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Se tutto chiede salvezza, la follia può essere la redenzione

La nuova serie Netflix Tutto chiede salvezza esplora le profondità della pazzia al confine tra la malattia e il dono. 

Avevamo sogni, adesso siamo disillusi.
Side Baby, Tutto chiede salvezza

Cosa significa essere sani in una società malata? Questa è la domanda che tutti dovrebbero porsi almeno una volta nella vita. Porsela in questa società, tanto materiale quanto liquida, in cui la ricerca del senso delle cose viene schiacciata da un paradigma dominante pesante come un macigno e da una pressione sociale irrefrenabile. Produci, consuma, crepa e soprattutto non farti domande. Certo oggi i matti non vengono più rinchiusi nei manicomi (per fortuna), ma i disagi mentali aumentano a dismisura e non sempre vengono realmente compresi. Tutto chiede salvezza, l’intensa serie diretta da Francesco Bruni tratta dal romanzo di Daniele Mencarelli, è un viaggio intorno al labile confine tra normalità e follia che permette di metterci tutti in discussione. E ne abbiamo veramente bisogno. 

IDaniele (Federico Cesari), Gianluca (Vincenzo Crea), Madonnina (Vincenzo Nemolato) e l’infermiere Pino (Ricky Memphis).

Daniele Cenni è un ventenne romano che, dopo una serata di baldoria estrema con gli amici, si risveglia in un reparto psichiatrico e scopre di essere sottoposto a un Trattamento sanitario obbligatorio di una settimana. Inizialmente il ragazzo non ricorda quasi nulla della sera precedente e non sa spiegarsi il motivo del ricovero. Così si ritrova in un ambiente ostile, circondato da pazzi con cui crede di non aver nulla a che fare: il tormentato maestro Mario, il gay bipolare Gianluca, l’illuminato Madonnina e il povero Alessandro in coma, ai quali si aggiungerà l’irruento benevolo Giorgio.

«Io non c’entro niente con ‘sto posto, qua ci stanno i matti veri», urla al Dottor Mancino durante il loro primo colloquio, prima di capire di essere nel posto giusto per affrontare la sua malattia. Del resto Daniele è realmente vittima di disturbi mentali veicolati da un lavoro insoddisfacente, dall’uso di sostanze e dall’impossibilità di accettare il male ingiustificato nel mondo. È un’anima buona che non ha ancora imparato a reggere il peso della vita e si sfoga fisicamente sulle persone che lo amano, ma non per questo è privo delle qualità per emergere dall’abisso, come gli ricordano saggiamente le parole di Mario: «Curati, chiedi aiuto quando ne hai bisogno, ma non lasciare che nessuno ti racconti il mondo. Tieni il tuo sguardo aperto, libero». 

Daniele e Mario (Andrea Pennacchi).

Con il supporto dei suoi fratelli offerti dalla vita e dei medici Daniele riscopre l’amore per la poesia che aveva scioccamente represso nella quotidianità. La scrittura diventa catartica in una narrazione dai tempi esasperati e dal grande valore simbolico, in cui soffre, gioisce, si innamora dell’infelice influencer Nina, vive. E con lui vivono gli altri personaggi, animati da quella potenza divina che Erasmo da Rotterdam all’inizio del Cinquecento celebrava per la sua capacità di rallegrare gli dèi e gli uomini. Perché la follia può essere una malattia, e in quel caso va curata per sé stessi e gli altri, ma può rappresentare anche una cura. Un motivo, o piuttosto un dono, per vedere le cose da un altro punto di vista, farsi delle domande e dare risposte differenti rispetto ai più. Il sonno della ragione genera mostri, eppure anche la sola ragione continua a dimostrare di saper fare disastri, intagliando la vita tra frame e algoritmi, privandola dei sogni e dell’anelito alla salvezza. Potremmo allora provare ad ascoltare maggiormente le pazze, gli artisti, i folli, le visionarie, le matte, gli eretici, aiutando loro e facendoci aiutare per scoprire che, in fondo, siamo tutti diversi a modo nostro. Citando Daniele: «Salvezza per i pazzi di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia». 

 

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