
L’arte contemporanea si becca 270mila euro da dividere per dozzine di istituti, mentre il tax credit del Ministero alla Cultura riconosce alla serie “Io sono notizia” il 30 per cento della produzione. E perché vi aspettavate il contrario?
La circolare emessa dal Ministero della Cultura il 7 gennaio scorso (con termine per presentare le proposte il 12 dello stesso mese – ovvero cinque giorni dopo) che offriva un finanziamento di 271.772,20 euro, per l’intero 2026, dedicato a “tutti gli istituti del Ministero dotati di collezioni o sezioni dedicate all’arte contemporanea” che volessero acquisire opere realizzate negli ultimi 70 anni da inserire nel patrimonio statale, è passata tra il silenzio generale. Non una parola dall’AMACI, non una parola sulle principali testate d’arte italiane, che hanno riportato la notizia con la neutralità tipica delle comunicazioni di servizio.
Poi arriva, in concomitanza con la sua uscita su Netflix, la lieta novella che la serie dedicata a Fabrizio Corona “Io sono notizia”, si è beccata invece euro 793.629,00 (settecentonovantatre mila) di sovvenzioni statali, a coprire circa il 30 per cento dei costi di produzione, circa 2 milioni e mezzo. A richiederla e a ottenerla, sotto forma di tax credit, la società Bloom Media House, che di “Io sono notizia”, appunto, è realizzatrice.
Certo, nel Paese di quella che fu Cinecittà l’audiovisuale ha sempre avuto un peso maggiore che la “semplice” arte visiva, e in questo caso siamo di fronte a un prodotto che è pura fantascienza, altro che quadri o installazioni.
Dopo alcuni strilli, “Fondi pubblici usati per la serie su Corona” (già finiti nel dimenticatoio), la rivista mowmag.com ratifica: “La Bloom Media House aveva il diritto di fare richiesta per il tax credit e il Ministero le ha riconosciuto il 30% di tutte le spese (circa 800 mila euro su 2,5 milioni). Ma non si tratta di fondi, come avviene per altri tipi di contributo (contributi selettivi, fondi regionali o europei), erogati direttamente all’impresa. Le spese sono in una prima fase sostenute dalla società produttrice e solo successivamente ammortizzate sotto forma di incentivo fiscale”, si chiarifica. Sul finale, però, la stessa rivista sostiene – come altri quotidiani, che le domande sul merito restano valide.
Ma quale merito? Qualcuno al Ministero avrebbe dovuto valutare la qualità o il contenuto “culturale” dell’opera, prima di erogare il credito d’imposta? E perché mai? L’incentivo è “orizzontale”: tutti possono chiederlo e, nel caso, ottenerlo.
Il “merito”, dunque, sarebbe di ordine “morale”: la Direzione Generale per il Cinema e Audiovisivo facente capo al MiC (come da logo nei titoli di testa e di coda) avrebbe contribuito a buttare benzina sul fuoco di un personaggio dall’immagine ben più che dubbia, indagato, condannato e che solo poche settimane fa ha innescato l’ennesimo “scoop” contro un altro figuro del clan della TV spazzatura. Vero.
A più riprese Vittorio Sgarbi disse che Fabrizio Corona esiste solo perché ne parliamo. Verissimo.
Ma come dice, con estrema eloquenza, lo stesso Fabrizio Corona in questa serie-infilata-di-mostri, scavare nel morboso, nella prurigine, nel torbido, «è come andare al circo, assistere al numero del trapezista e sperare che cada». Il piacere dell’orrore: quasi sublime.
“Io sono notizia”, fuori da una settimana, è al primo posto per visualizzazioni su Netflix. Contro la serie si sono già scagliati da Famiglia Cristiana a Selvaggia Lucarelli, dal regista Francesco Costabile a Vanity Fair che addirittura riflette sulla psicologia del protagonista.
Dentro “Io sono notizia” si mischiano i misteri d’Italia e la sociologia spicciola, il moralismo di voci che tradiscono un amore-odio erotico nei confronti di Corona e la melancolia per i vecchi tempi del “berlusconismo”: Platinette, Nina Morić, Lele Mora e pure Marco Travaglio, Costantino Vitagliano, Belén Rodriguez, la mamma di Corona e gli assistenti, tutti lì a raccontare la loro versione dei fatti, come se ancora dovesse importarcene qualcosa.
Eppure, alla fine delle cinque puntate – veridiche o no rispetto alla vera storia di Fabrizio Corona non è certo importante, sorge un’altra domanda: ma che altro avremmo dovuto guardare stasera, magari in TV? Quali altri personaggi avrebbero dovuto “intrattenerci”, perché in fondo di questo si tratta?
E soprattutto, esistono oggi altri “personaggi”? Corona, tornando a Sgarbi, può essere semplicemente fiction. Un personaggio immaginario, un Dio o un pagliaccio che lancia le mutande dal balcone, come lo descrive la Morić, che aggiunge: “Non capisco perché siamo ancora qui a parlare del…niente”.
C’era una volta il cattivo che amava solo i soldi, che sfotteva la Legge che incarcera i ladri di polli e lascia fuori i criminali veri, che si faceva tutte le modelle ed era a sua volta un figo. La storia di Corona, che potrebbe chiamarsi pure Mario Rossi, vince. Vince lo storytelling.
E chi altro dovrebbe vincere? Non a caso, con lui vincono Wanna Marchi e Stefania Nobile, regine di Netflix nel 2022, le figure triviali, gli spregiudicati. I mostri: le propaggini di una società dello spettacolo nata con Drive In e finita al nulla cosmico della dopamina istantanea dello scroll di Instagram e Tik Tok.
I brutti, gli sporchi e i cattivi, ancora, ci emozionano: sono veri. Ne vediamo il lato umano, quello che vive anche di sentimenti ben meno che limpidi. L’educazione, la cultura, la scuola, gli ideali, hanno completamente fallito nell’insopportabile panorama “giudicante” attuale. Cerchiamo di meglio.
Ecco perché amiamo ancora Corona; perché ci sembra più del niente che ci viene offerto oggi.








