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Mats Nordstrom, Il mistero come metodo

Mats Nordstrom (Stoccolma, 1952) ha studiato matematica, ingegneria biochimica e arti grafiche in Svezia. Ha iniziato la sua carriera nella fotografia, lavorando come freelance a New York dal 1978, dove ha esposto tra New York e Boston. Nel 1995 si è trasferito a Toronto, approfondendo la sua ricerca tra fotografia, pittura, scultura, testo e musica. Tra i suoi progetti espositivi, Evidence of Impact esplora il concetto di impatto visivo e mentale. Dal 2023 vive in Montenegro, sviluppando temi legati ai simboli, alla comunicazione corporea e all’origine della scrittura. Ha esposto in istituzioni come il Museum of Modern Art e il Fotografiska Museet di Stoccolma. Le sue opere fanno parte di collezioni permanenti in musei e gallerie internazionali.

Ti va di parlarmi di come hai iniziato? Dipingi sin da bambino o è qualcosa che hai iniziato dopo?

Dopo. Ho deciso di frequentare un Istituto d’arte quando ormai avevo quasi preso la Laurea in Ingegneria. I miei genitori ovviamente speravano che mi trovassi un buon lavoro e diventassi un cittadino utile alla società, ma io ho risposto che non avevo ancora finito con gli studi, e sentivo di dover studiare arte. Poi non ricordo bene come o quando è successo, ero a un opening a Stoccolma e ho conosciuto una persona che mi ha invitato ad andare a New York. Ci sono andato 6 mesi dopo, e per 10 anni ho lavorato di fotografia prima di provare ad spiegare le mie ali con la pittura, dipingevo solo a casa e nessuno vedeva i miei lavori.

Mi ci è voluto tanto tempo per costruirmi una certa sicurezza in me e nei miei lavori, per iniziare a provare quel senso di appartenenza. La sicurezza in sé è qualcosa di ingannevole, certe volte ti senti forte e convinto di quello che stai facendo, e cerchi di rimanere in quel momento e in quella sicurezza, ma è qualcosa di veramente scivoloso e allo stesso tempo senti che ti sta scappando via e improvvisamente non ti senti più di trovare la tua strada. Poi a volte è meramente una questione di persone che incontri e che ti aiutano nel tuo percorso. Penso che per tutti ci siano periodi altalenanti, se penso ai miei picchi creativi dove mi sento di aver davvero creato qualcosa di nuovo e non stavo solo ripetendo una vecchia formula… saranno 5 o 6. Sai, una volta stavo ascoltando un’intervista di Laurie Anderson in cui diceva di essere una storyteller e lì è stato proprio il momento in cui ho realizzato di non esserlo, per me il punto è il mistero.

Quando mi imbatto in qualcosa di misterioso è quando comincio a sentirmi coinvolto, allora cerco di decifrarlo e mi chiedo cosa significhi per me: perché lo sto scegliendo?

Hai un metodo per lavorare su queste, diciamo, intuizioni? È una sorta di processo introspettivo?

In realtà non ho un metodo se non il mistero, e non saprei come altro spiegarlo. Non penso al pubblico finché non arriva il momento di esporre, che sia in una galleria o in un museo, ma le persone rimangono un elemento esterno al mio processo creativo, la parte del fare è un mio personale viaggio. Tendenzialmente non do nemmeno troppe spiegazioni, per me un lavoro funziona se parla da sé.

Mi raccontavi che inizialmente lavoravi come fotografo.

Sì, per un periodo.

C’è un momento preciso in cui le cose sono cambiate e sei passato alla pittura? C’è una ragione in particolare?

Premettiamo che tutto il mio lavoro fotografico è commerciale, e io ho sempre voluto lavorare in senso non commerciale. La pittura è sempre stata lì, nel retroscena. Nei primi anni 2000 sono stato invitato a esporre in Repubblica Ceca e lì ho trovato quel confidence boost di cui avevo bisogno. Poi sono tornato in Svezia perché mio padre stava morendo, e in quel momento c’è stato quel cambio di paradigma di cui parlavamo, ho cominciato ad essere un po’ più coraggioso nel fare ciò che volevo fare veramente, dipingere. È un lungo e lento processo, non è ancora finito, ma da “vecchio artista emergente” ho la sensazione di imparare costantemente cose nuove, ogni giorno, è una ricerca che va avanti.

Poi non rinnego la fotografia, mi ha insegnato anche un sacco di cose come giocare con i bilanciamenti, ma da quando sono arrivate le fotocamere nei telefoni e sono scomparse le camere oscure… non so, mancando il processo umano nella produzione anche la fotografia diventa meno interessante per me. E poi è come se ora non ci fosse più spazio per errori, ma gli errori sono molto importanti e voglio davvero mettere l’enfasi su questa cosa, perchè l’imperfezione è proprio parte del processo creativo in molti miei lavori, lasciare che le cose si presentino e siano spontaneamente. Una buona dose di casualità per me è sempre necessaria, a volte sono semplicemente nel mio studio e sto leggendo o ascoltando la radio, ricaricando le energie insomma, quando qualcosa casualmente attrae la mia attenzione. A volte succede mentre cammino, la casualità e la possibilità dell’errore sono imprescindibili per me.

Se non sbaglio la maggior parte dei tuoi lavori è su carta, ti attrae qualcosa in particolare del materiale?

Mi piace molto come qualunque cosa entri in contatto con la carta ne diventi parte, la penetra, non rimane solo in superficie. Mi capita di dipingere su vetro e poi trasferire su carta, e il passaggio dalla pittura vetro alla carte è qualcosa di misterioso molte volte, non sai davvero come sarà il risultato finale perché banalmente dipende da molti fattori: quantità di prodotti, pressione che fai sul trasferimento, velocità di movimento e così via. Una cosa che mi interessa molto nell’ultimo periodo sono i simboli, questa sorta di conversazione silenziosa che avviene tra le persone senza l’uso di parole, come anche le espressioni del viso, è incredibilmente affascinante per me poter sentire l’energia tra due persone, come siano o meno in sintonia, senza prestare attenzione a quello che si dicono.

È qualcosa a cui sto prestando molta attenzione anche io ultimamente. Tutti continuano a dirmi che sono una persona particolarmente espressiva, ma ovviamente io non ho idea di cosa voglia dire perché non mi vedo quando parlo e tendenzialmente non parlo davanti allo specchio. È qualcosa che mi fanno notare ma su cui io non ho alcun controllo. Mi piaceva quello che stavi dicendo, di cogliere le dinamiche tra persone attraverso le loro espressioni, che poi riflette il loro personale modo di stare al mondo, diverso per ciascuno.

Hai mai provato a osservare le persone che corrono, ma anche solo che camminano? Prova in riva al mare, guarda come ciascuno ha un diverso modo di avvicinarsi e di muoversi arrivando all’acqua. È bellissimo, prova.

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