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Morta a Roma la storica dell’arte Sandra Pinto, per anni alla guida della GNAM

Sandra Pinto Sandra Pinto
Sandra Pinto
Sandra Pinto

Storica dell’arte, funzionaria e poi soprintendente a Firenze, Torino e poi Roma, Sandra Pinto è scomparsa ieri a Roma per un improvviso implacabile malore

Ciò che ci qualifica non è di chi siamo figli ma chi siamo noi, la nostra responsabilità nei confronti della storia presente e futura è di ben altro peso. Va assunta in un diverso organismo, in una diversa prospettiva, in una totale disponibilità non alla vana, necrofila lusinga dell’autoglorificazione. Ma ai rischi ineluttabili però veramente gratificanti di tutto ciò che vive”. Queste parole, pronunciate in anni lontani, quando era ispettrice della Soprintendenza Incaricata della Galleria di arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, rendono bene l’approccio al mondo dei musei di Sandra Pinto. La storica dell’arte, funzionaria e poi soprintendente a Firenze, Torino e poi Roma, scomparsa ieri a Roma per un improvviso implacabile malore.

Era un personaggio schivo e riservato, lontanissimo dal “presenzialismo” che oggi caratterizza anche molti protagonisti del mondo dell’arte. Per questo sono frammentarie e sporadiche anche le notizie sulla sua biografia. Compresa la sua età, che pare fosse di circa 80 anni. Lungo e prestigioso invece il suo curriculum nelle istituzioni culturali italiane. Dopo l’incarico fiorentino, mantenuto fino al 1979, si trasferì a Torino come Soprintendente per i beni artistici e storici del Piemonte. E successivamente a Roma, dove per una diecina di anni fu a capo della Soprintendenza speciale per l’Arte Contemporanea. Con competenza sulla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Fu lei a gestire i grandi lavori di restauro e riordinamento delle collezioni compiuti tra il 1995 e il 1999 con i fondi stanziati per il Giubileo del 2000. Creando un percorso cronologico tornato molto agli onori delle cronache dopo le successive revisioni degli allestimenti.

Ampio anche il suo contributo critico, che è difficile riassumere in questa sede. Fra le sue opere più popolari – ha ricordato Claudio Gamba con un sincero e appassionato omaggio su Facebook – c’è “un libro che curò insieme a Matteo Lafranconi: ‘Gli storici dell’arte e la peste’, che riuniva idealmente 40 studiosi mentre fuori imperversava una terribile epidemia (“come avviene con i personaggi del Decamerone anche qui non si tratta di ingannare il tempo … ma di evitare che la paura porti a un totale imbarbarimento: … essere pronti a tornare nel mondo con delle risposte e dei progetti, per ricostruire una civiltà sconvolta e smarrita”). All’epoca il problema era la crisi profonda della disciplina, ma il tema rimane di grande attualità oggi che siamo nel mezzo di una vera pandemia”.

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