16 Settembre 2026 00:55

I nodi nell’acqua: Cecilia Vicuña a Oslo

Kunstnernes Hus, Cecilia Vicuna, 2026, Istvan Virag Kunstdok

C’è un filo rosso che lega le maree del Pacifico alle fredde latitudini del fiordo di Oslo. Non è un’astrazione teorica, ma un nodo di lana grezza, alghe e detriti: la materia fragile e politica di Cecilia Vicuña. Nella sua mostra Minga for the Sea a Kunstnernes Hus, l’artista cilena porta al Nord il respiro di una lotta che non conosce latitudini geografiche, ma solo le coordinate del saccheggio.

Arrivare in Norvegia dopo le vertigini veneziane de Il latte dei sogni significa misurarsi con la continuità dei suoi gesti precari. A Venezia, nel 2022, il suo Leone d’Oro alla carriera non celebrava la monumentalità dell’istituzione, ma l’urgenza dell’origine: l’installazione NAUfraga, una trama di spazzatura marina ed escreti della laguna, trasformava la spazzatura in preghiera e monito. Lì la laguna veneziana moriva di sovraccarico turistico e incuria ecologica; qui, nelle sale inondate di luce nordica, il tema si radica direttamente nelle viscere del capitalismo estrattivo.

Il concetto di minga — la pratica ancestrale andina del lavoro collettivo per il bene comune — diventa il motore concettuale della mostra. Vicuña non propone oggetti contemplativi da galleria borghese, ma tessuti sociali. Il suo monumentale quipu orizzontale, sospeso nello spazio, si intreccia con i fili della resistenza indigena globale. È la voce delle Mujeres por la Defensa del Mar del Cile che incontra l’attivismo Sámi del Nord; il grido contro gli allevamenti intensivi di salmone che avvelenano i fiordi si unisce alla protesta contro l’estrazione mineraria nei fondali marini.

Kunstnernes Hus, Cecilia Vicuna, 2026, Istvan Virag Kunstdok

L’oceano, per Vicuña, non è una distesa di acqua da addomesticare o da sfruttare per il profitto transnazionale, ma una membrana vivente, il sistema nervoso del pianeta. Il capitalismo estrattivo riduce l’acqua a merce, la costa a risorsa da consumare, il fondale a miniera. Contro questa violenza sistematica, l’arte di Vicuña si fa «arte precaria». Usando materiali minimi, piume, legni portati dalla marea, fili di lana vergine e residui plastici raccolti dalle comunità locali, l’artista attiva un rituale di riparazione.

I suoi nodi non serrano, ma collegano. Uniscono i collettivi di attivisti, le organizzazioni di base e le comunità indigene che si oppongono all’ecocidio. Vicuña dimostra che l’estetica dell’attivismo non ha bisogno di grida retoriche, ma di una presenza poetica radicale. Ascoltare le voci e i suoni della sua mostra a Oslo equivale a sentire il battito profondo delle acque, un canto che invita a disarmare la cupidigia industriale per ritrovare l’alleanza sacra tra la terra e il mare.

Il capitalismo estrattivo dematerializza e riduce il mondo a dati e merci da consumare istantaneamente. Questa distesa di lana grezza, al contrario, richiede il tempo della mano, della lentezza, del tatto. Annodare è un atto di resistenza fisica. Ogni nodo trattiene la tensione tra due forze: se la tensione manca, il nodo si scioglie; se è eccessiva, la fibra si spezza. Questo equilibrio rappresenta la fragilità degli ecosistemi oceanici e fluviali che Vicuña difende.

Kunstnernes Hus, Cecilia Vicuna, 2026, Istvan Virag Kunstdok

A differenza dei nodi che blindano o imprigionano, i nodi di Vicuña sono legami di congiunzione. La mostra Minga for the Sea trasforma l’atto di annodare nella metafora del lavoro collettivo. Un nodo non esiste mai da solo: vive solo in quanto punto di intersezione tra due o più fili. In questa prospettiva, il nodo diventa l’interfaccia tra il Sud globale (il Cile, le comunità Mapuche) e il Nord globale (l’attivismo Sámi e la Norvegia), stringendo un patto di difesa comunitaria del mare contro l’estrattivismo minerario e industriale.

Il cordone ombelicale dell’acqua e del cosmo in questi due mari paralleli della sua installazione di grandissima scala nelle sale del più interessante spazio espositivo della città. Il nodo è il punto in cui la vita si condensa. Per l’artista, la lana unita al detrito marino annodato trasforma lo scarto in reliquia, riaffermando che la materia, anche la più debole e precaria, possiede un’anima e un potere di guarigione.

Kunstnernes Hus, Cecilia Vicuna, 2026, Istvan Virag Kunstdok