Print Friendly and PDF

Marco Tonelli. (In)visibilità e (ir)rilevanza dell’arte

Giorgio Morandi, Natura morta, olio su tela, 1952 Giorgio Morandi, Natura morta, olio su tela, 1952
Giorgio Morandi, Natura morta, olio su tela, 1952
Giorgio Morandi, Natura morta, olio su tela, 1952

Il “silenzio” degli artisti non significa “assenso” a uno scenario in cui l’arte è assente dal dibattito e politica, sociologia e attivismo diventano espressioni creative

Per ArtReview la personalità artistica più rilevante del 2020 è il movimento Black Lives Matters, a cui del resto molti artisti, anche noti a livello internazionale, tra cui Bansky ed Arthur Jafa, hanno dedicato delle opere. Considerando che il movimento non è un artista o un’opera d’arte (a meno di non celebrarlo come tale, operazione degna del più geniale e redivivo Duchamp) il segnale suona come una campana a morto per gli artisti impegnati o che vogliono realizzare opere in un momento di crisi mondiale come questo.

Insomma se in una classifica delle personalità artistiche più rilevanti al mondo il primo posto non è occupato da nessuna di esse ma dall’oggetto di impegno (e nelle prime dieci posizioni solo 2 sono di artisti veri e propri, se ne è già parlato), è ovvio che l’arte non ha nessun valore primario che sia estetico, mediatico o politico rispetto all’oggetto in sé. Il ready-made ha vinto a livello mondiale, se no al primo posto avremmo trovato almeno Jafa o Bansky.

Il fatto rilevato chiude un cerchio: quello dell’inefficienza dell’arte… ma solo dove vuole essere una voce in capitolo in un campo che non è il suo, appunto quello della politica, della sociologia, dell’attivismo, dove sarà sempre perdente. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti (lo scriveva quasi venti anni fa Julian Stallabrass) che il politico, il sociale, il relazionale sono diventati elementi estetici, formali, stilistici, alibi per strutture di potere culturale ed economico (musei, collezionisti, aziende, curatori) che li utilizzano promuovendo contenuti di inclusione e collettivi (vedi le ultime perfomances terapeutiche), mettendosi così al sicuro da denunce e sensi di colpa per occuparsi di estetica e denaro in un momento così tragico.

 

Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972, GAM, Torino
Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972

Eppure l’arte non dovrebbe essere valutata perché sa crearsi alibi, perché interviene nel dibattito delle cronache contemporanee o perché gli artisti, al pari di politici, virologi, scrittori, attori, si facciano sentire in tv, sui quotidiani o alla radio (anche perché nessuno del resto li ha mai invitati!). Il disimpegno di Giorgio Morandi era forse deprecabile in confronto all’impegno di Renato Guttuso (a giudicare da presenze in collezioni museali, studi critici e mercato sembrerebbe di no)? L’indifferenza di Francis Bacon per questioni di politica, gender e disparità verso cui non vorrà mai esprimere alcun pensiero se non appunto la sua indifferenza ne hanno fatto un artista meno importante degli impegnatissimi Art & Language o Guerrillas Girls per non dire di Joseph Beuys?

Se l’artista dovesse avere l’obbligo di farsi sentire, ad esempio in tempo di pandemia, la sua opera svanirebbe non appena i vaccini cominciassero a fare effetto e normalizzare il virus come un’influenza annuale, tenendolo chimicamente sotto controllo. L’”arte da pandemia” passerà probabilmente come un raffreddore. In realtà l’artista si fa sempre sentire con le sue opere e interviene nel dibattito pubblico a prescindere dal fatto se la sua opera si astenga o no dal commento sociale. D’accordo, un’opera di Santiago Sierra o di Paolo Canevari (due artisti sempre nel cuore della politica senza far politica) non hanno bisogno di parole che certifichino l’impegno degli artisti, ma perché dovrebbero averne bisogno i dipinti di Adrian Ghenie o di Julie Mehretu?

 

Adrian Ghenie, Figure with Dog, 2019, Oil on canvas, 250×200 cm (98,4 x 78,7 in) Courtesy Galerie ThaddaeusRopac, London· Paris Salzburg © Adrian Ghenie
Adrian Ghenie, Figure with Dog, 2019, Oil on canvas, 250×200 cm (98,4 x 78,7 in) Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London· Paris Salzburg © Adrian Ghenie

Ben diverso è evidenziare che la voce degli artisti non si è levata in questi tempi tanto quanto quella di medici, politici, filosofi, scrittori, imprenditori, ristoratori e operatori dello spettacolo. Anche se notevole è l’articolo dell’attore/performer Antonio Rezza del 14 dicembre 2020, sintetizzabile in queste due righe: “Io esigo il rispetto della mia ossessione, non toletto i cani ma faccio quello che mi piace, non chiedo soldi al ministro che mi è debitore, farò scuola da defunto ai miei contemporanei” (ripreso anche da Renato Palazzi sul Sole 24 Ore col titolo “No al drammaturgo da sofà”).

Ne abbiamo visti tanti passare in tv, alzare la voce nei media, depressi, delusi o giustamente arrabbiati e sull’orlo del fallimento come albergatori, cuochi o parrucchieri, ma mai artisti certo. Da una parte non credo che un o una artista visivo/visiva (contrariamente ad attori/attrici o registi ad esempio) sia mai stato invitato a dire la sua, non per difendere la categoria, ma per offrire la propria visione delle cose. Dall’altra parte, se definiti prima come “divertenti” e poi trattati da “beni non essenziali”, perché gli artisti dovrebbero partecipare al balletto mediatico? Laddove il museo dei nostri tempi, il primo a chiudere e l’ultimo a riaprire, esprime il concetto dell’inessenzialità dell’arte, come ci si poteva aspettare che un artista venisse invitato a parlare o sentisse il bisogno di farlo di fronte a chi, di fatto, non ha mai avuto interesse ad ascoltarlo?

Dovremmo dircelo più chiaramente: il mondo dell’arte non ha alcuna influenza sul mondo reale, è un mondo a sé o almeno così è percepito, che interessa solo quando tratta argomenti politically correct. Le aste fatturano record di vendita o il denaro illegale viene riciclato, tanto da allertare finalmente organi giudiziari e investigativi come l’Ofac Office of Foreign Assets Control.

 

Joseph Beuys, La rivoluzione siamo noi
Joseph Beuys, La rivoluzione siamo noi

 

In fondo è il prezzo da pagare per avere la mano libera, per essere autonomi e indipendenti nel “sottosistema” dell’arte, di fare e disfare a piacimento. Se questa libertà sia poi strumentalizzata in cattiva fede da altri (a livello ideologico, politico od economico) o in buona fede da parte degli artisti, complici involontari, anche questo sarà un modo per dire che l’arte fa comunque sentire la sua voce. Fosse anche di silenziosa disfatta, ma che sarà forse l’unica a rimanere quando questo tempo svanirà nel ricordo e verrà ripassato sui libri di storia. Ma è l’unica libertà che ci rimane ora che tutte le altre sono continuamente rinegoziate in base a numeri emergenziali e non emergenze esistenziali.

Marco Tonelli

Commenta con Facebook