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La Parigi-Dakar passa da Kinshasa. Due documentari raccontano la decolonizzazione africana

Louis Armstrong alla tromba in una scena di Soundtrack to a Coup d'Etat (2024)
Louis Armstrong alla tromba in una scena di Soundtrack to a Coup d’Etat (2024)

È risaputo che il fenomeno coloniale in Africa si sia concluso nel Novecento. L’eredità di questa fase storica è però ancora oggetto di aspra discussione sotto diversi punti di vista: dalle dinamiche che portarono all’emancipazione – concessione o sanguinosa conquista? – allo spesso incompleto processo di formazione di una nuova identità da parte dei Paesi sottomessi, fino a mettere in dubbio l’attuale, reale autonomia politica ed economica nei territori che ottennero l’indipendenza lungo il corso del ventesimo secolo

Tra le forme d’arte che tentano di esplorare i movimenti di decolonizzazione del continente africano c’è il cinema documentario. In particolare, due film come Soundtrack to a Coup d’Etat (2024) e Ndar, Saga Waalo (2025) – presentati da due festival internazionali: al Sundance Film Festival il primo e all’International Film Festival Rotterdam il secondo – rivolgono la propria attenzione rispettivamente al passato e al presente di due tra le Nazioni protagoniste delle lotte di liberazione coloniale come il Congo e il Senegal, mettendo in evidenza le problematicità che si nascondono dietro un processo di autodeterminazione per molti versi ancora incompiuto.

 

La locandina di Sountrack to a Coup d’Etat (2024)

Soundtrack to a Coup d’Etat, quinto lungometraggio dell’artista e filmmaker belga Johan Grimonprez – candidato agli Oscar del 2025 come Miglior documentario, il film verrà proiettato in anteprima a Milano, al Cinema Godard di Fondazione Prada, il 2 marzo alle 20:15 –, si concentra su un anno cruciale per il Congo e per molti altri Paesi africani: il 1960, quando furono ben 17 gli Stati che conquistarono l’indipendenza. Al centro della vicenda la figura di Patrice Lumumba, all’epoca Primo ministro della neonata Repubblica Democratica del Congo. Storico il suo discorso rivolto a Re Baldovino, che si era recato a Léopoldville (l’odierna Kinshasa) per presenziare la cerimonia d’Indipendenza: alla presenza del sovrano belga, Lumumba non mancò di criticare aspramente le politiche coloniali del suo governo. Pochi mesi dopo la sua elezione, venne ucciso in quello che si rivelò essere un colpo di stato orchestrato dall’Occidente.

 

Il Primo ministro del Congo, Patrice Lumumba, in una scena di Soundtrack to a Coup d’Etat

Il maggior merito del lungometraggio di Grimonprez è quello di mettere in luce aspetti meno noti della storia coloniale congolese, e di farlo grazie a una messa in scena innovativa, scandita dal ritmo sincopato della migliore musica jazz dell’epoca. Proprio la musica risulta fondamentale nella narrazione, tanto più laddove artisti simbolo come Louis Armstrong o Nina Simone svolsero un ruolo chiave nelle interferenze messe in atto dagli Stati Uniti in Congo subito dopo la dichiarazione d’indipendenza: inviati come ambasciatori musicali, distolsero l’attenzione dalle attività segrete della CIA, volte a contrastare i tentativi del nuovo governo congolese di sottrarre la ricca regione mineraria del Katanga al controllo delle potenze internazionali.

 

Il fiume Senegal in una scena di Ndar, Saga Waalo (2025)

Diversa la prospettiva di Ndar, Saga Waalo, diretto dal cineasta senegalese (nato in Francia) Ousmane William Mbaye, prodotto dalla storica collaboratrice – ed ella stessa regista – franco-senegalese Laurence Attali. Ambientato a Saint-Louis (Ndar in lingua wolof), città posta sulla foce del fiume Senegal, in passato capitale dell’omonimo Paese e di tutta l’Africa Occidentale durante la dominazione francese, il film guarda al passato dal punto di vista della contemporaneità, riflettendo sui costi dell’epoca coloniale e soppesando la sua eredità, frutto di un processo di mediazione tra punti di vista spesso opposti: chi condanna apertamente i soprusi subiti – le nuove generazioni – e chi fatica ad affrancarsi, sottolineando i meriti dell’amministrazione francese.

 

Il ponte Faidherbe di Saint-Louis in una scena di Ndar, Saga Waalo (2025)

Benvenuti a Saint-Louis, qui inizia il nostro viaggio”, ci dice il conducente di un piccolo carro trainato da un cavallo, mentre il film ci porta tra le strade della città senegalese, contraddistinte da architetture dallo stile inequivocabilmente coloniale. Lo sguardo di Mbaye non è inquisitorio, lascia che le rispettive voci – quelle della popolazione locale così come di storici e studiosi, mescolate con materiali d’archivio e riprese odierne della città – si esprimano liberamente per restituire senza filtri una realtà complessa come quella di St-Louis, dove gli stessi abitanti, in molti casi nati da unioni tra  Francesi e popolazione locale, sono testimonianza di un passato in cui due culture differenti si sono scontrate ma anche, inevitabilmente, amalgamate tra di loro.

 

Uno dei protagonisti di Ndar, Saga Waalo (2025)

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