
Quarto appuntamento della rubrica di iconografia e iconologia che indaga e ricerca, nello sconfinato panorama della storia dell’arte, gli elementi magici e alchemici che hanno reso i più celebri capolavori scrigni di simbologie e significati spesso reconditi. La nuova opera oggetto di riflessione è Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini
Temperamento inquieto, carattere ribelle, innovatore visionario: Benvenuto Cellini (Firenze 1500-1571) non è stato “solamente” uno dei più influenti artisti del Manierismo italiano. Ne è stato una delle personalità più emblematiche.
Scultore, orafo e scrittore (è celebre la sua autobiografia, La Vita), Cellini dedicò gran parte della sua vita all’arte della fusione dei metalli, in particolare il bronzo e l’oro. E non solo dal punto di vista dello scultore.
Per Cellini la fusione dei metalli era un’impresa quasi eroica, oltre a essere un’arte molto vicina all’opus alchemico: dare nuova vita alla materia, nobilitarla, trasmutarla in opera d’arte. Emblematica è, il tal senso, la lunga e rocambolesca realizzazione della sua opera più celebre: Perseo con la testa di Medusa, scultura in bronzo collocata alla Loggia dei Lanzi a Firenze, e per la quale impiegò ben nove anni (dal 1545 al 1554) di lavoro, esperimenti e… incidenti.

Commissionata da Cosimo I, Perseo con la testa di Medusa è un’opera “alchemica”. Non per i suoi significati – di matrice essenzialmente politica – ma per la sua creazione, di cui conosciamo ogni dettaglio proprio grazie all’autobiografia di Cellini che, inoltre, fu un appassionato di negromanzia e astrologia.
L’impresa titanica che volle tentare lo scultore fu di realizzare l’opera attraverso la fusione in un unico getto. Nonostante le dimensioni, la complessa composizione e la quantità di dettagli che la contraddistinguono, Perseo con la testa di Medusa è composta da tre blocchi: il corpo della Medusa, la sua testa, il corpo di Perseo (se consideriamo anche la spada, i blocchi sono quattro). La fusione dell’opera fu estenuante e travagliata, al punto che lo stesso Cellini si ammalò di febbre e soffrì di sudorazioni, sintomi tipicamente causati dalla esalazione dei metalli.
E non fu l’unico guaio: un temporale fece abbassare la temperatura della fornace, causando la “solidificazione” del metallo da lavorare. Cellini, malato e disperato, balza dal letto e ordina che vengano gettati sul fuoco legni di quercia e ogni tipo di suppellettile in rame e stagno presenti in casa. La fusione avverrà con successo e, stando a quanto racconta l’artista, in un unico blocco, a parte qualche piccolo intervento di rinettatura (ovvero di ripulitura).
Ecco il brano che, ne La Vita, racconta come Cellini abbia fatto “risorgere” la materia all’interno della fornace:
“Di poi che io ebbi dato il rimedio attutti questi gran furori, con voce grandissima dicevo ora a questo e ora a quello: – Porta qua, leva là – di modo che, veduto che ’l detto migliaccio si cominciava a liquefare, tutta quella brigata con tanta voglia mi ubbidiva che ogniuno faceva per tre. Allora io feci pigliare un mezzo pane di stagno, il quale pesava in circa a 6o libbre, e lo gittai in sul migliaccio dentro alla fornace, il quale, cone gli altri aiuti e di legne e di stuzzicare or co’ ferri e or cone stanghe, in poco spazio di tempo e’ divenne liquido. Or veduto di avere risuscitato un morto, contro al credere di tutti quegli ignoranti, e’ mi tornò tanto vigore che io non mi avvedevo se io avevo piú febbre o piú paura di morte. Innun tratto ei si sente un romore con un lampo di fuoco grandissimo, che parve propio che una saetta si fussi creata quivi alla presenza nostra; per la quale insolita spaventosa paura ogniuno s’era sbigottito, e io piú degli altri. Passato che fu quel grande romore e splendore, noi ci cominciammo a rivedere in viso l’un l’altro; e veduto che ’l coperchio della fornace si era scoppiato e si era sollevato di modo che ’l bronzo si versava, subito feci aprire le bocche della mia forma e nel medesimo tempo feci dare alle due spine. E veduto che ’l metallo non correva con quella prestezza ch’ei soleva fare, conosciuto che la causa forse era per essersi consumata la lega per virtú di quel terribil fuoco, io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in circa a dugento, e a uno a uno io gli mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare drento nella fornace; di modo che, veduto ogniuno che ’l mio bronzo s’era benissimo fatto liquido, e che la mia forma si empieva, tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or là comandavo, aiutavo e dicevo: – O Dio, che con le tue immense virtú risuscitasti da e’ morti, e glorioso te ne salisti al cielo! – di modo che innun tratto e’ s’empié la mia forma; per la qual cosa io m’inginochiai e con tutto ’l cuore ne ringraziai Iddio; dipoi mi volsi a un piatto d’insalata che era quivi in sur un banchettaccio, e con grande appetito mangiai e bevvi insieme con tutta quella brigata; dipoi me n’andai nel letto sano ellieto, perché gli era due ore innanzi il giorno; e come se mai io non avessi aùto un male al mondo, cosí dolcemente mi riposavo”.
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