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Addio a Carlo Cecchi, gigante schivo del teatro e del cinema

Carlo Cecchi
Carlo Cecchi
Si è spento a quasi 87 anni, nella sua casa di Campagnano (Roma), Carlo Cecchi, uno dei più grandi e rigorosi interpreti del teatro e del cinema italiano del Novecento

Attore, regista e capocomico di profondissima cultura, Cecchi ha scolpito la sua carriera con un’integrità fuori moda, lontano dai riflettori del gossip, dedicato esclusivamente all’essenza del mestiere. La sua affermazione è legata indissolubilmente al palcoscenico. Fondamentale fu il lungo sodalizio, dal 1980 al 1995, con Roberto Toni nella direzione del Teatro Niccolini di Firenze, una delle esperienze di teatro stabile più importanti e innovative del paese.

La sua arte, caratterizzata da una potenza introspettiva e da un controllo ferreo del mezzo, trovava il suo terreno ideale nei grandi classici. Restano memorabili le sue interpretazioni in opere come Ivanov di Čechov, di cui fu anche regista, e Finale di partita di Beckett. Nel 2007, questo impegno totale ricevette il riconoscimento più alto: il Premio Gassman come miglior attore teatrale italiano.

Parallelamente, Cecchi ha costruito una significativa traiettoria cinematografica, iniziata nel 1966 con A mosca cieca di Romano Scavolini. Il suo volto scavato e la presenza magnetica hanno impresso personaggi indimenticabili sullo schermo, primo tra tutti quello del geniale e tormentato Renato Cacciopoli in Morte di un matematico napoletano (1992) di Mario Martone, ruolo che gli valse una candidatura al Nastro d’Argento. Ha lavorato con alcuni dei maggiori registi italiani, da Bellocchio a Bertolucci, da Avati a Ozpetek, fino all’ultima apparizione in Martin Eden (2019) di Pietro Marcello.

Carattere schivo e riservato, ha sempre anteposto il lavoro alla notorietà. L’ultima sua apparizione pubblica risale al febbraio 2025, sul palco del Teatro della Pergola a Firenze, ne La leggenda del santo bevitore. A dare per primo l’addio commosso è stato l’attore Tommaso Ragno su Instagram: «Addio Carlo, sei stato un maestro immenso… per aver tu reso, attraverso il teatro, meno povera la mia vita e averla arricchita di qualcosa oggi perduto e introvabile: il senso della durata nelle cose».

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