
Due antichi manufatti Khmer sono stati ufficialmente restituiti alla Cambogia nel corso di una cerimonia tenutasi presso l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan.
Le due sculture in pietra, risalenti all’XI e al XII secolo, erano state trafugate e introdotte illegalmente negli Stati Uniti attraverso una complessa rete di contrabbando internazionale. Il loro recupero rientra in un’indagine più ampia su un circuito globale di traffico di antichità, tra cui figurano le attività illecite del noto commerciante Subhash Kapoor.
Uno dei reperti restituiti è la Testa di un sovrano, un manufatto dell’Impero Khmer in stile Angkor. L’opera, che porta evidenti segni di danni recenti, sarebbe stata rimossa con violenza dalla sua collocazione originale prima di essere immessa nel mercato nero dell’arte. L’altro pezzo, il Grey Sandstone Torso, raffigura una figura maschile e risale al periodo Baphuon, un’epoca di transizione tra Induismo e Buddismo nella cultura Khmer. Il torso fu custodito in Cambogia fino agli anni ’70, quando la guerra civile ne favorì il saccheggio. L’opera riapparve nel 1981 in una casa d’aste di Londra e, dopo essere passata di mano tra collezionisti privati, fu sequestrata nel 2024 a New York.
“Siamo orgogliosi di aver contribuito al rimpatrio di oltre 30 pezzi alla Cambogia solo negli ultimi anni“, ha dichiarato il procuratore distrettuale Alvin Bragg, elogiando il lavoro degli investigatori nel contrastare il traffico illecito di beni culturali.
Le sculture rientrano in un più ampio recupero di opere legate a Kapoor, arrestato nel 2012 e condannato nel 2022 in India a dieci anni di carcere per traffico di beni culturali. Dal 2011, le autorità statunitensi hanno recuperato oltre 2.500 manufatti legati a Kapoor e alla sua galleria Art of the Past, con numerosi reperti già rimpatriati in vari paesi, tra cui India, Nepal, Pakistan e Cambogia.
L’inchiesta ha messo in luce come il mercato dell’arte spesso funzioni come un meccanismo di history laundering, un processo simile al riciclaggio di denaro: la provenienza delle opere rubate viene alterata o occultata per facilitarne la vendita come beni legittimi. Il caso delle sculture Khmer dimostra come manufatti saccheggiati vengano inseriti nel circuito commerciale con documenti falsificati, conferendo loro una patina di legalità.
Il traffico illecito di antichità khmer affonda le radici nel passato coloniale e nei conflitti moderni della Cambogia. Durante il dominio francese nel XIX e XX secolo, le missioni archeologiche portarono alla rimozione di numerosi reperti destinati a musei e collezioni private europee. Un caso emblematico fu quello dello scrittore André Malraux, arrestato nel 1923 per aver trafugato bassorilievi dal tempio di Banteay Srei.
Nel periodo post-coloniale, la Cambogia subì un’ondata di saccheggi favorita dalla guerra civile (1970-1975) e dal regime dei Khmer Rossi (1975-1979). Durante questi anni e nei decenni successivi, molti templi furono depredati, con opere d’arte che finirono sul mercato nero attraverso il confine thailandese. Negli anni ’90, il traffico riprese vigore a causa dell’instabilità politica, con numerosi manufatti venduti a collezionisti e istituzioni occidentali.
L’episodio della restituzione di questi due manufatti Khmer solleva dunque interrogativi più ampi sulle responsabilità del mercato dell’arte e delle istituzioni internazionali nella conservazione del patrimonio culturale sottratto alle nazioni d’origine.