
Un incarico, una mostra, una collaborazione. Oppure l’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, un incontro, un invito, una conversazione. Con il format “La svolta” chiediamo ai protagonisti del sistema dell’arte di raccontarci quando e come è partito tutto. In questo settimo appuntamento ci risponde l’artista Gian Maria Tosatti
Perseveranza, studio, coraggio, creatività e probabilmente anche un po’ di follia. Il mondo dell’arte, e soprattutto il suo sistema, è fatto di meccanismi spesso intricati. Una montagna russa affascinante dagli equilibri sempre in costante mutamento. Eppure, guardando alle carriere di chi del mondo dell’arte è protagonista, non pensiamo che artisti, curatori, direttori di fiere e di musei, esperti in comunicazione, critici e giornalisti, abbiano iniziato anche loro a muovere i primi passi, a maturare esperienze su esperienze, fino a quando è arrivato quel momento in cui hanno pensato: “questa è la mia volta buona”. Ed è quello che abbiamo deciso di farci raccontare, ponendo loro questa domanda: qual è stato il momento che ha segnato la svolta nella tua carriera?
Ci risponde l’artista Gian Maria Tosatti.
Nei primi anni 2000 mi sono diplomato in regia teatrale e ho iniziato a condurre un lavoro molto approfondito e tecnico sui principi del corpo performativo. Seguivo scientificamente la lezione di Jerzy Grotowski. Quella ricerca tanto verticale e tanto complessa produsse molta conoscenza, ma anche alcuni profondi traumi. Decisi allora di chiudere con il teatro e mi trovai, a venticinque anni ancora da compiere, con in mano già le macerie di un desiderio.
Avevo dimenticato, però, d’aver preso l’impegno di realizzare, in uno spazio indipendente, lo studio per una nuova performance. Qualche mese più tardi ricevetti la telefonata che mi chiedeva a che punto fossi con il lavoro. Io mi scusai e dissi che il mio viaggio nell’arte era finito. Mi venne allora rimproverato un atteggiamento poco responsabile. E questo fece una grande impressione in me, per l’educazione che avevo ricevuto. Così decisi di realizzare, lo stesso, qualcosa per onorare l’impegno preso. Performance non intendevo più farne. Così dovetti inventare qualcosa di nuovo.
L’arte ambientale, all’epoca, in Italia, non esisteva. Avevano iniziato una manciata di anni prima Gregor Schneider in Germania e Mike Nelson a Londra. Io non avevo ancora visto i loro lavori. Trovai la mia strada quasi alla cieca. Realizzai la mia prima installazione ambientale. L’accordo era che durasse solo due giorni. Questo mi agevolò, in quel momento di grande crisi interiore, a trovare la forza per riuscire. L’opera fu presentata a marzo del 2005. Quando andai a casa, la sera, pensai che sarebbe stato per un altro giorno soltanto. Invece dovemmo tenerla aperta due anni tanto era il pubblico che continuava a prenotarsi per vederla. Cominciò così una strada nuova, quella che ancora percorro.
Leggi “La svolta” su ArtsLife:
1 – Massimo Minini
2 – Masbedo
3 – Adelaide Corbetta
4 – Fabio Cavallucci
5 – Silvia Giambrone
6 – Davide Ferri









