
Un giro più approfondito di BRAFA conferma l’elevatissimo tasso qualitativo della fiera belga, visitabile fino al 1 febbraio a Brussels Expo
È nata nel 1956, quindi la si può considerare la fiera d’arte più antica sullo scenario internazionale. E fra le rassegne “ibride”, che espongono cioè arte classica, antica e contemporanea senza cesure, è certamente sul podio delle migliori. E una visita approfondita di BRAFA, la rassegna aperta nella capitale belga fino al 1 febbraio, non fa che confermare questo dato. La prima sensazione è quella di grande respiro, ampissimi corridoi e stand decisamente ariosi. Anche se – e qui un piccolo voto negativo ci sta – molti espositori peccano per “horror vacui”, allestendo mostre stracariche e asfissianti. Forse dovrebbero prendere esempio proprio dal belga Axel Vervoordt, che al contrario si presenta con un booth minimal ed elegantissimo.

Detto questo, il livello qualitativo è strosferico: superiore allo scorso anno, ha notato più di qualcuno. Entrare nello stand di Colnaghi, giusto per fare un esempio, somiglia ad affacciarsi a una sala del Louvre: fra busti romani e maschere funebri greco-fenicie. Non è da meno Gianmarco Cappuzzo, che dopo un bellissimo Ribera all’ingresso, ostenta con grande evidenza una tavola di Pontormo. Talmente rovinata dai restauri da lasciare apertissima ogni istanza attributiva, che il gallerista peraltro ampiamente documenta. Potremmo andar avanti per ore: volevamo suggerirvi un elenco di opere a nostro parere da non perdere. Ma vista la messe di meraviglie presenti, dividiamo il “gioco” in due parti: oggi arte antica, classica e tribale, domani moderna e contemporanea…














