
Il rientro post-estivo della scena artistica di Oslo si apre con un netto cambio di geografia che vede protagoniste due mostre in corso in città. STANDARD (OSLO) ha abbandonato i vecchi spazi industriali per inaugurare una nuova sede in Eilert Sundts gate 40, ridefinendo la mappa delle gallerie cittadine insieme al presidio di OSL contemporary.
Dietro la superficie di questa rentrée racchiusa tra queste due importanti gallerie cittadine, i percorsi di Vibeke Tandberg, Torbjørn Rødland e Nina Beier — tutti storicamente legati all’humus culturale di Bergen e capillarmente presenti nelle collezioni pubbliche — si incrociano in un’indagine sottile e quasi clinica. Per questi tre artisti, la riflessione supera i confini della semplice messinscena: le opere si articolano in una vera e propria coreografia delle installazioni. Un dispositivo che non si limita ad alterare lo spazio, ma si configura ormai come la modalità più utilizzata e totalizzante nel consumo delle immagini contemporaneo, in cui lo spettatore è costretto a muoversi fisicamente tra feticci, simulacri e merci che, esattamente come i meccanismi più raffinati del marketing, non sabotano il nostro rapporto con l’autenticità, ma lo orientano in modo impercettibile e assoluto.

Vibeke Tandberg: la coreografia dell’assenza
A Oslo, da OSL contemporary, la mostra “Bodies and Clouds” lavora sulla rarefazione dello studio fotografico, giocando su un netto contrasto di bianchi e neri per bloccare le volute volatili del fumo. Eppure, questa apparente svolta astratta dialoga in filigrana con la fisicità pesante dei suoi calchi del corpo esposti nella retrospettiva “De lever” al KODE di Bergen.
La Tandberg orchestra una coreografia basata sulla pura sottrazione. Il fumo fotografato a Oslo e l’impronta in gesso a Bergen condividono lo stesso processo di reificazione: lo spazio espositivo diventa il palcoscenico di un vuoto solidificato. L’artista trasforma la scomparsa in un evento plastico, un guscio vuoto che cattura e orienta lo sguardo del visitatore, guidandolo verso un’esperienza formattata, priva di qualsiasi appiglio narrativo o confidenziale spontaneo. I suoi nuovi calchi sono come selfies scultorei implosi, quasi trofei esistenziali.

Rødland, Beier e il dispositivo del valore
A Uranienborg, il nuovo spazio di STANDARD (OSLO) ospita “Sam & Sara”, la prima personale a due che unisce formalmente Nina Beier e Torbjørn Rødland. Qui la coreografia installativa si fa esplicita e quasi d’intralcio: il pavimento è interamente invaso da Field, una distesa di centinaia di piante in vaso della Beier. L’effetto visivo costringe il corpo a un percorso guidato, un movimento calibrato all’interno di un limbo sospeso che ricorda la serialità commerciale e industriale di un vivaio.
Questo détournement spaziale fagocita l’architettura della galleria, richiamando l’immaginario evocato nel comunicato stampa dal liquore Goldschläger — la bevanda pop resa celebre per le sue pagliuzze d’oro fluttuanti. L’oro fluttuante e la vegetazione in vaso deflazionano l’architettura per farsi i cardini di una coreografia del desiderio capitalista: un lusso dozzinale, un’illusione ottica che promette un valore fittizio e, agendo secondo le regole del visual merchandising, formatta e orienta i movimenti del pubblico nello spazio.
Mentre i vasi della Beier occupano il piano orizzontale esibendo la propria natura di beni intercambiabili, le foto di Torbjørn Rødland emergono verticalmente dalle pareti per estrarne la perversione psicologica. Rødland prende i codici della fotografia pubblicitaria e di moda e li spinge al punto di rottura, integrando i suoi scatti in questo balletto artificiale in cui l’attrazione commerciale si fa profondamente perturbante.

L’icona pop e la recita del lutto
In questo impianto scenico tra feticcio e finzione, lo scatto Funeral Home di Rødland squarcia la patina ironica. L’immagine mostra un uomo e una donna in una camera ardente: una composizione così studiata e impeccabile da svelare la sua natura di set, una recita del dolore che si allinea perfettamente alla serialità standardizzata del vivaio della Beier.
In questi giorni segnati dalla continua scomparsa di grandi icone pop, in cui il cordoglio collettivo si consuma attraverso i passaggi obbligati dei format social — fatti di condivisioni compulsive e nostalgie preconfezionate —, l’opera svela l’atto finale di questa coreografia: la sottomissione dei sentimenti al dispositivo visivo. Rødland mostra come persino l’intimità della morte risponda ormai a una precisa partitura estetica, capace di incanalare e orientare l’emotività per il consumo collettivo.
Tra i calchi vuoti della Tandberg, il vivaio seriale della Beier e la camera ardente di Rødland, la rentrée di Oslo ci consegna un verdetto lucido. Attraverso questa rigorosa coreografia delle installazioni, gli artisti ci ricordano che l’immagine e lo spazio non sono più supporti passivi, ma la struttura stessa con cui il marketing visivo assimila, direziona e consuma la nostra realtà quotidiana e la nostra ormai formattata relazione all’arte.



