19 Settembre 2026 22:00

Il sogno vivo dei “Dormienti”

Mimmo Paladino, Dormienti, Palazzo Citterio, Ph: Lorenzo Palmieri

Adagiata per terra tra i Dormienti di Paladino, scrivo. Si tratta di un meraviglioso allestimento di quest’opera magistrale del 1998, a cura di Lorenzo Madaro, nella sala Stirling di Palazzo Citterio a Brera, insieme a un nucleo di opere su carta del 1973. Mai come ora è toccante una sala piena di persone che dormono, raccolte, spezzate, fiduciose, immobili, racchiuse nel loro respiro e nei sogni. Coperte o scoperte, accompagnate da frequenze che illuminano la notte e ci scortano in mondi ulteriori, grazie anche al suono composto apposta da Brian Eno.

Paladino, che ha creato trentadue terracotte dalla stessa matrice, ricombinandole a seconda dello spazio che le accoglie, si è ispirato agli shelter drawings di Henry Moore. Sono disegni che lo scultore inglese realizzò nei rifugi durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, dove centinaia di persone dormivano rannicchiate, le pose quotidiane, quasi serene.

Mi accuccio in mezzo a loro, lì, le carezzo con gli occhi. Una donna si copre con mezze anfore, un’altra sta sotto uno scudo e s’è cercata un cuscino. Un uomo riposa sotto due lastre che paiono tombini, un altro sotto due tegole. Vorrei aiutare chi sta male, ripulire le ferite che scottano più di un corpo, vorrei abbracciarli.

Fa fresco ed è buio qui sotto, è uno di quei luoghi dove rimanere per sempre. Tutti dormono e c’è silenzio. Le braccia spezzate di un uomo riparano la ciotola che conserva il suo cibo, geroglifici iscritti sul corpo. Le lastre stravolgono una gamba e allo stesso tempo la tengono insieme, il braccio per proteggere si spezza, il volto di una donna è intriso di sangue. Un’altra invece dorme tranquilla, respira assorta in un sogno, la sua ombra mi segue. Le brilla accanto la pelle ricca di una regina. Le voci dei visitatori diventano suoni che si svolgono nello spazio. C’è ancora acqua nella ciotola umida, qualcuno rovista in fondo al piatto mentre gli altri dormono, c’è chi sogna di mangiare. C’è Ulisse nascosto durante la fuga, c’è Nausicaa che dorme sognandolo, in abito verde smeraldo. C’è un ragazzino che non ha ancora finito di crescere. C’è tanta meraviglia qui sotto.

Mimmo Paladino, Dormienti, Palazzo Citterio, Ph: Lorenzo Palmieri

Qui la figura non si offre con corpo pieno, ma come resto, reliquia terrestre, frammento che custodisce una soglia – scrive Lorenzo Madaro – Sono corpi raccolti, deposti, sottratti a ogni gesto enfatico, eppure potentemente presenti, quasi appartenessero a una comunità remota e futura al tempo stesso.

C’è un naufrago, coperto d’alghe e di conchiglie. C’è il silenzio che esce dalle sue labbra. Noli me tangere, abbracciami. Parlano tutte e due le lingue in silenzio i dormienti, quella della vicinanza e quella dell’estremo abbandono. Rispondono e non. Vogliono e non. Soprattutto, non chiedono.

C’è la summa della nostra civiltà. Come è sempre stata, come sarà. C’è un unico pilastro che sorregge questo tempio ipogeo. C’è tutta l’eredità della nostra cultura tra cui, timidamente, camminare. C’è cielo, c’è tanta, tanta terra. Quella su cui camminiamo, quella a cui torneremo, quella di cui siamo fatte. Un altro corpo è mucchio di arti, mani, piedi, la testa, staccata, ci sorride. Paladino racconta senza sconti il presente attraverso umanità, attraverso composizione e scomposizione, attraverso bellezza, questo i dormienti sanno fare.

Mimmo Paladino, Dormienti, Palazzo Citterio, Ph: Lorenzo Palmieri

È un’installazione che ricorda l’intensità dei primi sette palazzi celesti all’Hangar quando ancora intorno non c’era nulla. L’enorme solennità. Tuttavia questa è umana, parecchio più umana. I palazzi, sono appunto, edifici e sono abbandonati. Questo invece è luogo sazio, riverberante di umanità, sacro, immemore, colorato. Fatto di tutti i diversi i colori della pelle, di una posa comune, quotidiana, la nostra. Loro sono noi. Noi tutte, noi tutti, dormiamo così, a pezzi o meno, noi così, semplicemente, siamo.

È difficile pensare di andarsene da qui, di uscire, tornare sopra. Il lato più intimo della vita qui è esposto. Dolcemente, intensamente. Non posso che restare fino all’ora di chiusura, in questa zona dolce dove le ombre delle persone che si muovono accarezzano i corpi, i loro sospiri svolgono lo spazio, i loro luccichii conversano con la musica. Mi avvicino ancora a un dormiente che respira. Li saluto uno per uno. Ecco io vorrei che questa fosse un’esposizione permanente e poter – in ogni momento, per scelta o grazie a un fortuito istante – rifugiarmi qui sotto e tra miei pari stare. Stare qui, essere una di loro, insieme riposare, ricordando di essere umana, soprattutto umana.