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MeryTales. Dopo la consapevolezza: il collasso identitario dell’Occidente

Martin Margiela Martin Margiela
Martin Margiela
Martin Margiela
La moda come corpo della crisi. L’abito come archivio del dubbio. Riflessioni fra bellezza e assunzione di responsabilità

Nel momento in cui l’Europa ha scelto di riconoscere il proprio passato coloniale, ha oltrepassato una soglia irreversibile. Ciò che veniva presentato come progresso morale si è presto rivelato una forza destabilizzante: una lenta erosione della certezza, della continuità e della fiducia collettiva in se stessa. Il linguaggio della democrazia – un tempo promessa, un tempo mito – ha iniziato a suonare vuoto, stanco, incapace di sostenere il peso della verità storica.

Ciò che appariva inizialmente come una necessità etica si è rivelato, col tempo, una profonda crisi ontologica. Il grande racconto della democrazia occidentale, a lungo presentato come universale e inevitabile, ha cominciato a perdere coerenza. Nel riconoscere la propria violenza, le proprie esclusioni e le proprie ipocrisie, l’Occidente è entrato in una fase di radicale auto-interrogazione che è diventata, progressivamente, indistinguibile dall’auto-erosione.

Il confronto dell’Europa con il proprio passato coloniale non è un accidente. È il risultato diretto della sua stessa tradizione intellettuale: la critica illuminista, la riflessione filosofica, il rigore etico nato dalla catastrofe. Il Novecento – segnato da due guerre mondiali, dall’Olocausto, dai regimi totalitari – ha privato l’Europa di ogni illusione di innocenza morale. Le guerre hanno rivelato il nucleo brutale dell’animale umano, ma anche qualcos’altro: la capacità dell’essere umano di sopravvivere a se stesso.

Primo Levi si colloca esattamente su questa soglia. Pur non essendo un filosofo sistematico in senso accademico, la sua opera costituisce una delle riflessioni etiche più radicali della modernità. Levi non offre redenzione; offre lucidità. In Se questo è un uomo, l’umanità non viene né condannata né assolta: viene esposta. Questa esposizione diventa un tratto distintivo della coscienza europea: il rifiuto di mitologizzare se stessa.

Anche gli artisti hanno portato questo peso. Dai paesaggi della memoria bruciata di Anselm Kiefer alla critica feroce dell’innocenza consumistica di Pier Paolo Pasolini, la cultura europea ha imparato a diffidare della bellezza quando è separata dalla responsabilità. Ma la critica, se protratta senza una nuova simbolizzazione, diventa corrosiva. L’Occidente ha imparato a decostruirsi, ma ha dimenticato come ricomporsi.

La democrazia come forma svuotata

Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei rituali, offre una chiave essenziale per comprendere questa condizione. Per Han, i rituali non sono residui decorativi del passato, ma strutture stabilizzanti di senso. Creano continuità, tempo condiviso, ordine simbolico. La società occidentale tardo-capitalista, ossessionata dalla performance, dalla trasparenza e dall’accelerazione, ha sistematicamente smantellato questi rituali. Ciò che rimane è una cultura dell’immediatezza e dell’esposizione: ricca di informazioni, povera di significato. Il riconoscimento della colpa coloniale si sviluppa all’interno di questo vuoto rituale, dove non esiste più un quadro simbolico condiviso capace di metabolizzare la responsabilità storica in identità collettiva.

Con il crollo del mito coloniale, la democrazia è rimasta – ma sempre più come una forma priva di sostanza rituale. Han sostiene che la democrazia contemporanea si sia ridotta a una ripetizione procedurale, svuotata di profondità simbolica. La partecipazione diventa performance; l’opinione sostituisce l’impegno. In questo contesto, la colpa storica non si trasforma in azione etica collettiva, ma si disperde in ansia individuale.

Nel vuoto lasciato dalle grandi narrazioni smantellate, l’identità ha cessato di essere ereditata ed è diventata qualcosa di continuamente negoziato. Byung-Chul Han nomina questa condizione con precisione: la scomparsa dei rituali coincide con la scomparsa del significato condiviso. Senza rituali, le società non ricordano più chi sono – reagiscono soltanto. E in questo stato reattivo, la cultura non stabilizza più l’identità: ne espone la fragilità.

Così, il riconoscimento non conduce al rinnovamento – conduce alla paralisi. Il risultato è una crisi dell’appartenenza. L’identità si frammenta lungo linee generazionali, culturali ed estetiche. Le giovani generazioni non ereditano un progetto, ma un punto interrogativo. Viene chiesto loro di essere responsabili senza che venga fornito un terreno simbolico stabile da cui la responsabilità possa emergere. È qui che la moda entra in scena, come diagnosi.

Marina Faust
Marina Faust
La moda come corpo della crisi

Nell’Occidente contemporaneo, la moda riflette sempre più il collasso del significato condiviso. La scomparsa dei rituali descritta da Han si materializza sulla superficie del corpo. Lo vediamo nell’ossessione per la decostruzione, l’asimmetria, il distress, la frammentazione. I capi appaiono incompiuti, feriti, intenzionalmente instabili. Il corpo non viene rivestito per affermare un’identità, ma per metterla in questione. La moda non promette più trasformazione – mette in scena l’incertezza.

Designer come Martin Margiela, Rei Kawakubo, o più recentemente la proliferazione di estetiche post-gender e anti-fashion, articolano questa condizione con estrema precisione. L’abito diventa un archivio del dubbio. Il patrimonio viene citato ironicamente o rielaborato in modo violento; la tradizione viene cannibalizzata anziché trasmessa. La passerella diventa un luogo di confessione più che di celebrazione. Questa è la conseguenza estetica di una civiltà che non si fida più della propria continuità.

Debito generazionale ed esaurimento creativo

Le giovani generazioni creative stanno pagando il prezzo di questa auto-interrogazione prolungata. Ereditano un mondo iper-consapevole dei propri crimini ma incerto sul proprio futuro. La creazione diventa eticamente appesantita, politicamente sorvegliata, storicamente ansiosa. Creare significa giustificarsi in anticipo.

La moda, un tempo guidata dal desiderio e dall’aspirazione, oscilla oggi tra segnalazione morale e gioco nichilistico. Sostenibilità, inclusività, rappresentazione – necessarie e urgenti – rischiano di diventare sostituti del significato quando non sono inserite in una visione culturale più profonda. La dimensione rituale è assente: nessun ritmo condiviso, nessun orizzonte simbolico, solo correzione infinita.

Dopo il crollo: la costruzione e la liquidazione dell’identità

Eppure, in questa disintegrazione si nasconde una possibilità. Il riconoscimento della storia coloniale, della violenza storica, della brutalità umana non è la fine dell’identità occidentale – è la sua risorsa più radicale. La tradizione filosofica europea è sempre stata plasmata dalla tragedia. Ciò che manca oggi non è la critica, ma la forma. La moda, proprio perché opera sul corpo, potrebbe diventare uno spazio di ri-simbolizzazione. Non nostalgia, ma nuovi rituali di presenza. Lentezza invece di accelerazione. Artigianato invece di spettacolo.

L’Occidente non ha bisogno di dimenticare il proprio passato per sopravvivere. Deve imparare a portarlo – simbolicamente, collettivamente, creativamente. Altrimenti, il riconoscimento resterà una ferita che non diventa mai cicatrice. La crisi identitaria dell’Occidente contemporaneo non emerge all’improvviso; è l’esito logico di una lunga traiettoria sociologica. Zygmunt Bauman ha definito la nostra condizione modernità liquida: uno stato in cui le forme sociali – istituzioni, tradizioni, identità – non durano abbastanza a lungo da solidificarsi. Nella modernità liquida, l’identità non si scopre: si assembla, continuamente rivista sotto la pressione della scelta, della mobilità, dell’insicurezza.

L’intuizione di Bauman è cruciale: la libertà senza struttura non libera – disorienta. Al soggetto occidentale viene chiesto di essere autonomo mentre viene privato di ancoraggi simbolici stabili. Il riconoscimento della violenza coloniale intensifica questa condizione: la storia stessa diventa terreno instabile. Stuart Hall approfondisce questa prospettiva definendo l’identità non come essenza, ma come posizionamento. L’identità si forma attraverso narrazioni, rappresentazioni ed esclusioni. Quando l’Europa rivede il proprio racconto storico, destabilizza inevitabilmente le posizioni attraverso cui si era compresa. Questo non è segno di debolezza culturale – è onestà intellettuale. Ma l’onestà, priva di quadri rituali, rischia di trasformarsi in auto-negazione perpetua.

Anthony Giddens aggiunge un ulteriore livello: nella tarda modernità, il sé diventa un progetto riflessivo. Gli individui devono costruire continuamente la propria identità attraverso scelte – stile di vita, consumo, apparenza. La moda entra qui non come frivolezza, ma come tecnologia del sé. Ciò che indossiamo diventa una risposta provvisoria alla domanda: chi sono io, ora, in questo mondo instabile? Ma la riflessività senza continuità genera ansia. Norbert Elias aveva già avvertito che la civiltà è un equilibrio fragile tra istinto, struttura e ordine simbolico. Quando l’ordine simbolico si erode, l’espressione diventa grezza, eccessiva, frammentata.

L’Occidente non ha bisogno di mettere a tacere il proprio passato – ha bisogno di trasformarlo in forma, ritmo e significato condiviso. Creare oggi non significa cancellare la colpa, né estetizzare il collasso. Significa osare costruire di nuovo simboli – lentamente, consapevolmente, collettivamente. Perché senza simboli, l’identità continuerà a dissolversi – splendidamente, tragicamente, senza fine.

Carlota Guerrero
Carlota Guerrero
After Recognition: the West’s Identity Collapse. Fashion as the Body of the Crisis. The garment is an archive of doubt

The moment Europe chose to recognize its colonial past, it crossed an irreversible threshold. What was framed as moral progress soon revealed itself as a destabilizing force: a slow erosion of certainty, continuity, and collective self-belief. The language of democracy-once a promise, once a myth-began to sound hollow, fatigued, unable to sustain the burden of historical truth.

What appeared, at first, as an ethical necessity soon revealed itself as a profound ontological crisis. The grand narrative of Western democracy, once presented as universal and inevitable, began to lose coherence. In recognizing its violence, its exclusions, and its hypocrisies, the West entered a phase of radical self-interrogation that has since become indistinguishable from self-erosion.

Europe’s reckoning with its colonial past is not accidental. It is the consequence of its own intellectual tradition: Enlightenment critique, philosophical self-reflection, and the ethical rigor born from catastrophe. The twentieth century-scarred by two world wars, the Holocaust, totalitarian regimes-stripped Europe of any illusion of moral innocence. The wars revealed the brutal core of the human animal, but also something else: the human capacity to survive itself.

Primo Levi stands as a philosopher of this threshold. Though not a systematic thinker in the academic sense, his work constitutes one of the most radical ethical reflections of modernity. Levi does not offer redemption; he offers lucidity. In If This Is a Man, humanity is neither condemned nor absolved-it is exposed. This exposure becomes a defining trait of European consciousness: the refusal to mythologize itself.

Artists, too, carried this burden. From Anselm Kiefer’s scorched landscapes of memory to Pier Paolo Pasolini’s savage critique of consumerist innocence, European culture learned to distrust beauty when it is detached from responsibility. But critique, when prolonged without re-symbolization, turns corrosive. The West learned how to deconstruct itself, but forgot how to re-compose.

Democracy as a Hollow Form

Byung-Chul Han, in The Disappearance of Rituals, offers a key to understanding this condition. For Han, rituals are not decorative remnants of the past but stabilizing structures of meaning. They create continuity, shared time, and symbolic order. Late-capitalist Western society, obsessed with performance, transparency, and acceleration, has systematically dismantled these rituals. What remains is a culture of immediacy and exposure, rich in information but poor in meaning. The recognition of colonial guilt unfolds within this ritual narrative, where no shared symbolic framework exists to metabolize historical responsibility into collective identity.

As the colonial myth collapsed, democracy remained-but increasingly as a form without ritual substance. Han argues that contemporary democracy has been reduced to procedural repetition, stripped of symbolic depth. Participation becomes performance; opinion replaces commitment. In this context, historical guilt does not transform into collective ethical action but diffuses into individual anxiety.

In the vacuum left by dismantled narratives, identity ceased to be inherited and became something endlessly negotiated. Byung-Chul Han names this condition with precision: the disappearance of ritual marks the disappearance of shared meaning. Without rituals, societies no longer remember who they are-they only react. And in this reactive state, culture no longer stabilizes identity; it exposes its fragility. Thus, acknowledgment does not lead to renewal-it leads to paralysis.

The result is a crisis of belonging. Identity fragments along generational, cultural, and aesthetic lines. The younger generations inherit not a project, but a question mark. They are asked to be responsible without having been given a stable symbolic ground from which responsibility can emerge. This is where fashion enters as diagnosis.

Martin Margiela
Martin Margiela
Fashion as the Body of the Crisis

In the contemporary West, fashion increasingly reflects the collapse of shared meaning. The disappearance of ritual described by Han materializes on the surface of the body. We see it in the obsession with deconstruction, asymmetry, distress, and fragmentation. Garments appear unfinished, wounded, intentionally unstable. The body is wrapped not to affirm identity, but to question it. Fashion no longer promises transformation-it performs uncertainty.

Designers such as Martin Margiela, Rei Kawakubo, or more recently the proliferation of post-gender and anti-fashion aesthetics, articulate this condition with precision. The garment becomes an archive of doubt. Heritage is quoted ironically or violently reworked; tradition is cannibalized rather than transmitted. The runway becomes a site of confession rather than celebration. This becomesthe aesthetic consequence of a civilization that no longer trusts its own continuity.

Generational Debt and Creative Exhaustion

The younger creative generations are paying the price of this prolonged self-interrogation. They inherit a world hyper-conscious of its crimes but uncertain of its future. Creation becomes ethically burdened, politically surveilled, historically anxious. To create is to justify oneself in advance. Fashion, once driven by desire and aspiration, now oscillates between moral signaling and nihilistic play. Sustainability, inclusivity, and representation-necessary and urgent-risk becoming substitutes for meaning when they are not embedded in a deeper cultural vision. The ritual dimension is absent: no shared rhythm, no symbolic horizon, only endless correction.

After the Collapse: THE CONSTRUCTION AND LIQUIDATION OF IDENTITY.

Yet within this disintegration lies a possibility. The recognition of colonial history, of historical violence, of human brutality, is not the end of Western identity-it is its most radical resource. Europe’s philosophical tradition has always been shaped by tragedy. What is missing today is not critique, but form.
Fashion, precisely because it operates on the body, could become a site of re-symbolization. Not nostalgia, but new rituals of presence. Slowness instead of acceleration. Craft instead of spectacle.

The West does not need to forget its past to survive. It needs to learn how to carry it-symbolically, collectively, and creatively. Otherwise, recognition will remain a wound that never becomes a scar.
The identity crisis of the contemporary West does not emerge suddenly; it is the logical outcome of a long sociological trajectory. Zygmunt Bauman famously described our condition as liquid modernity: a state in which social forms-institutions, traditions, identities-no longer endure long enough to solidify. In liquid modernity, identity is not discovered but assembled, constantly revised under the pressure of choice, mobility, and insecurity.

Bauman’s insight is crucial: freedom without structure does not liberate-it disorients. The Western subject is asked to be autonomous while being deprived of stable symbolic anchors. The recognition of colonial violence intensifies this condition: history itself becomes unstable ground. Stuart Hall deepens this perspective by defining identity not as essence but as positioning. Identity is formed through narratives, representations, and exclusions. When Europe revises its historical narrative, it necessarily destabilizes the positions through which it once understood itself. This is not cultural weakness-it is intellectual honesty. Yet honesty without ritual frameworks risks becoming perpetual self-negation.

Anthony Giddens adds another layer: in late modernity, the self becomes a reflexive project. Individuals must continuously construct their identity through choices-lifestyle, consumption, appearance. Fashion enters here not as frivolity but as a technology of the self. What we wear becomes a provisional answer to the question: who am I, now, in this unstable world?

But reflexivity without continuity generates anxiety. Norbert Elias already warned that civilization is a fragile equilibrium between instinct, structure, and symbolic order. When symbolic order erodes, expression becomes raw, excessive, fragmented. The West does not need to silence its past-it needs to transform it into form, rhythm, and shared meaning .To create today is not to erase guilt, nor to aestheticize collapse. It is to dare to build symbols again-slowly, consciously, collectively. Because without symbols, identity will continue to dissolve-beautifully, tragically, endlessly.

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