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Pop Bites: mangiare l’arte senza chiedere permesso

Francesco De Molfetta per Pop Bites
Giuseppe Veneziano, Lost in the Supermarket, 2022, acrilico su tela, cm 70×100
Ci sono serate in cui l’arte smette di stare buona al suo posto, si siede a tavola e comincia a parlare con la bocca piena. “Pop Bites nasce esattamente lì”: nel punto in cui la cultura decide di sporcarsi le mani, e magari anche il tovagliolo.

Tra gennaio e marzo 2026, Milano, Bologna e Venezia diventano le tappe di una piccola tournée neo-pop che non ha niente del vernissage compassato e molto dell’incontro ravvicinato: una sera soltanto, ogni volta. Una mostra, uno showcooking, un artista che non si limita a farsi guardare ma accetta la sfida più antica del mondo: condividere.
L’idea è di Giorgio Chinea Canale, che da tempo lavora su quella zona franca che sta tra l’arte relazionale e il gioco serio. Qui il gioco è evidente: trasformare un artista in un piatto, un’estetica in gusto, una visione in qualcosa che passa dalla bocca prima ancora che dagli occhi. Ma come spesso accade, dietro al sorriso c’è una faccenda tutt’altro che leggera.
Pop Bites è promosso da Francesco Noto e da FGN Consulting, una realtà che viene dal marketing finanziario ma che negli ultimi anni ha deciso di investire in un’altra moneta: il tempo lungo della cultura. Dopo la mostra “Neo Pop: perenne metamorfosi di un mito” a Cortina, questo nuovo progetto rilancia e allarga il campo guardando già oltre, con l’annuncio di una fondazione dedicata all’arte contemporanea che nascerà a Milano nel 2026. Non un’operazione vetrina, ma la costruzione di uno spazio reale, aperto, dove l’arte torni a essere un fatto pubblico.

Francesco De Molfetta per Pop Bites

Il debutto è affidato a Francesco De Molfetta, il 28 gennaio a Milano, nello spazio DOTS. De Molfetta gioca in casa e gioca duro: il cibo come feticcio, come promessa infantile che si trasforma in dipendenza adulta. La serie Killer a sorpresa prende l’ovetto più rassicurante dell’immaginario collettivo e lo rende ambiguo, quasi minaccioso. Colori brillanti, superfici perfette, e sotto una domanda che non è mai innocente: cosa stiamo davvero consumando, quando consumiamo?
È un Neo Pop che non si limita a citare il consumo, ma lo mette in scena come una commedia nera. E non è un caso che tutto questo avvenga mentre si cucina davvero, mentre il gesto creativo si fa manuale, concreto, condiviso. Qui l’eredità va da Tiravanija a Manzoni, passando per quel desiderio antico – quasi romantico – di diventare altro, di trasformarsi. Anche Keats, se fosse dei nostri, probabilmente avrebbe chiesto il bis.

Giovanni Motta, Universal, 100×100 cm

Dopo Milano sarà la volta di Bologna, con Giovanni Motta e il suo immaginario sospeso tra infanzia e digitale, e poi Venezia, dove Giuseppe Veneziano chiuderà il cerchio con la sua consueta capacità di mescolare icone, storia dell’arte e nervi scoperti del presente. Tre artisti diversi, un’unica linea: il Pop come lingua viva, che non chiede permesso e non fa sconti.
“Pop Bites” funziona così come un esperimento: un tentativo di rimettere l’arte dentro la vita, non come intrattenimento ma come esperienza condivisa. Si guarda, si mangia, si parla. E per una sera, almeno, la cultura smette di essere una cosa da spiegare e torna a essere una cosa da vivere. Con le mani, con la testa, e sì, anche con lo stomaco.

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