
Fino al 25 maggio 2025 il Museo Diocesano di Milano ospita Attorno a Tintoretto. La Deposizione. Quattro artisti contemporanei sfidati da un capolavoro. L’esposizione a cura di Giulio Manieri Elia e Nadia Righi comprende una sezione, su progetto di Casa Testori e curata da Giuseppe Frangi, in cui opere di Luca Bertolo, Jacopo Benassi, Maria Elisabetta Novello e Alberto Gianfreda dialogano con il dipinto del maestro veneziano.
Accostare al gioco delle arti una sorta di consapevole continuità fra passato e presente pare improbabile oggigiorno. Nel dato di un mondo attanagliato da penetranti disturbi di ordine avveniristico, sembra decisiva, infatti, la forma di un cambiamento che tutti attendono, ma che pochi, fino a prova contraria, sono in grado di leggere in prospettiva. La mostra Attorno a Tintoretto, presentata nelle sale del Museo Diocesano di Milano, invece, riconsidera nei fatti un’ipotesi tutt’altro che dimenticata. Giusto è, in fin dei conti, il principio con il quale Giuseppe Frangi immagina quattro sezioni a se stanti in dialogo con la Deposizione, oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che Jacopo Robusti (Venezia, 1519-1594) dipinse intorno al 1560 per la Chiesa di Santa Maria dell’Umiltà alle Zattere.
Quattro stanze separate, ciascuna rispettivamente con un’opera scelta di Luca Bertolo (Milano, 1968), di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970), di Maria Elisabetta Novello (Vicenza, 1974) e del più giovane Alberto Gianfreda (Desio, 1981). Scelte queste che vanno pensate non nel paragone, ma nell’unicità che le contestualizza con un dipinto che, per stilemi vari, conduce la mente a ben altri risvolti storicoculturali. Nella sua armonica e sapiente mescolanza di particolari messi in luce e in ombra, il Tintoretto doveva aver saputo cogliere non solo l’effetto di una drammatica scena tratta dalla storia cristiana, bensì l’esposizione di una spiritualità partecipata.

Aveva saputo infondere nel quadro, come scritto da Carlo Federico Villa, “l’essenza del dolore di una tragedia terrena di sofferenza e perdita per rendere il suo messaggio comprensibile e condivisibile da chiunque”. Si dà adito, pertanto, alla insolita verosimiglianza di accostamenti che, malgrado tutto, danno credito al fondamento con cui il Tintoretto aveva concepito la sua opera. Come parte di una storia e di un tessuto culturale che riemerge oggi non per via di una continuità rappresentativa, poiché dovuta alla particolarità dell’individuo che la porta in essere.
Non vi è infatti alcuna possibilità di comparazione tra la Deposizione e le altre opere che le ruotano attorno, a meno di una assonanza che riguarda ogni lavoro allestito nella sua unicità. Quella di Alberto Gianfreda è di fatto una Materia comune (2025). Frantumazione di piatti di ceramica e la conseguente ricomposizione che permette di entrare nel valore della metafora. In un corpo ipotetico disegnato come adagiato, sostenuto da una catena in alluminio e circondato da una serie di sgabelli da museo. Un respiro per l’opera che non vuole avere nell’imitazione la sua zona di conforto e che, con buona pace di tutti, si permette di rimanere nel suo ambito.
Diversamente Maria Elisabetta Novello si avvale di versi tratti da Il canto delle crisalidi di Carlo Michelstaedter. Morte vita,/ la morte nella vita. Vita morte,/ la vita nella morte (2025). Così citano le due scritte nella cenere. E poco vale ogni sorta di analisi se si trova nel lavoro dell’arte la chiarezza desiderata. Una chiarezza tale che basta a se stessa. Ma così essendo, non trova, come nel quadro di Tintoretto, la sfumatura di una mozione che ci riguarda? Come una memoria quasi involontaria che si manifesta attraverso situazioni distanti e attuali, legate in un medesimo percorso. Una storia di cadute: non è forse in questo modo che l’arte stessa procede? Non genera altro generando se stessa?

La morte nella vita, la vita nella morte, al pari di una serie di “piccoli fallimenti” dovuti a quadri non riusciti e cuciti assieme da Luca Bertolo per la sua Veronica#1 del 2024. Fascinazione, perseveranza, decorso della pittura per se stessa. Accordo accidentale con i frammenti di tela con trame diverse tra loro che Tintoretto usava. L’opera “diventa un vissuto”, ha scritto Giuseppe Frangi, “un personale atteggiamento” che “coinvolge l’artista”, ma non solo, “come persona”, nella lungimiranza di una prospettiva.
1943 (2022) di Jacopo Benassi convoglia in sé più che un’immagine un percorso, un intreccio. Il nodo di un’esperienza che sostiene la fase pittorica di un artista diciottenne che nel 1989 aveva dipinto una copia della Deposizione di Caravaggio, di seguito appesa sopra il letto di sua mamma Giusy fino al 2022, anno della morte di lei. L’impronta del quadro rimasta impressa sulla parete diventa così il soggetto (matrice) di una fotografia a sua volta accompagnata da un altro scatto del comodino della stessa camera. Il “tempo di una vita” (Frangi) nell’insieme di una composizione permeata di momenti diversi, eppure sempre la medesima. Lo svolgersi di una vicenda, la creazione di un’immagine che diventa una storia e nel suo tessuto si fa carico di una tradizione.

