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Tiziano e il paesaggio. Il Cadore apre le celebrazioni per i 450 anni dalla morte

La Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, di Tiziano La Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, di Tiziano
La Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, di Tiziano
La Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, di Tiziano
Al centro della mostra/studio sul paesaggio due capolavori di Tiziano: la Pala Gozzi e la Sommersione del Faraone

C’è un momento, nella pittura europea del primo Cinquecento, in cui il paesaggio smette di essere cornice e diventa pensiero visivo. Non più semplice scenario dell’azione umana, ma spazio dotato di senso, luogo in cui la storia, la politica e l’emozione si depositano come strati di luce e di colore. Quel momento porta un nome: Tiziano Vecellio.

A Pieve di Cadore, nel paese che gli diede i natali, la mostra Tiziano e il paesaggio. Dal Cadore alla laguna (23 gennaio – 29 marzo 2026, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore) affronta questo passaggio cruciale come un’indagine critica, fondata sul confronto e sulla lettura delle opere come dispositivi di senso. È il primo capitolo di un articolato progetto che inaugura le commemorazioni per i 450 anni dalla morte dell’artista, scegliendo un punto di osservazione tanto fertile quanto esigente: il paesaggio come chiave di lettura della modernità tizianesca.

Il confronto come metodo

L’operazione è rigorosa e, al tempo stesso, sorprendente. Al centro dell’esposizione non c’è una rassegna antologica, bensì il confronto serrato tra due opere capitali, lontane per tecnica e funzione ma profondamente affini nella visione: la Pala Gozzi del 1520 e la monumentale xilografia della Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, concepita intorno al 1515. Due immagini che, poste l’una di fronte all’altra, rivelano come Tiziano abbia affidato alla natura un ruolo narrativo, simbolico e politico senza precedenti. È in questo passaggio che il paesaggio, per Tiziano, cessa definitivamente di essere sfondo e diventa struttura dell’immagine.

La Pala Gozzi: il paesaggio come manifesto

La Pala Gozzi, proveniente dalla Pinacoteca Civica di Ancona e presentata per la prima volta in Cadore, è molto più di una pala d’altare. È un manifesto. Non solo perché reca l’unica firma in cui l’artista si dichiara apertamente Titianus Cadorinus, ma perché mette in scena un’idea nuova di spazio pittorico. Accanto all’apparizione della Vergine in gloria, il dipinto apre un varco verso il mondo: una veduta marina attraversata dalla luce, ampia e respirante, in cui una città emerge dall’acqua con un’evidenza fino ad allora inedita. Non è un fondale accessorio, ma il fulcro visivo e concettuale dell’opera. È Venezia, riconoscibile e insieme trasfigurata, colta in un momento sospeso che non è tramonto, ma alba: un tempo di rinascita, di equilibrio ritrovato, di rinnovata potenza.

La Pala Gozzi, di Tiziano
La Pala Gozzi, di Tiziano
Luce, politica, memoria

Qui il paesaggio diventa racconto storico. La luce, la disposizione delle masse, la prospettiva atmosferica non descrivono soltanto un luogo, ma alludono a un ordine politico che si ricompone dopo le ferite della Lega di Cambrai. La natura, resa con una sensibilità cromatica senza precedenti, partecipa al significato dell’opera come un personaggio silenzioso ma decisivo.

La Sommersione del Faraone: la natura che giudica

Di segno opposto, eppure speculare, è la visione offerta dalla Sommersione del Faraone. In questa xilografia di dimensioni eccezionali, concepita come un dipinto da guardare a distanza, Tiziano affida alla forza della natura un ruolo drammatico e salvifico. Il mare occupa la scena, agitato, violento, attraversato da segni incisivi che restituiscono il movimento e la furia degli elementi. All’orizzonte, una città dalle forme nordiche e inquietanti si staglia sotto un cielo carico di nubi: non promessa, ma minaccia.

Due paesaggi, due stati della storia

Ancora una volta, il paesaggio è portatore di senso. Non descrive, ma giudica. Non accompagna l’evento biblico, lo interpreta. È una natura che prende posizione. Il mare – che richiama inevitabilmente la laguna veneziana – diventa strumento di protezione e confine simbolico, mentre la città sommersa allude a un destino avverso, a un pericolo scampato ma non dimenticato. Se nella Pala Gozzi la luce dell’alba apre al futuro, qui l’atmosfera carica presagisce difficoltà imminenti. Due stati della natura, due stati della storia.

La modernità di uno sguardo

Il dialogo tra queste opere restituisce con chiarezza la radicalità dello sguardo tizianesco. In un’epoca in cui il paesaggio non era ancora un genere autonomo, Tiziano ne intuisce le potenzialità narrative e lo trasforma in una struttura portante dell’immagine. La natura, nelle sue mani, non è mai neutra: è memoria, è politica, è emozione.

 

Autoritratto Tiziano dalla paletta di Pieve di Cadore
Autoritratto Tiziano dalla paletta di Pieve di Cadore
Oltre la mostra

La mostra di Pieve di Cadore si inserisce in un percorso più ampio, che estende questa riflessione oltre l’esposizione, tra luoghi, tempi e prospettive diverse: la riapertura della Casa Natale dell’artista, il dialogo con Ancona e Treviso attraverso lo scambio di capolavori, una seconda esposizione estiva e un futuro convegno internazionale. Un progetto che non guarda a Tiziano come a un monumento immobile, ma come a un pensiero ancora attivo.

Dal Rinascimento al presente

Nel paese dove nacque, tra le montagne che ne formarono lo sguardo, Tiziano torna a parlare attraverso i suoi paesaggi. E ci ricorda che la modernità non nasce solo nelle figure, ma nello spazio che le accoglie, nella luce che le attraversa, nella natura che le rende necessarie. È lì che la sua pittura smette di appartenere al Rinascimento e comincia a parlare al presente, chiedendo allo sguardo contemporaneo di misurarsi con la natura come spazio di responsabilità.

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