20 Settembre 2026 22:42

Tazartes, storia di una collezione. 7# Gerardo Dottori, Mino Rosso e Mario Matera

Mino Rosso, Senza titolo, inchiostro, cm 24 x 34, firmato “Mino Rosso”, s.d.
Mino Rosso, Senza titolo, inchiostro, cm 24 x 34, firmato “Mino Rosso”, s.d.
La storica dell’arte e saggista Maurizia Tazartes ci racconta genesi e sviluppi della collezione avviata dal padre Giorgio

A Torino aveva messo solide radici il Futurismo. Tra i protagonisti degli anni venti c’è Mino Rosso (Castagnole Monferrato, 24 gennaio 1904-Torino, 21 giugno 1963), scultore, pittore, grafico. Testimoniato nella Collezione Tazartes da un bel disegno Senza titolo (inchiostro, cm 24 x 34, firmato “Mino Rosso”, s.d), che evoca la stazione di Porta Nuova di Torino. Nel 1926 Rosso era entrato a far parte del gruppo futurista torinese con Fillia, Pippo Oriani, Nicolaj Diulgheroff, Enrico Allimandi, con cui partecipa a diverse mostre, tra le quali le Biennali di Venezia del 1930 e del 1934. Nel 1929 con Gerardo Dottori (Perugia, 11 novembre 1884 – Perugia, 13 giugno 1977), altro celebre futurista, firma il Manifesto dell’aeropittura.

Rosso, erede di Boccioni, ne rianima il dinamismo plastico con la simultaneità. Dottori nello stesso 1929 tiene una personale al Circolo della Stampa di Torino. La sua posizione, nell’ambito del secondo Futurismo, è particolare, perché rimane fedele alle sue immagini «liriche e contemplative, che mescolano il dinamismo moderno della visione al senso mistico della natura, proprio della tradizione pittorica del centro Italia» come scrive Valerio Rivosecchi nel Dizionario Biografico degli Italiani. Con Torino il pittore mantiene frequenti rapporti attraverso la fitta corrispondenza con Fillia e, alla fine degli anni Trenta, tornato a Perugia, dà inizio alla serie di dipinti e disegni di aeropittura ispirati al Lago Trasimeno, di cui una poetica testimonianza è il pastello della Collezione Tazartes con uno studio per Il canto dei Laghi (pastello su cartone, cm 46 x 31 firmato e datato “Dottori ‘54”), un’opera preziosa, in cui i laghi, trattati a piccolo segni divisionisti, diventano dinamici come nuvole in movimento.

A ricordare il pittore in tempi più recenti c’è stata la mostra aperta a Torino dal 23 maggio al 28 giugno 1997 alla Galleria d’Arte Narciso con opere dal 1906 al 1975 col suo piccolo, caratteristico catalogo, intitolato Dottori Futurista Aeropittore. Gerardo Dottori è un pittore di grande fascino, uno dei maggiori dell’aeropittura. Nato a Perugia da un padre artigiano, primo di quattro figli, rimasto orfano di madre a otto anni, comincia a lavorare molto giovane nel negozio di antiquariato e restauro di Mariano Rocchi a Perugia. Di sera frequenta i corsi dell’Accademia di Belle Arti.

 

Gerardo Dottori, Canto dei laghi, pastello su cartone, cm 46 x 31 firmato e datato “Dottori ‘54”
Gerardo Dottori, Canto dei laghi, pastello su cartone, cm 46 x 31 firmato e datato “Dottori ‘54”

Inizia a lavorare come decoratore e si trasferisce a Milano tra il 1906 e il 1907. Frequenta ambienti d’avanguardia a Firenze e nel 1911 conosce a Roma Giacomo Balla, aderendo al Futurismo. Nel 1920 fonda la rivista futurista “Griffa!”, che si prefiggeva il compito di diffondere le idee del movimento. Nel 1924 è il primo futurista ad esporre alla Biennale di Venezia. E nel 1929, come si è detto, è tra i firmatari del Manifesto dell’aeropittura con Marinetti, Balla, e altri. E al suo Futurismo rimane fedele anche dopo il declino del movimento. Negli ultimi anni di vita le sue opere compaiono nelle principali retrospettive sul movimento sia in Italia che all’estero. Si spegne nel capoluogo umbro nel 1977 ed è sepolto nel Cimitero monumentale di Perugia, nella sezione riservata ai cittadini illustri.

Accenti surrealisti

Ma ci sono anche altri modi di guardare e sondare cielo e terra con la pittura. Come quello, singolare, di Mario Matera (Torino, 30 luglio 1930 – Torino, 12 ottobre 2003), oggi dimenticato (da non confondere con un omonimo che compare su internet). È uno degli artisti della Torino anni Sessanta, di cui rimangono quadri come quello della collezione Tazartes, Senza titolo (tecnica mista su tela, cm 46 x 37, firmato “Mario Matera 66”) raffigurante uno strano e misterioso volto femminile tra le stelle.

Autodidatta, Matera nel 1950 lavora come bozzettista. Pochi anni dopo comincia ad esporre dipinti in mostre collettive nazionali e internazionali. Ottiene molti titoli accademici e crea il “Concetto di Assenza di gravità”. Nel 1971 vince il “Premio al Nazionale di Pittura Città di Torino 1970” e nello stesso anno ha un’importante personale a Mosca. La sua pittura ha chiari accenti surrealisti. A ricordare il pittore c’è un opuscolo del 1969, ormai molto raro, intitolato “artisti di ieri, oggi, domani, Mario Matera”. Si tratta di una piccola antologia critica, stampata a Napoli nel 1970, in cui vari autori esprimono i loro giudizi sul pittore.

 

Mario Matera, Senza titolo, tecnica mista su tela, cm 46 x 37, firmato “Mario Matera 66”
Mario Matera, Senza titolo, tecnica mista su tela, cm 46 x 37, firmato “Mario Matera 66”

Matera – si dice – è un autodidatta originale, che segue un suo surrealismo con volti e citazioni di paesaggi urbani proiettati nel mondo stellare. Scriveva Vittorio Bottino: «…Nasce così il realismo stellare, poetica invenzione pittorica dei nostri tempi. La pittura di Mario Matera non è informale con un astrattismo illogico o con fanatiche invenzioni. No, nulla di tutto, possiamo riassumere il contenuto della pittura dell’artista torinese in poche righe. Cose e genti proiettate nello spazio siderale a fare corpo unico con le stelle, dando ad esse un fascino assolutamente nuovo. Mario Matera è di questa pittura l’iniziatore, ce lo ricordiamo sin dal lontano 1962 all’epoca dei dipinti dei primi due navigatori nello spazio» (O. D’Andria, Mario Matera, Napoli 1970).

Matera infatti era stato così affascinato dalle conquiste spaziali dell’uomo che aveva preso a soggetto gli astronauti per i suoi uomini e donne. Volti e corpi sparati nello spazio, da cui guardano le piccole città e i loro monumenti.