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Opposizione e sovraesposizione. La poetica politica di Paolo Cirio

Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra
Paolo Cirio, Global Direct, mostra inserita all’interno della rassegna Caratteri, Parma, 2014
Paolo Cirio, Global Direct, mostra inserita all’interno della rassegna Caratteri, Parma, 2014

Era il 2014, gli avevo prenotato un albergo vicino alla stazione. Sarebbe arrivato in aereo, da New York a Praga e da Praga a Parma. Si sarebbe fermato qualche giorno.

Meno di un anno dopo sarei partito per Berlino con un gruppo di amici, sulle stracce di una delle sue gallerie, in occasione di Transmediale. Lui non c’era. Intenzioni che concretizzano spostamenti fisici, prendi un aereo, visiti una città, cerchi di capire cosa succede: di Transmediale avremmo visto e ascoltato poco, semplici turisti nell’isola dei musei e a bere in uno strano bar/mausoleo dedicato ai Ramones, di cui non saprei balbettare nemmeno una canzone.

Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra
Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra

Sicuramente quando ci siamo visti per la prima volta la distanza ci difendeva da qualsiasi tipo di contatto fisico. America – Italia, New York – Parma (provincia), una chiamata Skype per convincerlo a partecipare ad una mostra, a presentare qualcosa di nuovo. Sembrava avesse perso un po’ di dimestichezza con la lingua italiana, una distanza linguistica non dissimulata, forse quasi esposta. Paolo Cirio arrivò qualche giorno prima dell’inaugurazione, doveva allestire Global Direct, manifesti, diagrammi di flusso stampati su plexiglass e video. Un’utopia politica tradotta in diagrammi, in interviste a filosofi, giornalisti, sociologhi, in slogan e carta da attaccare sui muri, dello spazio espositivo e della città. Si era inventato un nuovo sistema politico, o meglio una filosofia politica che potesse diventare partito, un’idea di democrazia globale, sulla scia delle istanze di Podemos in Spagna o di Crowdsourcing in Islanda che in quegli anni, pochi anni fa, stavano cavalcando l’onda della disgregazione dei partiti novecenteschi. Diciamo che stava costruendo, cosa che aveva fatto e avrebbe fatto anche in futuro, una struttura complessa, ben organizzata, in cui metteva in scena una sua idea di politica o attacco alla politica, dipende da che parte la si guarda.

Paolo Cirio,Global Direct, mostra inserita all’interno della rassegna Caratteri, Parma, 2014
Paolo Cirio, Global Direct, mostra inserita all’interno della rassegna Caratteri, Parma, 2014

Una struttura che poggia su una forte base teorica (diagrammi di flusso), ma che si concretizza in elemento fisico, oggetto, manifesto, spazio urbano. Sinceramente, come mi capita spesso, non mi ricordo perché non l’ho seguito nell’attacchinaggio in città: manifesti con sfondo azzurro e nuvole bianche, un cielo di carta su cui stampare in maniera evidente le parole Globar Direct e qualche slogan: Have a Say in Global Democracy.

La città si sarebbe dovuta accorgere delle nuove presenze, cosa che purtroppo non avvenne, ma ogni esperimento scientifico è un successo anche se non raggiunge lo scopo iniziale. È comunque un dato. Ma ad accorgersi dei manifesti fu il comune, nella fattispecie alcuni collaboratori zelanti dell’ufficio cultura, che ci chiesero di rimuovere le affissioni perché non avevano i regolari permessi. Un cortocircuito interessante, il comune patrocinava la manifestazione e, in qualche modo, ne ridisegnava i limiti andando a creare quella controparte indispensabile alla dialettica politica/comunicativa. In pratica la reazione si era innescata e il dibattito aveva avuto una sua prima concretizzazione, una sua prima apparizione. Il diagramma si era mosso, anche se non aveva disturbato per la proposta programmatica, ma per la sua presenza fisica, l’opposizione, seppur compiacente, si era fatta sentire. La proposta è immagine e l’immagine è manifesto (gesto), centimetri quadrati che avrebbero usurpato lo spazio di un intonaco, di una vetrina, di un muro di un vicolo vicino al mercato. Non mi ricordo nemmeno se avessi rimosso entro breve i manifesti. Era l’oscillazione il fattore che volevo valutare, tra museo e città, tra programma elettorale e politica, tra un’interfaccia digitale e la mia stanza in cui per la prima volta avevo parlato con Paolo Cirio.

Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra
Paolo Cirio, Overexposed, intervento di street art, poster di carta, Londra

La stessa stanza in cui pochi giorni fa, aprendo la mail, vedo un messaggio di Paolo, l’invito a due mostre, entrambe a Torino, di cui una a luglio alla Fondazione Sandretto. Non so neanche se l’abbia scritta lui, la mail, o un suo collaboratore. Non ho risposto, forse lo farò fra poco. Da tanto che non ci sentiamo. Un anno fa ero a Londra. Ho riconosciuto una sua opera del progetto Overexposed affissa in Brick Lane, Stencil HD che ritraggono alti funzionari della Cia, dell’FBI, ecc. Una sovraesposizione, la più banale regola del contrappasso, chi sorveglia viene piazzato su un muro di una grande città. Ho aperto la mail nella stessa stanza in cui avevamo parlato per la prima volta, lui quella stanza non l’ha mai vista e presumibilmente non la vedrà mai. La casa è di 83 m², c’è una sala, una cucina, un piccolo corridoio con una libreria a muro, una camera da letto, un’altra camera adibita a studio e un bagno con lavatrice vicino alla finestra.

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