19 Settembre 2026 15:01

Dipingere il buio

Gustave Doré, inferno canto 17, particolare
Gustave Doré, inferno canto 17, particolare
L’artista Bruno Ceccobelli rivolge uno sguardo metafisico all’attualità condannando le guerre, immergendosi nel buio della storia

Come dipingere il buio? Come dipingere l’inconscio? Come dipingere l’ignoranza? Come dipingere il male e soprattutto come si può dipingere la guerra? L’arte può disarmare il mondo? Sì! l’Arte Trascendentale è più potente di una bomba atomica; è l’alfabeto spirituale della nostra esistenza, un’arte che non dipinge oggetti, ma idee sublimanti; addita le radiose epifanie simboliche metafisiche, ha questo potere miracoloso di scardinare le schiavitù mentali e corporali ridando un’anima ad ogni persona. La Civiltà Estetica, che non è rappresentata dall’ONU, è pacifica e amorosa perché creativa; sorregge l’anima del mondo più dell’economia FMI.

“La danza della morte” esistenziale dell’Occidente è iniziata a partire dal suo potere relativistico e dal suo riduzionismo, fonti del pensiero materialista razionale ateo che riproducono la piovra sc(h)ienziata, madre della Big Tech, a portata di manolesti tecnocrati. Come descritto dallo storico e filosofo tedesco Oswald Spengler (1880-1936) nei due celebri tomi de Il tramonto dell’Occidente (scritti tra 1918 e il 1922) il quale così si esprime: “l’uomo faustiano che ha ucciso Dio e diventando schiavo delle sue creazioni… ora viene automatizzato dalle macchine e non avrà più sosta, né potrà tornare indietro; in questa civiltà tecnocrate tutti sono schiavi di quel potere occulto demoniaco della macchina”.

2 B-2 Spirit
2 B-2 Spirit

Si sa, la gioventù ci porta molti ormoni, sfrontatezza e fieri ideali, anche sbagliati, da difendere…; in arte anch’io negli anni Ottanta mi adoperavo con questi requisiti e per di più impavido, sapendo che socialmente partivo da zero* e quindi andavo a ruota “libera” perché sentivo di non perdere niente. Ho sempre ritenuto più importante di me stesso la dignità e qualità del mio lavoro etico-artistico, inteso come icone da comunione, per questo, cavallerescamente, ho combattuto e ho sofferto per mettere al primo posto la sacralità delle opere che ritenevo e ritengo ancora metafisiche; tutt’ora la mia opera è il mio scudo superbo e come un don Chisciotte qualunque, “pennello in resta”, ho sempre contestato i mulini a vento mercantili e i loro Sancho Panza prezzolati.

Negli anni Ottanta, come negli anni Sessanta, ci fu, per il nostro paese, un altro boom economico e questo combaciava, fortunatamente, con la mia maturità artistica. A metà di quel decennio ero conosciuto in Italia non per essere approdato in alcune determinate gallerie (passando dalla serie B alla serie A), ma per aver rinunciato a quelle gallerie rappresentanti le prime categorie, rotture spesso suffragate da mie missive incisive spedite ai galleristi più importanti! Non furono mai spaccature per soldi, no, no, per quello sono “magnanimo”, però allora ero fermamente indiscreto, mi scontravo con le loro scelte estetiche da “botteghino”… il mio presupposto è sempre inviolabile: prima la qualità e poi la pagnotta.

Così all’inizio del 1986 lasciai, dopo tre anni di rapporti, anche la famosa galleria internazionale Sperone Westwater (con qualche soddisfazione dei miei colleghi di scuderia); allo stesso tempo, un giorno, durante la premiere di una mostra alla galleria Giulia, nel centro di Roma, mi avvicinò un signore distinto, prestante, vestiva British, alto quasi quanto me, capelli brizzolati, sopracciglia folte e pupille che cercavano altre pupille, prontamente allungò la sua mano verso la mia, dicendomi: “Ceccobelli, sono Giorgio Marconi”.

1988, Giorgio Marconi e Bruno Ceccobelli, Caffè Florian Venezia
1988, Giorgio Marconi e Bruno Ceccobelli, Caffè Florian Venezia, foto di Alberto Favaretto

Conoscevo bene la “galleria” Marconi di Milano** al centro della nostra capitale degli affari; lo spazio d’arte più establishment e trendy della “Milano da bere”; una bella e moderna galleria su quattro piani collegati da un montacarichi giallo e scale moderniste intorno al vano ascensore, all’ingresso a pianoterra, un bel cortile annesso, interno a quello stabile ottocentesco e accanto c’era allora anche una corniceria in via Tadino 15-17. Giorgio mi parlò spedito, io non lo conoscevo di persona e tenendomi la mano un po’ più del solito disse: “So che hai avuto problemi con Sperone, se vuoi un posto a Milano, chiamami vieni a trovarmi”. Finì fissandomi: “Ci siamo spiegati?”… l’incontro sembrava più che positivo.

In quel momento pensai che, come non mai, il detto romano: “…morto un Papa se ne fa un altro” fosse così pertinente per me. L’affascinante spazio di Giorgio non si chiamava galleria, ma Studio Marconi Centro Culturale; questo gallerista “gentlemen” ci teneva a considerarsi più un proprietario di cenacolo d’artisti che gestore di una piazza d’affari. Quando andai a trovare Giorgio Marconi (1930-2024) nel suo centro culturale, per prima cosa mi fece incontrare i suoi artisti amici intellettuali, tutti con più anni e notorietà di me***.

Lo Studio Marconi, per gli standard del tempo, mi appariva davvero come una vera rarità nazionale, lo spazio era sempre molto visitato, un via vai come un vero piccolo museo, che aveva, per il minuto mantenimento, molto personale tecnico professionale. Ogni giorno, in quella “galleria”, nel tardo pomeriggio meneghino, avveniva il rito del the e solitamente prendevano corpo discussioni brillanti tra colleghi; il ritrovo avveniva su, al terzo piano, di fronte alla segreteria e vicino allo studio di Giorgio, e lì lui c’era sempre, tutti seduti comodamente su ottime poltrone grigie Le Corbusier-Cassina.

Giorgio prima ascoltava silenzioso e serio, poi diceva la sua con parole taglienti e decisive e nessuno si appellava, un vero team leader. Il Marconi ereditò dal padre Egisto, corniciaio, un lato artistico poco conosciuto e amava sfidare i suoi amici artisti nel disegnare e realizzare delle apposite e assonanti cornici per le loro opere, ci teneva a forgiarle con dovizia e ci azzeccava, i suoi artisti lo riverivano.

Giorgio Marconi incorniciato (particolare), 1982, foto di Giuseppe Pino
Giorgio Marconi incorniciato (particolare), 1982, foto di Giuseppe Pino

Nel mese di maggio del 1987 feci la prima personale allo Studio Marconi dal titolo: “Letto nel buio”; mi fecero un piccolo catalogo**** con un mio scritto di cui voglio riportare la frase finale: “Ricevi la mia luce nera, fatti ungere di bellezza le membra, accoccolato scivolerai sulla tua direttiva, sei nella durata dentro il tunnel del senso ritrovato, ricompreso”. Letto nel buio, significa leggere l’opera dentro la sua parte “invisibile”, la luce nera del buio è pari alla “materia oscura” in astrofisica, una forza segreta, misteriosa, astratta, da me pensata come una maieutica doppia luce.

''Palmina'' Bruno Ceccobelli, 1986
”Palmina”, Bruno Ceccobelli, 1986

Fra gli interessanti artisti stranieri storici che la “galleria” Marconi esponeva, c’era l’ironico dadaista-surrealista Man Ray; l’esponente del gruppo Ton-Fan, il pittore cinese zen di Taipei Hsiao Chin; l’artista pop inglese Joe Tilson, con il quale negli anni novanta diventammo ottimi amici; ma la mia curiosità estetica, istintiva per l’occulto, si focalizzò sull’unica artista astrattista donna, Sonia Delaunay.

Sonia Delaunay
Sonia Delaunay

La pittrice Sonia Terk (1885-1979) nasce a Hradyz’k in Ucraina e morirà poi a Parigi; ebrea della diaspora, studiò arte a San Pietroburgo e a Karlsruhe in Germania; nel 1906 era già a Parigi dove studiò all’Académie de La Palette e nel dieci sposò, in seconde nozze, il pittore Robert Delaunay. “Vissi d’arte, vissi d’amore”, Sonia e Robert, una coppia e un sodalizio artistico unico nel panorama dell’arte astratta del Novecento europeo; affiatati nell’amore del colore puro e nelle arti applicate, condividevano convinti lo studio, la pittura, lo stile e le vibrazioni.

Le loro opere erano dinamiche e affascinanti e per alcuni versi tra di loro indistinguibili, sembravano fatti a quattro mani, se pur i quadri di Robert erano formalmente più geometrici e in quelli di Sonia c’era anche l’influenza romantica delle opere raggiste proprie dell’arte russa, arte dell’astrazione pura così come intesa da Kazimir Malevič. Sonia, nei primi anni del ‘900, già sotto l’influenza di Kandinskij e di Paul Klee si ritrovò, insieme al marito Robert e a Jacques Villon, Fernand Léger, František Kupka… a far parte del gruppo del Cubismo Orfico sponsorizzato dal poeta Guillaume Apollinaire nella rivista d’arte Section D’or.

Manifesto La Section d'Or, 1920
Manifesto La Section d’Or, 1920

Il mito di Orfeo, musico e poeta Tracio, è il simbolo che rappresenta nella cultura Greca e in quella Occidentale l’archetipo ideale dell’artista vero ed eterno: colui che, per poter creare e ritrovarsi, discende perfino nell’Ade, il regno dei morti, rinvenendo così la sua sposa Euridice, la sua anima. Orphéus (che significa in greco oscuro) è l’artista che può calarsi coraggiosamente nel buio del proprio inconscio, delle tragedie e della morte solo grazie alla sua arte metafisica; la sua musica e la sua armonia incantano la natura tutta e così finalmente può inabissarsi nei misteri della verità. Il pittore francese Robert Delaunay nacque nel 1885 e morì 1941; era un ottimo allievo dei fauves e poi dei post-impressionisti, passò anche attraverso il cubismo analitico; invece le prime opere d’arte astratte fatte da Sonia furono delle coperte per il figlio Charles Delaunay!

 

Sonia Delaunay, coperta per il figlio Charles, 1911; Sonia Delaunay acquarello
Sonia Delaunay, coperta per il figlio Charles, 1911; Sonia Delaunay, acquarello

Dal 1925 al 1930 Sonia aprì un Atelier di vestiti a Parigi; “Robe Simultanée” era il marchio di moda per la sua maison, l’artista esaltava con degli “assemblaggi simultanei” forme colori e texture di contrasto, esprimendo nell’insieme delle forme la loro vitalità tonale… Sonia, pittrice creativa radicale, diceva: “L’arte è tutta intorno a noi”, continuò a progettare stoffe, vestiti, foulard, cappelli, costumi, scarpe, paralumi, ombrelli, rivestimenti interni e capote per auto, decorazioni murali e illustrazioni… fino gli anni Sessanta.

Sonia Delaunay, moda vestiti; Sonia Delaunay, moda carrozzeria
Sonia Delaunay, moda vestiti; Sonia Delaunay, moda carrozzeria

Nei suoi lavori presenti alla “galleria” Marconi subito ritrovai in lei la stessa poetica visionaria teosofica della pittrice svedese Hilma af Klint, una somiglianza spirituale la loro. I coniugi Delaunay esprimevano una filosofia d’arte d’avanguardia come oggetti domestici, essi non erano differenti dalla moda, dalle decorazioni o dal design; gli autori erano fermamente convinti, come del resto teorizzato dai costruttivisti russi, che l’arte astratta dovesse avere una risonanza nella vita collettiva: funzionale, indossabile, abitabile, cioè praticabile, abolendo così i confini tra astrazione e consumismo.

Durante le due guerre mondiali, a causa delle sue origini razziali, Sonia Delaunay insieme al marito dovettero espatriare prima in Spagna e poi in Portogallo, ma considerando la sua Vis, seppe sganciare la sua “bomba intelligente”, la sua arte.

“Ta-pum Ta-Pum, Ta-pum
Ta-pum, Ta-pum, Ta-pum, bim, bum, bam”
“con quei tubi di gelatina tutti in aria faseva saltar.”
“Fior di sangue d’ogni contrada”.
“La pace non trovò né oppressi, né stranieri.”
“L’è stato il fumo della mitraglia che mi ha cangià color,
ma i tuoi color ritorneranno questa sera a far l’amor”
(strofe prese dai canti della grande guerra mondiale in Friuli Venezia Giulia )

Un’umanità spiritualmente morta è sempre pronta ad una guerra… mentre, per fortuna, in un altro angolo del mondo un “Dio” creatore ci incoraggia ad essere creatori come lui.

*Da zero: essendo nato in un paesino nella campagna umbra a Pontenaia a sud di Todi, da una famiglia di mezzadri; arrivammo a Roma nel 1964 con un debito di un milione verso i nostri parenti, un pizzo amministrativo richiesto per poter lavorare in città.
**A Milano avevo già rapporti con la galleria di Luciano Inga Pin – Il Diagramma dove esposi con una personale nel 1982 e con la galleria di Salvatore Ala che realizzò una mia personale a N. Y. 1983.
***L’atmosfera culturale e politica che trovai allo Studio Marconi era ben diversa da quella “labile” della scena contemporanea romana, in quel contesto risultavo essere l’artista junior; in una prima fase di introduzione furono tutti contenti del nuovo acquisto, l’unico oriundo “romanesco”. Giorgio mi presentò i suoi amici critici e artisti milanesi (purtroppo alcuni di questi sono passati a miglior vita) come il vivace Francesco Leonetti, l’acuta Natalia Aspesi e il sornione Dario Fo, a seguire artisti simpatici e bravi come Emilio Tadini pittore, critico e letterato, Enrico Baj anche lui artista e critico con il quale facemmo lavori a quattro mani, Arnaldo Pomodoro che divenne un mio collezionista, Giuseppe Maraniello eccellente scultore, il divertente Lucio Del Pezzo, l’architetto Gianfranco Pardi, il maestro dell’acquarello Davide Benati, l’astrattista Enzo Esposito, il funambolico Aldo Spoldi, il sempre sorridente Joe Tilson… con costoro mi legai per lungo tempo e insieme facemmo mostre collettive anche con altre gallerie.
****A quell’epoca le gallerie italiane, per i giovani artisti, non erano avvezze a pubblicare cataloghi, invece Giorgio mi premiò, non solo… a mostra iniziata mi prese da parte e sottovoce disse: “Quanto vuoi per tutta l’esposizione?”; fu generoso e diverso dai suoi colleghi; con lui esposi in due personali, con grandi opere, e nel tempo in cinque collettive.