia un senso al nostro sguardo, che, in sostanza, è quello di mettere il gioco la realtà, ossia di “fare finta che”. Ecco allora che quella superfice si trasforma in un magma ribollente, la pentola in cui si cuoce la stregoneria e il sortilegio dell’immaginazione in questo allestimento nello spazio della galleria Maurizio Caldirola Arte Contemporanea a Monza in via Volta 26 sembra ammantare tutta l’istallazione.

Circondati da una magia domestica vediamo gomitoli trasformarsi in pianeti e mestoli in strumenti di scultura: “grandi e circolari moduli di polistirolo nero-grafite sono marchiati a fuoco dalla parte convessa di mestoli e altri utensili da cucina scaldati ad alte temperature, spogliati quindi della loro originaria funzione per diventare anch’essi dispositivi artistici: le numerose forme concave, ottenute dalla combustione da contatto, evocano crateri e suggeriscono aspre superfici lunari” – dice Paola Stoppiana nella presentazione della mostra. Ecco, allora, che pian piano si svela il senso del titolo della mostra, alle stelle si può guardare anche da un osservatorio privato e attraverso il cannocchiale della creatività anche disponendo di strumenti prossimali che rovesciano l’aspettativa arrogante della prestazione tecnologica in una più mite simulazione che però si rivela potente gesto critico.

Questa logica low tech è, infatti, ancora capace di fare mondi. A tutto ciò si potrebbe obiettare che si tratta solo di una raffinata forma di Bricolage, ma ricordiamo che il bricoleur nell’antropologia strutturale è una vera e propria prospettiva operativa che usa strumenti selezionati direttamente dall’ambiente circostante ciò che si intuisce poter essere funzionale alla necessità di sopravvivenza, condizione esperita in situazioni di estraneità e urgenza, dove, la ricerca di soluzioni o verità si misura con la possibile validità strumentale degli oggetti più disparati. Qui si scopre il processo alchemico capace di mutare l’ordinario in straordinario, il relativo in assoluto, il microcosmo in macrocosmo. Per capirlo meglio, facciamo un esempio: prendiamo i giorni della settimana, sappiamo che il sabato, in inglese Saturday è il giorno di Saturno, Mercoledì quello di Mercurio, e ciò sino alla domenica, Sunday, appunto. La costruzione di un nostro sistema solare settimanale, moltiplicato nel corso degli anni, diventerebbe la galassia della nostra esistenza.

 

Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza
Gisella Chaudry, Ad Astra, Maurizio Caldirola Arte Contemporanea, Monza

Ecco allora come ciò che è banale scarto quotidiano si trasforma nella materia di cui è fatto il nostro cosmo privato. In un certo senso i gomitoli di Gisella Chaudry e i materiali da imballaggio sono questo. Uno spazio da percorrere con astronavi a vela, come la macchina a manovella Catartica, costruita da Gisella nel 2018 o scrutabile dalla piccola Stonehenge eretta a Bassano in Teverina (VT) magari utile alla ricerca di lontani pianeti popolati da città immaginarie. La cosmologia di Gisella Chaudry sembra perciò seguire una logica degna dell’immaginazione di Italo Calvino: “La grana dello spazio era porosa e accidentata da crepe e dune”. Spunta perciò l’ipotesi che questa oscurità alchemica, questa Nigredo, nasconda un disegno complesso e completo, una mappa stellare su cui leggere pronostici e misteri tra vorticose rivoluzioni.

Le cosmiche divagazioni di Gisella Chaudry non pretendono il rigore concettuale di una distanza misurabile con esattezza, hanno sempre un lato esposto al disfacimento, il gomitolo di lana si può srotolare trasformando la circonferenza compatta dei Moti (14 elementi, ferro, spago e lana, Misura variabile 2024) in una leggerezza lineare, in distanza, così come il piano di polistirolo può spezzarsi e cedere la solida atra apparenza alla fragilità della materia, tutto è perciò instabile e sospeso. A tenere insieme questo firmamento c’è solo la coerenza della visione, una visione tessuta con arcaica perizia artigiana. La stretta presa di Chaudry sull’inquadramento del cosmo è al servizio di un fato tutto personale che si mostra come un filo con cui risalire il tempo quasi fosse l’unico modo per far coincidere il proprio vissuto con la genesi del cosmo. In un certo senso Gisella Chaudry dà vita a una favola astronomica in cui non si misurano distanze siderali, ma si allestiscono orbite immaginarie di pianeti di lana in cui intrappolare la vita.

L’intera galleria, allora, si trasforma in un soffice planetario che sfugge al calcolo. In questo cosmo ci sono le Traiettorie ricamate, applicazioni su stoffe che offrono uno sfondo bianco o nero, al pari di dipinti su tela, appaiono “vessilli di altri mondi, che paiono evocare nebulose e galassie”, come ancora racconta la curatrice Paola Stoppiana nel testo in catalogo e dove – “Le forme, enigmatiche e fluttuanti, richiamano organismi monocellulari, ma e altresì evidente il rimando alle immagini che ci arrivano dallo spazio da potenti telescopi, qui solcate da linee candide, forse nuove costellazioni ancora da decifrare.”

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