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Modernismi. La Venezia Giulia fra Liberty e Art Déco in mostra a Trieste

Umberto Schiavon, Mode Perini, anni 20 Umberto Schiavon, Mode Perini, anni 20
Umberto Schiavon, Mode Perini, anni 20
Umberto Schiavon, Mode Perini, anni 20
La mostra al Museo istriano di Trieste propone una narrazione delle arti nel loro farsi quotidiano, tra Liberty e Déco, nella Venezia Giulia

Ci sono territori che non si raccontano per linee rette, ma per stratificazioni. La Venezia Giulia è uno di questi: una terra che ha imparato presto a convivere con il passaggio, con l’altrove, con l’idea che il nuovo non sia una rottura ma un innesto. Tra l’inizio del Novecento e gli anni Trenta, questo spazio di confine diventa un luogo di assorbimento e trasformazione, dove stili, linguaggi e sensibilità si depositano nelle città, negli oggetti, negli interni domestici.

La mostra in corso al Museo istriano di Trieste, a cura dell’I.R.C.I. – Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, sceglie di raccontare proprio questa tensione fertile: non una storia dell’arte in senso stretto, ma una narrazione delle arti, osservate nel loro farsi quotidiano, tra Liberty e Déco, tra ornamento e semplificazione, tra desiderio di modernità e memoria.

Il percorso si muove tra Trieste, Fiume e la Dalmazia, evitando confini rigidi. Architettura, scultura, pittura, illustrazione, arti applicate, artigianato e cultura del “costume” convivono in una narrazione corale. Emergono artisti che qui sono nati o si sono formati, altri che hanno trovato altrove la propria fortuna, altri ancora che, pur lontani, hanno prodotto opere destinate a questa terra. Ne risulta un mosaico irregolare, ma vivo, in cui ogni frammento contribuisce a definire un’identità aperta e mobile.

 

Un'opera di Argio Orell
Un’opera di Argio Orell

Tra Liberty e Déco, la Venezia Giulia si racconta anche attraverso ciò che spesso resta nascosto: gli interni, gli arredi, gli oggetti che abitano il quotidiano. Dietro le facciate ornate dei palazzi liberty, con le loro linee morbide e floreali, si scopre un universo domestico sorprendentemente aggiornato. In pochi decenni, porcellane, ceramiche, vetri, bronzi, pannelli decorativi entrano nelle case, testimoniando una sensibilità attenta al meglio della produzione europea.

Non è difficile immaginare, tra Trieste, Pola, Fiume e Gorizia, un servizio di bicchieri disegnato da Josef Hoffmann, un piatto della Wiener Werkstätte, una figura in bronzo di Demétre Chiparus, un vaso di Émile Gallé o una ciotola di René Lalique. Ma la sorpresa sta altrove: anche in abitazioni non particolarmente agiate trovavano spazio una ceramica Lenci, una testa femminile ideata da Sandro Vacchetti, una piastrella di Gio Ponti, un pochoir di Brunelleschi o un bronzo – talvolta persino un bucchero – di Duilio Cambellotti. L’arte, qui, non resta confinata all’élite, ma entra con naturalezza nella vita quotidiana.

Il Liberty segna profondamente il volto delle città. Basta camminare per Trieste o per Fiume per incontrare facciate, portali e decorazioni che parlano di una stagione progettuale intensa. Architetti celebri e altri oggi meno noti dialogano con decoratori e scultori, intrecciando suggestioni secessioniste, echi di japonisme e geometrie ispirate alla Wiener Werkstätte. Fiori stilizzati, come la rosa di Charles Rennie Mackintosh, ritornano sulle superfici architettoniche come un segno condiviso, quasi un linguaggio comune.

 

Il calendario 1926 di Giulio Toffoli
Il calendario 1926 di Giulio Toffoli

Il Déco, invece, si afferma in modo più silenzioso. Raramente domina le architetture, ma prende forma negli oggetti e negli interni. È dentro le case che le linee si fanno più essenziali, le superfici più levigate, l’eleganza più controllata. Una modernità che non urla, ma si diffonde con discrezione.

La scultura accompagna questo passaggio con traiettorie diverse. Dai lavori di Ruggero Rovan e Ivan Rendić si passa alle esperienze di Giovanni Marin, che attraversa il Liberty per poi superarlo, fino alle ricerche di Attilio Selva. Centrale è il ruolo di Franco Atschko-Asco, insieme ai suoi allievi, in un percorso che gradualmente si apre a soluzioni più moderne. In questa direzione si muovono anche Marcello Mascherini e Ugo Carà, giovanissimi, già capaci di dare forma a una scultura proiettata verso il Déco.

Pittura e illustrazione rendono ancora più complessa la mappa. In Venezia Giulia le etichette sembrano scivolare via. Rudolf Kalvach, viennese-triestino, sfugge a ogni definizione univoca: le sue xilografie del porto di Trieste convivono con l’esperienza alla Wiener Werkstätte, tra cartoline dai colori netti e figure grottesche sospese tra Secessione e sperimentazione grafica.

Argio Orell, formato a Monaco e allievo di Franz von Stuck, attraversa una fase secessionista prima di avvicinarsi ai linguaggi del Novecento. Un percorso simile caratterizza Vito Timmel, che guardò a Gustav Klimt come modello ideale, lasciando opere di intensa suggestione klimtiana prima di orientarsi verso esiti leggibili in chiave déco. In questo passaggio si inserisce Umberto Schiavon, allievo di Orell, meno noto ma di grande raffinatezza, capace di tradurre il transito dal Liberty al Déco in immagini di rara efficacia decorativa.

 

Umberto Schiavon, Innocenza, la Leda e il cigno, anni 10
Umberto Schiavon, Innocenza, la Leda e il cigno, anni 10

Il Déco trova una voce particolarmente autentica in Mariella Polli, in arte Popi. Attiva negli anni Trenta come figurinista, Popi interpreta l’Art Déco con leggerezza e precisione: figure femminili eleganti, profili stilizzati, colori pastello, argento e porporina. Le sue “donnine”, frivole e sofisticate, dialogano idealmente con le esperienze di Gio Ponti e con la grafica più avanzata del tempo.

Forse, osservando queste opere, si potrebbe pensare che tutto questo sarebbe potuto accadere ovunque. Ma non ovunque esiste un mare che porta idee, navi e forme; non ovunque l’arte entra così naturalmente nella vita di tutti i giorni. La Venezia Giulia, tra il nascere del Novecento e gli anni Trenta, ha saputo trasformare il passaggio in identità, l’incontro in linguaggio, la contaminazione in stile.

Tra Liberty e Déco, ciò che emerge non è solo una sequenza di oggetti o di nomi. Ma una mentalità: la capacità di riconoscere il valore del nuovo senza rinnegare il passato, di accogliere l’arte anche nelle piccole cose. Questa mostra ne offre frammenti, indizi, tracce. Quanto basta per comprendere che la modernità, qui, non è mai stata un gesto isolato, ma una pratica condivisa. La mostra, accompagnata da un ricco catalogo, sarà visitabile fino al 1° febbraio 2026.

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