11 Ottobre 2026 01:00

Magia e alchimia nell’arte. “Autoritratto allo specchio” del Parmigianino

Parmigianino, Autoritratto allo specchio", 1524 circa. Vienna, Kunsthistorisches Museum
Parmigianino, Autoritratto allo specchio”, 1524 circa. Vienna, Kunsthistorisches Museum
Secondo appuntamento della rubrica di iconografia e iconologia che indaga e ricerca, nello sconfinato panorama della storia dell’arte, gli elementi magici e alchemici che hanno reso i più celebri capolavori scrigni di simbologie e significati spesso reconditi. La nuova opera oggetto di riflessione è Autoritratto allo specchio del Parmigianino

Sarebbe impossibile trovare, nella produzione pittorica di Girolamo Francesco Maria Mazzola – vero nome del Parmigianino (1503-1540) – un’unica opera attraversata da temi alchemici. Perché l’intera vita del Parmigianino è stata segnata dalla sua passione – a un certo punto, a detta di Giorgio Vasari, diventata addirittura smodata – per l’alchimia. Per queste ragioni, scegliamo di parlarvi di una delle sue opere più celebri, che vede protagonista proprio se stesso: l’Autoritratto allo specchio del 1524 circa, custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Tra i pittori più emblematici e “arditi” del Manierismo italiano, il Parmigianino con quest’opera mette in mostra – oltre alle sue angeliche fattezze – anche il suo talento. Il 1524 è anche l’anno in cui si trasferisce a Roma, e il dipinto pare fosse stato realizzato per presentarsi al pontefice Clemente VII.

Lo “specchio” su cui si riflette il pittore è quello dei barbieri, la cui superficie porta le immagini a incurvarsi verso l’esterno. Ed è così che si ritrae il Parmigianino: il suo volto campeggia al centro del dipinto, mentre lo sfondo via via si deforma per via della convessità dello specchio. In basso, in primissimo piano, cattura l’attenzione la sua mano destra, anch’essa deformata eppure perfettamente delineata in ogni suo dettaglio, compreso l’anello al dito mignolo. L’altra mano, la sinistra, non è visibile: è impegnata a dipingere.

Parmigianino secondo Giorgio Vasari

Ecco come Giorgio Vasari, ne Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, racconta la genesi del dipinto:

“Per investigare le sottigliezze dell’arte, si mise un giorno a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio da barbieri, di que’ mezzo tondi. Nel che fare, vedendo quelle bizzarrie che fa la ritondità dello specchio, nel girare che fanno le travi de’ palchi, che torcono e le porte e tutti gl’edifizi che sfuggono stranamente, gli venne voglia di contrafare per suo capriccio ogni cosa. Laonde, fatta fare una palla di legno al tornio, e quella divisa per farla mezza tonda e di grandezza simile allo specchio, in quella si mise con grande arte a contrafare tutto quello che vedeva nello specchio e particolarmente se stesso tanto simile al naturale, che non si potrebbero stimare, né credere. E perché tutte le cose che s’appressano allo specchio crescono, e quelle che si allontanano diminuiscono, vi fece una mano che disegnava un poco grande, come mostrava lo specchio, tanto bella che pareva verissima; e perché Francesco era di bellissima aria et aveva il volto e l’aspetto grazioso molto e più tosto d’Angelo che d’uomo, pareva la sua effigie in quella palla una cosa divina. Anzi gli successe così felicemente tutta quell’opera, che il vero non istava altrimenti che il dipinto, essendo in quella il lustro del vetro, ogni segno di riflessione, l’ombre et i lumi sì propri e veri, che più non si sarebbe potuto sperare da umano ingegno”.

Un modo di concepire la pittura, quella del Parmigianino, che probabilmente covava già il fuoco dell’opus alchemico. Da questa prospettiva, sono state date numerose letture, come quelle di Maurizio Fagiolo dell’Arco (Parmigianino, “peritissimo alchimista”; Il Parmigianino: Un saggio sull’ermetismo nel Cinquecento). Lo storico dell’arte, per le sue indagini, parte dalle parole di Vasari circa la passione del Parmigianino per l’alchimia che, “ufficialmente”, avrebbe avuto inizio dopo la fuga da Roma a seguito del Sacco del 1527.

Parmigianino. Verso la via “alchemica”

Prima si rifugiò a Bologna, poi fece ritorno a Parma, dove nel 1531 firmò un contratto per la realizzazione di un ciclo di affreschi per la Chiesa di Santa Maria della Steccata. Un lavoro che non terminò mai: per l’inadempienza, il pittore finì anche in carcere. Stando a quanto racconta Vasari, il Parmigianino avrebbe trascurato la pittura per dedicarsi quasi esclusivamente all’alchimia:

“In questo tempo si diede all’alchimia, e pensando in breve arricchirne, tentava di congelare il mercurio. Perché tenendo egli di molti fornelli e spese, non poteva riscuotere tanto dell’opera, quanto in tal cosa consumava. La qual pazzia fu cagione ch’egli, lasciato per la dilettazione di tal novella la utilità et il nome dell’arte propria, per la finta e vana in malissimo disordine della vita e dell’animo si condusse”.

Dopo la scarcerazione, andò a Casalmaggiore (Cremona). Qui visse gli ultimi istanti di vita, fino al 24 agosto 1540. Si ammalò di “una febbre grave e da un flusso crudele”, probabilmente una forma di avvelenamento da mercurio, uno degli elementi più utilizzati dagli alchimisti.

“Ma il cervello che aveva a continovi ghiribizzi di strane fantasie lo tirava fuor de l’arte, potendo egli guadagnare quello oro ch’egli stesso arebbe voluto, con quello che la natura nel dipignere e ’l suo genio gli avevano insegnato. E volse con quello, che non poté mai imparare, perdere la spesa et il tempo e farsi danno alla propria vita. E questo fu ch’egli stillando cercava l’archimia dell’oro, e non si accorgeva lo stolto ch’aveva l’archimia del far le figure”, commenta amaramente Vasari.

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