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Sulla rocambolesca armonia del Laocoonte e del suo fascino immortale

Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte
Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte
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Il Gruppo del Laocoonte vive di un fascino che oltrepassa la vicenda che lo ispira. La strana e movimentata armonia formale racchiude forse il suo mistero, tanto che lo scultore Richard Deacon ne ha dato un’interpretazione contemporanea.

“Dunque mi dite noi possiamo godere della linea, del colore, della massa, della colonna indipendentemente dal fatto rappresentato, o dal fine pratico cui un edifico si vuol destinare?”

Roberto Longhi, Breve ma veridica storia della pittura italiana

Se ancora le fiamme e il sangue non avevano iniziato ad impregnare le mura della città di Troia, una strana statua in legno di equine sembianze era stata già fatta passare per i cancelli. Il mitico tranello stava per consumarsi ma la popolazione, inebriata dalla prospettiva di una vittoria, sembrava non porsi troppi interrogativi sullo strano dono che i Greci avevano appena fatto loro. Solo un saggio sacerdote di Apollo, Laocoonte, ebbe l’audacia di esprimere veementemente i propri dubbi, scagliando addirittura una lancia verso il cavallo immobile e, per il momento, ancora silenzioso. A far rumore era Troia che, noncurante dell’avvertimento, ignorò anche la punizione che la dea Atena, parteggiante per i Greci, inflisse a Laocoonte: due enormi serpenti marini attaccarono i figli del sacerdote che, combattendo con tutte le sue forze, tentò di salvarli trovando invece la morte alla fine di un disperato scontro.

In un imprecisato momento del giorno 14 gennaio del 1506, Michelangelo Buonarroti presenziava allo scavo di recupero di un ancora sconosciuto gruppo scultoreo. L’artista, insieme, tra gli altri, all’architetto Giuliano da Sangallo, si trovava a Roma in una vigna sul colle Oppio e vide riemergere, immortalato eternamente in una scultura, quell’immane scontro che aveva visto perire Laocoonte e i suoi figli. Le statue furono riconosciute, sembra, da Giuliano che, ricordandosi di una descrizione dell’opera fatta da Plinio, fu in grado di ipotizzare l’identità del gruppo scultoreo. Fu così che, una volta riassemblata, l’opera diventò ufficialmente il Gruppo del Laocoonte, attribuita agli scultori greci Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro. Esposta ai Musei Vaticani, l’opera è ad oggi un capolavoro inimitato.

Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte
Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte

Poco importa, veramente, se si tratta di una copia marmorea, eseguita probabilmente tra I secolo a.C. e I secolo d.C., di un originale bronzeo del 150 a.C. circa. Le tre sculture racchiudono nel loro contorcersi ingarbugliato la difficoltà dello scontro con i mostri marini e il disperato tentativo di liberarsi dalla loro presa. La resa plastica è perfetta nel cogliere il dimenarsi pluridirezionale di Laocoonte, l’agitarsi inarrestabile con cui il padre tende ogni suo muscolo nel richiamare a sé la forza di salvare i figli. Antifante e Timbreo, al contrario, appaiono impotenti e terrorizzati guardando il padre soccombere, ma soprattutto lasciando scivolare l’occhio sul profilo dei serpenti che rapidamente si attorcigliano intorno alle loro membra stanche. La scena è scolpita nel momento di massima tensione, enfatizzando al massimo la resa drammatica del momento: al culmine dello sforzo i tre personaggi realizzano che le loro speranze stanno per morire strozzate dalla presa dei mostri e che il dramma, fino a quel momento vissuto senza lucidità, prende ora i caratteri definiti della  morte.

E se questa energia patetica viene colta da ogni osservatore ed è stata particolarmente analizzata, quel che salta altrettanto all’occhio, ma che è rimasto meno approfondito, è il carattere di rocambolesca armonia su cui il gruppo scultoreo è costruito. Riprendendo la citazione iniziale del noto critico d’arte Roberto Longhi, un’opera d’arte vive di un valore che oltrepassa ciò che rappresenta o la destinazione per cui è stata realizzata. A nobilitare l’opera concorrono invece primariamente l’aspetto formale e quello visuale: come una cosa è rappresentata supera la cosa rappresentata. Se l’arte è visione e interpretazione della realtà, la modalità artistica con la quale si declina questa idea domina sul carico emotivo e psicologico che questa porta con sé. Perciò, forse, a rendere immortale il Gruppo del Laocoonte non è la drammatica storia di cui il sacerdote e i figli sono protagonisti, bensì la straordinaria composizione con la quale sono disposti sulla scena.

Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte
Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte

La complessità scenografica della struttura è dettata dal moto apparente dei suoi protagonisti, i quali però trovano immobile sintesi che ne completa le posture apparentemente inconciliabili. Le linee compositive risultano infatti particolarmente complesse e diversificate, con la sola figura di Laocoonte che frammenta in almeno 5 direzioni i suoi movimenti: se con la gamba destra poggia il piede sul gradino per farsi forza in avanti, l’altra gamba è trascinata all’indietro dalla morsa del serpente; mentre la mano sinistra riesce ad afferrare il mostro marino, il braccio destro è piegato come volesse raggiungere la schiena; ma il contrasto più evidente è sicuramente quello che fa torcere il busto in una direzione quando la testa si reclina invece nell’altra.

L’articolata nervosità della messa in scena vibra fino a raggiungere i figli, le cui pose risultano molto più passive e condizionate dall’azione dei serpenti. Così la figura di sinistra finisce totalmente in balia della bestia, che lo solleva ponendolo quasi in orizzontale, gettandogli la testa indietro e portando invece prossimi all’osservatore le gambe inermi. Leggermente più combattivo il personaggio di destra, che piegandosi e sollevando una gamba riesce ad afferrare il corpo dell’essere. Se il massimo dello sforzo è concentrato sull’unico piede che lo regge in equilibrio, l’attenzione dello sguardo si rivolge invece speranzoso verso il padre.

Richard Deacon, Laocoon
Richard Deacon, Laocoon

Abbiamo appena accennato ai dettagli formali che l’opera vanta, ma appare già significativo come l’intrecciarsi delle linee generi un complessivo impatto visivo che colpisce ben prima di venire a conoscenza del soggetto scolpito. Ha ben compreso questo aspetto anche Richard Deacon, che nel 1996 ha dato una personale re-interpretazione del celebre soggetto. Non più marmo, ma anonimo legno e sottile alluminio; non più plastiche figure definite nei dettagli, ma uno scivolo astratto che si rincorre fino a ricongiungersi in un ciclo continuo. Deacon attua così un’operazione di filtraggio volta ad eliminare tutto l’apparato narrativo e stilistico del Gruppo del Laocoonte, mantenendone invece l’ardimentoso sentimento di vortice che la composizione, come abbiamo visto, possiede in abbondanza. Il tributo di Deacon può dunque essere visto come una resa pura e astratta di quel ritmo, di quelle ondulazioni corrispondenti, di quei ribaltamenti mozzafiato, di quel capovolgersi elegante, di quel divergere armonioso che dona alla scultura del Laocoonte un fascino magnetico.

Ma per chi inevitabilmente volesse rintracciare un legame tra un’opera così astratta e la vicenda letteraria che la ispira, potrà di certo trovare consolazione nella corrispondenza tra la forma della scultura e quella di uno dei mostri marini che attanaglia Laocoonte e i suoi figli. Chissà se poi in realtà questa raffinata ed evocativa scrematura formale non sia invece una più semplice sineddoche. Una parte per il tutto. Il serpente marino come simbolo del dramma vissuto dai protagonisti. Un’ulteriore tragedia nella grande tragedia della guerra.

No dai, meglio mantenere la prima analisi così da rispondere alla domanda che Longhi si poneva ad inizio articolo: si, possiamo.

*Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro, Gruppo del Laocoonte

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