20 Settembre 2026 22:21

Blu cancella i murales a Bologna. Lotta al sistema. “Il museo non mi avrà!”

Blu street artist - ArtsLife

Lo street artist Blu è perentorio. Inamovibile. “Il museo non mi avrà”. Titola così “la Repubblica” nelle sue pagine di cronaca bolognesi. Nel corso di una notte frenetica di vernice e spray, Blu, il “Banksy italiano”, ha cancellato i suoi celebri, splendidi graffiti dai muri di Bologna. Il motivo? Una potente istituzione culturale, Genus Bononiae, sostenuta dalla fondazione bancaria e presieduta dall’ex rettore Fabio Roversi Monaco, sta facendo staccare dai muri le opere dei writer più quotati per esibirli, in alcuni casi senza il consenso degli autori, in una mostra sulla street art che inaugurerà giovedì prossimo nell’austero e storico Palazzo Pepoli.

C’era da aspettarselo che Blu reagisse in questo modo. Lo aveva già fatto a Berlino nella notte tra l’11 e il 12 dicembre del 2014. I potentati e le istituzioni museali che ora a Bologna hanno tentato questa operazione non hanno capito nulla del suo linguaggio. Oppure se ne fregano. E’ un po’ la versione italiana della polemica relativa al tentativo di scoprire il nome segreto dell’anonimo street artist Banksy. L’attività artistica di questi autori è intimamente connessa alla polemica contro la società e il mercato. Leggete qui per comprendere meglio la cifra di questi straordinari lavori di Banksy. La “cifra” dell’arte e deegli interventi cittadini di Blu è sulla stessa onda. Chiunque tenti di incasellare questi maestri nel circuito istituzionale o del mercato viene automanticamente espulso.

Blu street artist - ArtsLife
Gli attivisti mentre cancellano i murales bolognesi di Blu

Aiutato da un gruppo di occupanti dei centri sociali XM24 e Crash, Blu -l’anonimo graffitista bolognese che nel 2011 il Guardian ha segnalato fra i dieci migliori artisti di strada del mondo- ha distrutto tutte le opere ancora visibili che ha realizzato nel corso di vent’anni nella città da cui è partita la sua fama ora internazionale, affidando agli amici scrittori del collettivo Wu Ming (Blu non concede interviste ai media) il compito di divulgare e commentare il gesto di protesta sul loro blog Giap:

“La mostra “Street Art” è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi. Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento. Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade. Non stupisce che sia l’amico del centrodestra e del centrosinistra a pretendere di ricomporre le contraddizioni di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte”.

Così il gran bel pezzo di Michele Smargiassi, collega di “La Repubblica” non può far altro che limitarsi a una cronaca di questo scontro. Spiegando che il gesto di Blu è

“Una risposta clamorosa che riaccende la battaglia fra artisti di strada e sistema culturale ufficiale. Alcune settimane fa, quando si diffuse la notizia che una squadra di tecnici stava “strappando” i graffiti più belli dai muri degli edifici sui quali erano stati (abusivamente, è ovvio) affrescati, esplose la polemica sulla legittimità giuridica e morale dell’operazione che trasforma in arte da museo l’arte di strada, nata in conflitto con il sistema dell’arte e con i poteri che gestiscono l’immagine urbana. La motivazione ufficiale: salvarli dal deperimento e dalle demolizioni, ossia “avviare una riflessione sulle modalità della salvaguardia, conservazione e musealizzazione di queste esperienze urbane”. Ma il degrado e la demolizione sono, per molti artisti di strada, messi in conto come parte della vita stessa dell’opera. Nel frattempo, mentre il potere museale si appropriava dei murales, il potere giudiziario punisce gli autori: ottocento euro di multa e condanna penale per AliCè, artista romana esposta in tutto il mondo, per avere “imbrattato” una mezza dozzina di muri degradati della città. Se alcuni writer hanno accettato la museificazione forzata delle proprie, altri l’hanno esplicitamente avversata: come il bellunese Ericailcane, che contro l’appropriazione ha diffuso in Rete il feroce disegno di un topo con la didascalia “Zona derattizzata. Area bonificata da tombaroli, ladri di beni comuni, sedicenti difensori della cultura, restauratori senza scrupoli e curatori prezzolati, massoni, sequestratori impuniti dell’altrui opera di intelletto, adepti del Dio danaro e loro sudditi”. Si attendeva la risposta di Blu, il più noto e sfuggente del gruppo. È arrivata. Ed era forse prevedibile: ha fatto come in Cuvrystrasse a Berlino, quartiere di Kreuzberg, dove un suo murale, pensato come riscatto artistico del degrado urbano del luogo, stava diventando un arredo di lusso in un progetto di ristrutturazione residenziale per ceti abbienti. Cancellato, per sempre. Bologna dunque perde, per volontà dell’autore, diverse opere che farebbero la felicità di molti musei. Via l’uomo con la mascherina antismog nel sottopassaggio di via Stalingrado, via il gigantesco murale (una scena surreale di scontri di piazza) su una facciata dell’ex macello comunale, occupato dal centro sociale XM24, per il cui mantenimento in loco si erano mobilitate negli scorsi anni raccolte di firme e appelli di intellettuali, via in tutto una mezza dozzina di opere segnalate nelle guide alternative, meta di pellegrinaggi degli appassionati. Per salvare da erbacce e muffe gli animali fantastici che aveva disegnato assieme ai bambini nel giardinetto di cemento di via del Guasto, affidandoli all’Accademia di Belle arti, la presidente del quartiere Milena Naldi aveva perfino lanciato una sottoscrizione popolare. Ora chi vorrà vedere i lavori di Blu (quelli autorizzati e quelli no) dovrà andare a Città del Messico, o a New York, o in Palestina, a Vienna, a Milano, a Praga, a Roma. Bologna, per aver voluto “salvare” l’arte di strada, ha finito per perderla. Dopo la condanna di AliCè, Roversi Monaco aveva mostrato di gradire che i graffitisti reagissero “con classe”, senza protestare. Ma a quanto pare, alcuni artisti di strada non vogliono farsi stritolare nella morsa fra museo e tribunale.

Forse a questo punto apparirà più chiaro a tutti quanto sta avvenendo. Dei nuclei di opposizione al sistema capitalista hanno ormai compreso che l’unica possibilità di un’opposizione concreta consiste nel rifiutare a tutti i costi qualsiasi contatto sia con i media che con le istituzioni, per non parlare del mercato. Insieme a frange di hacker questi artisti stanno creando in tutto il mondo un movimento undergorund nel quale la prima regola è: chiunque accetti un’intervista o qualsiasi intervento che lo inserisca nel sistema è assolutamente libero di farlo ma con ciò sceglie in automatico di autoespellersi dal progetto rivoluzionario. Ciò avviene poichè queste persone hanno capito che il capitalismo edonista ha uno strano potere fagocitante di ribaltare ogni critica trasformandola all’istante in una merce da esibire nel mass market museali o mercantili. ArtsLife -un giornale pubblico che si occupa anche di mercato dell’arte oltre che di cultura- è pienamente parte del sistema. Ma comprende e sostiene questi artisti e il loro movimento.

Lunga vita all’anonimato dell’arte e alla diffusione della bellezza!