
All’Elfo di Milano il regista Mimmo Sorrentino, che da anni lavora in carcere, ha portato sul palco le persone a cui non pensiamo mai, se non per la cronaca nera, in un programma che rientra nel progetto “Educarsi alla Libertà” patrocinato dal Ministero della Giustizia e dal Mibact
Luisa Monte, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Vincenzo De Stefano, Cesare Aprile, Maikol Bucci, Philip Taormina, Francesca Di Lisio, Gioacchino Gusciglio ci aspettano sul palco guardandosi intorno, stasera è la prima. Sfilano in alta uniforme, giurano, senza la forza di ascoltare discorsi patriottici altisonanti, felici di essere arrivati fin li e festeggiano il posto fisso.
Sono nove agenti penitenziari, sul serio, due donne e tutti gli altri uomini, tra le quinte si cambiano e indossano l’uniforme di tutti i giorni, tornano sul palco e ci raccontano le storie di tutti i giorni.
Mimmo Sorrentino, regista e drammaturgo che da anni lavora in carcere, con il pretesto dell’Iliade ha portato sul palco le persone a cui non pensiamo mai, se non per la cronaca nera, in un programma che rientra nel progetto Educarsi alla Libertà patrocinato dal Ministero della Giustizia e dal Mibact.
Sono gli agenti di polizia penitenziaria, anzi gli assistenti, come scopriamo che li chiamano i detenuti.
Per prima cosa veniamo a contatto con il lessico del carcere, che definisce vita diritti e doveri di chi ci vive, prima ancora del gergo. Chi vive li dentro?
Persone, persone che stanno al di qua e al di la delle sbarre e che tra quelle mura e tutt’intorno sono chiuse in diversi inferni personali.
Se li rispetti ti rispettano, ci spiega un agente, e ci spiega che non glielo spiegano al corso per diventare polizia penitenziaria. Semplificherebbe di molto le cose, apparentemente.

La galera non è più quella di una volta, racconta un altro agente, siciliano, che ha insegnato ai detenuti a lavorare la terra, come sa fare lui, che di terra da lavorare – il suo sogno – non ne aveva e quindi ha fatto il concorso per il posto fisso. E racconta che, appunto, in galera una volta ci andava chi aveva un crimine da scontare, mentre ora il carcere è un refugium pecatorum per persone con disturbi mentali molto seri, con personalità seriamente compromesse e gli agenti non sono preparati per gestire queste situazioni.
Sanno fare molto altro, ce la mettono tutta, a volte rischiano la loro vita per salvare quella dei detenuti, ma qui si va molto oltre.
Carenza di personale è il mantra che risuona nelle bocche di tutti. È difficile farcela, è difficile farcela quotidianamente e a lungo andare. C’è chi ha accompagnato un assassino efferato a processo, ha ascoltato per ore quello che è successo, ha vomitato invece di pranzare ed è dovuto rientrare in aula dopopranzo perché per carenza di personale, nessuno lo può sostituire.
Il personale specializzato non solo manca per i detenuti, ma manca anche per dare sostegno alle e agli agenti, che a volte non sanno esattamente cosa rispondere alla moglie la sera quando chiede come è andata.
Tutte meridionali ci fanno notare, persone che vivono un universo parallelo dentro e anche fuori perché vengono destinati in luoghi lontani da quelli di partenza, visti i turni, escono soprattutto tra colleghi e si finisce per star dentro anche quando si sta fuori. Il carcere è un orologio fermo, ci dicono. Marciare, marcire, marciare, si fanno il verso. C’è chi conta i passi per far passare la notte quando il turno di otto ore è sulle mura e le temperature scendono a meno 10. L’alternativa è girare in auto lungo quelle mura a 20 all’ora tutta la notte, oppure dormire in sezione senza chiudere occhio. Le otto guardie sedute sul palco dormono abbracciate a un orologio. Sono secche e precise le immagini che Sorrentino mette in scena.

C’è chi le poesie a scuola le detestava, mentre quella che il poeta, un detenuto a cui ha salvato la vita, ha scritto per lui la tiene in tasca e la sa quasi a memoria. Il poeta si era impiccato e aveva dato fuoco alla cella. L’agente si è trovato a scegliere se spegnere l’incendio e salvare tutti i detenuti o salvare il poeta e lasciar bruciare tutto. E grazie a coraggio e buon senso e l’intervento dei colleghi è riuscito a salvare tutti.
In carcere si balla sempre. Nel senso che non si sta mai, mai tranquilli.
Sai qual è la parola più usata in carcere, dai detenuti e dagli agenti: io? Ma qui io non esiste ci racconta uno di loro, qui io non esiste. Il carcere è un corpo senza testa, un corpo che non sa dove andare. Sono diverse, sono le stesse le esperienze che raccontano, davanti a un fondale fatto di disegni di Bruno Oliviero, disegni in cui la città brucia, le mani sono ammanettate, i paesaggi sono fatti grandi periferie urbane e brulle, su cui ogni tanto interviene la bandiera italiana, unica prop in mano agli agenti. Oltre alle rose rosse per ricordare i compagni suicidi. Ci sono stati 90 suicidi di detenuti e nove di guardie solo nel 2024.

Umani, molto umano, molto preciso, senza sbavi, Mimmo Sorrentino, ci racconta una storia complessa da tutti i punti di vista in una sintesi eccellente che racconta come la vita dentro sia fatta di umanità, vitalità, sense of humor, violenza ed emergenza continua mescolate senza sosta. In carcere c’è chi cerca pace, ma quella è zona di guerra. È difficile raccontare quello che le e gli agenti raccontano senza peli sulla lingua, voi vi sembra che i detenuti siano le vittime e noi gli aguzzini, ma non è così. No, non è così, Mimmo Sorrentino vive, sperimenta e trasforma il carcere in teatro sociale, mettendo in scena tutte le contraddizioni di una realtà complessa e ignota che fa fatica a interloquire con la realtà in uno spettacolo da vedere e rivedere, in una realtà che ha bisogno urgentemente di cambiare. Grazie a Mimmo, grazie alle agenti e agli agenti, a cui non sono stati risparmiati gli applausi a scena aperta più e più volte.



