
Il clamoroso furto delle opere dell’artista rinascimentale avvenuto la notte di Ferragosto dal MuMe di Messina, riporta alla memoria un altro celebre trafugamento: quello della Natività di Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. Nel caso di Antonello, per mesi si è parlato della vendita di un suo Ecce Homo da Sotheby’s; nel caso della Natività, alcuni giorni prima di essere rubata, un programma televisivo rivelava all’Italia intera la sua esistenza nel capoluogo siciliano. In assenza di adeguati sistemi di sicurezza, forse l’unico modo per tutelare il patrimonio storico-artistico è… l’ignoranza?
“Meno si sa, meglio è”, afferma un noto modo di dire. E considerati gli ultimi avvenimenti accaduti a Messina, sembra che il luogo comune possa trovare conferma della sua ragion d’essere anche in questo caso.
Da giorni è al centro delle cronache il furto, le cui dinamiche ricordano quelli del fantasmagorico Arsenio Lupin, di alcuni capolavori di Antonello da Messina dal MuMe. Si tratta di tre delle cinque tavole che compongono il celeberrimo Polittico di San Gregorio, e una tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà (custodita all’interno di una teca). Le altre due tavole del Polittico, in realtà, erano state anch’esse trafugate, per poi essere abbandonate dai ladri nei pressi del Museo. La segnalazione è partita proprio “grazie” a questo abbandono: alcuni passanti hanno notato le opere sulla strada, e avvertito le forze dell’ordine. Nel Museo erano attive le telecamere di sorveglianza ed erano presenti anche i custodi.
Le indagini sono in corso, e tutto intorno si è creato un polverone mediatico. Non manca chi lamenta la mancata assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, chi amaramente ironizza sul fatto che per un Antonello da Messina acquisito dallo Stato all’asta da Sotheby’s, l’Italia ne abbia perso altri quattro (o due, se vogliamo considerare le tavole che compongono il Polittico come un’unica opera).

Antonello da Messina da Sotheby’s
Già, l’asta da Sotheby’s del 5 febbraio scorso, e di cui adesso si sta facendo nuovamente un gran parlare. L’asta in cui venne battuta la piccola tavola devozionale con Ecce Homo per 14,9 milioni di dollari. In quel momento, un’opera dall’inestimabile valore storico-artistico ha assunto anche un valore economico. Parafrasando Giulio Carlo Argan (che a sua volta cita Scheler nel suo saggio di apertura del primo numero della rivista Storia dell’Arte, nel 1969), possiamo dire che il “valore della cosa” ha avuto il sopravvento sulla “cosa di valore”.
L’asta ha sicuramente portato al centro del gossip mediatico la figura di Antonello, trascendendo i confini dell’area dei soli addetti ai lavori. E probabilmente, conoscere il valore di mercato di una sua opera avrà potuto solleticare la curiosità di qualcuno. Che magari, fino a quel momento, non sapeva nemmeno che a Messina fosse conservato il Polittico di San Gregorio.

Il furto degli Antonello da Messina e il precedente della Natività di Caravaggio
La vicenda porta a fare uno spontaneo confronto con un altro clamoroso furto, avvenuto sempre in Sicilia. Si tratta della Natività di Caravaggio, trafugata nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. In quegli anni il centro storico della città non era come si presenta adesso. L’intera città non era come si presenta adesso. Che all’interno di un oratorio, chiuso al pubblico, fosse custodito un capolavoro di Caravaggio, potevano esserne a conoscenza soltanto storici dell’arte e studiosi. Poco tempo prima del furto, però, una trasmissione di Raidue dedicata ai capolavori dell’arte nascosti, svelava a tutta Italia l’esistenza della tela. Pare che il parroco del tempo si fosse opposto alle riprese, perché ne temeva il furto.
L’oratorio non era dotato di sistemi di videosorveglianza, ma fino a quel momento, ovvero fino a quando tutti vennero a conoscenza dell’esistenza dell’opera di Caravaggio e del suo valore, non sembra che l’edificio e i tesori in esso custoditi fossero stati in pericolo.

L’ignoranza tutela le opere d’arte?
Leggendo – anche in maniera provocatoria – entrambi gli episodi da questa prospettiva, sgorgano spontanee alcune riflessioni. La valorizzazione è uno dei capisaldi delle attività finalizzate alla promozione della conoscenza dei beni culturali, e questa passa attraverso la comunicazione. Senza comunicazione, non può esserci conoscenza. E soprattutto, la conoscenza è l’unica arma con cui combattere l’oblio.
E se, in alcuni casi, fosse proprio l’oblio a tutelare ciò che abbiamo di più prezioso?
Non conoscere il valore delle cose, può permettere di custodire le cose di valore? Forse sì, almeno nei casi in cui non venga preso adeguatamente sul serio il problema della tutela e della sicurezza del patrimonio storico-artistico. Dato che anche questa è una forma di valorizzazione.



