
Da Bosch a Zeus, le stesse figure attraversano i secoli cambiando soltanto supporto. Un repertorio di immagini che i musei custodiscono e che la cultura di massa non smette di rimettere in circolo.
C’è una mostra, in questi mesi a Milano, che dice più di quanto prometta il titolo. “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, alle Gallerie d’Italia fino al 18 ottobre 2026, allinea oltre cento opere di Botticelli, Michelangelo, Dürer e Cranach per raccontare come il bello e il suo rovescio abbiano convissuto per secoli. È lo stesso terreno che avevamo attraversato ragionando su un’arte scomoda e sui suoi mostri d’autore: figure che non piacciono e tuttavia restano, che passano di epoca in epoca. Perché certe immagini non muoiono. Cambiano pelle.
Le immagini che non muoiono mai
Lo aveva intuito, quasi un secolo fa, uno studioso amburghese dal metodo inclassificabile. Aby Warburg dedicò gli ultimi anni della sua vita a un’opera rimasta incompiuta alla sua morte, il 26 ottobre 1929: l’Atlante Mnemosyne, una serie di pannelli su cui fissava quasi mille immagini di epoche lontanissime per mostrare come i medesimi gesti e le medesime figure riaffiorassero di continuo. Lo chiamava Nachleben, la “sopravvivenza” dell’antico. Non a caso l’atlante porta il nome di Mnemosyne, dea greca della memoria e madre, con Zeus, delle nove Muse.
Il punto non era la nostalgia, ma la persistenza. Un’immagine efficace, una volta inventata, tende a restare disponibile. Passa dal marmo alla tela, dalla tela alla stampa, dalla stampa alla fotografia. E ogni supporto nuovo la accoglie senza chiedere permesso.
Dallo scaffale del museo allo schermo
Oggi quel repertorio ha trovato un supporto che Warburg non poteva prevedere: lo schermo. Le divinità dell’Olimpo, i faraoni, gli eroi omerici popolano videogiochi, serie, pubblicità e interfacce di ogni tipo, spesso con la stessa naturalezza con cui un tempo decoravano un cassone nuziale. Zeus continua a scagliare fulmini, Ulisse a navigare, l’Egitto dei geroglifici a promettere tesori sepolti. Non è volgarizzazione: è la coda lunga della stessa iconografia, che si affaccia dove trova un pubblico.
Il fenomeno tocca anche i formati più commerciali del digitale, quelli pensati per l’intrattenimento rapido. Molti giochi da schermo prendono in prestito nomi e figure di diretta ascendenza mitologica: c’è il mito di Mida con il suo tocco d’oro, ci sono i titoli a tema egizio che rievocano il dio del sole Ra, e c’è persino la frutta stilizzata delle vecchie macchine da bar, ormai un classico grafico a sé.
Perché quelle figure funzionano ancora?
La ragione è che quelle immagini erano già progettate per essere immediate. Un fulmine, una piramide, un volto grottesco comunicano prima ancora di essere letti, esattamente come chiedeva la retorica visiva antica. Prendiamo un caso concreto: in un titolo diffuso come Gates of Olympus è di nuovo Zeus a comparire sui rulli, con moltiplicatori che arrivano fino a 500x. L’apparato è digitale, la figura è vecchia di venticinque secoli.
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Warburg lo avrebbe forse annotato in un angolo di uno dei suoi pannelli, accanto a un bassorilievo e a una stampa antica. La stessa Nike che vola su un vaso attico e la stessa figura alata che oggi lampeggia su uno schermo non segnano un tradimento della cultura alta. Semmai dimostrano che le sue immagini erano abbastanza potenti da sopravviverle.





