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Manifesta a Palermo. La post-retorica della pseudo-diversità

Manifesta 12, Lydia Ourahmane Manifesta 12, Lydia Ourahmane
Manifesta 12, Lydia Ourahmane
Manifesta 12, Lydia Ourahmane

Gli artisti invitati alla mostra istituzionale di Manifesta 12 a Palermo mettono in scena una vera e propria antologia dei luoghi comuni del socialmente impegnato

Lunghe teorie di bandiere dei luoghi che hanno ospitato un progetto “partecipato”. Un’installazione creata con barili di petrolio algerino, un’altra che con una sfilza di cerchi metallici ammicca a un oleodotto, e poi un murale con un “oppresso” che tenta di liberarsi da una rete metallica. Cambia sede, ed ecco la più classica delle periferie degradate, con un’installazione fatta dai detriti e pattume raccolto su una spiaggia. Altro scenario, e c’è l’artista cinese che risolve radicalmente il tema di “coltivare la coesistenza”, proponendo il tema “eco-queer”: sette giovani – citiamo testualmente dal catalogo – stabiliscono “un contatto intimo con delle felci”, ovvero “fanno l’amore con le piante”. Rivoluzionario, se non fossero passati 26 anni da quando Paul McCarthy scioccava su simili tenori con il suo “The Garden”.

Manifesta 12, Tania Bruguera
Manifesta 12, Tania Bruguera

Se con un titolo come “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” c’era il rischio di scivolare sul terreno della retorica, gli artisti invitati alla mostra istituzionale di Manifesta 12 a Palermo cadono clamorosamente sul campo, mettendo in scena una vera e propria antologia dei luoghi comuni del socialmente impegnato. Scriviamo queste brevi e sconsolate note avendo visitato soltanto 3 o 4 – le più importanti, però – della diecina di sedi della mostra: per cui siamo pronti a ricrederci davanti a artisti o opere che contraddicano questa impressione. Ma per ora la domanda che ci risuona in testa è: ma è soltanto questo ciò che creativi selezionati in tutto il mondo da un evento prestigioso e seguitissimo come Manifesta riescono a “leggere” del mondo che li circonda? Sono queste – le più prevedibili, scontate, logore – le istanze che credono necessario rimarcare? E lo fanno con modalità così vecchie, stanche, consumate dall’orgia comunicativa attuale?

Manifesta 12, Filippo Minelli
Manifesta 12, Filippo Minelli

Un’artista celebrata e ormai quasi iconica come Tania Bruguera, non trova di meglio che proporre proprio in Sicilia (captatio benevolentiae?) una battaglia civica che ferve da anni ormai come quella contro il sistema MUOS di Niscemi? Per la verità, ci tocca confessare che gli spunti più interessanti che a tutt’oggi individuiamo in questa Manifesta sono momenti sublimi di politically correctness dialettica. Come nella targhetta che finisce di diritto nella “bacheca” di chi l’ha letta, che nella sede del Giardino Botanico recita beatamente che noi “non dobbiamo scomparire silenziosamente nella pseudo-diversità di nazione arcobaleno”, sancendo che “Questo giardino diviene un paesaggio contestato, da innaffiare con un liquido che darà fuoco alle masse affinchè si possa accendere la rivoluzione”. Prosa da Realismo russo di fine Ottocento? Sì, ma prodotta per Manifesta nell’anno domini 2018 da Lungiswa Gqunta

Manifesta 12, Roberto Collovà
Manifesta 12, Roberto Collovà

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