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“Se non sai parlare, forse saprai guardare”. A Parigi, il mondo visto da Marc Riboud

La jeune fille a la fleur - Washington 1967 © Fonds Marc Riboud au MNAAG
La jeune fille a la fleur – Washington 1967 © Fonds Marc Riboud au MNAAG

Prima la Francia e l’Inghilterra, poi la Turchia, l’Afghanistan, l’India, il Nepal, il Giappone, il Vietnam e sopratutto la Cina. Sono tutte “storie possibili” quelle che racconta Marc Riboud con le decine di fotografie che tracciano il percorso umano e professionale del grande autore Magnum. Ad accoglierle è il Musée Guimet di Parigi, fresco di riapertura, a cui la vedova Catherine Riboud Chaine ha devoluto l’opera integrale del marito.

Paesi lontani migliaia di chilometri, culture differenti e talvolta opposte, epoche più che mai diverse. Eppure, lo stesso sguardo, riconoscibile al pari di un timbro postale, capace di cogliere la poesia di un luogo anche dopo l’esplosione di una bomba, l’ironia di una posa anche nel più grigio degli scenari, la dolcezza di un volto anche nel più insostenibile dolore. Marc Riboud aveva un’eleganza innata, un talento straordinario per la composizione, un’attrazione inguaribile per l’ombra, la nebbia, la notte. “Amo la nebbia come l’ombra e la notte che cade; cancellano, purificano, staccano i piani”, affermava il grande autore Magnum, scomparso a Parigi nel 2016.

Vietnam du Sud, 1968. L’ancienne ville impériale de Hue,après le bombardement de mai 1968 © Fonds Marc Riboud au MNAAG

La mostra Histoires Possibles, più volte rimandata e ora finalmente in scena presso il Musée des arts asiatiques Guimet fino al 6 settembre 2021, ripercorre la carriera di Marc Riboud dagli anni ’40 ai primi 2000. Oltre sessant’anni di attività tracciano un viaggio nella storia del Novecento ai quattro angoli del mondo, componendo un ritratto caleidoscopico dell’umanità, dalla borghesia parigina ai contadini cinesi, dagli operai inglesi alle donne velate afghane. Un mondo che l’autore ha catturato più con lo sguardo di un fotografo che di un reporter; Riboud si è spinto oltre la soglia della pura documentazione per cercare, in ogni scatto, una sua personale interpretazione della realtà.

© Thierry Ollivier
© Thierry Ollivier

“Se non sai parlare, forse saprai guardare”, gli disse (profeticamente) il padre, regalando a un bambino timido e solitario la sua prima macchina fotografica, una Vest Pocket Kodak. Nato a Saint-Genis-Laval (Lione) nel 1923, è dalla finestra di casa che Riboud inizia ad osservare il mondo, utilizzando gli infissi a mo’ di cornice – immagini che testimoniano sin da subito una passione irrefrenabile per la geometria, l’inquadratura, l’equilibrio. Dopo gli studi da ingegnere e un inizio di carriera in fabbrica, lascia tutto per volare a Parigi, dove sceglie di dedicarsi alla fotografia. Qui posa il suo sguardo sorpreso sulla capitale del dopoguerra, sui quais e sulla Tour Eiffel, dove scatta i celebri ritratti dei pittori, immagini che gli valgono l’entrata in Magnum.

Le peintre de la tour Eiffel – Paris 1953 © Fonds Marc Riboud au MNAAG

È Robert Capa a spedirlo nel suo primo viaggio, in Inghilterra, a “fotografare le ragazze e imparare l’inglese”. Qui Riboud affina il suo sguardo, dandogli quel timbro distinto che lo accompagnerà fino alla morte. Fotografa i raduni dei dockers, le spiagge, il mondo operaio prima di partire per l’Oriente in macchina, dove rimarrà per tre anni. Prima la Turchia, l’Afghanistan, poi l’India, il Nepal…fino a quel viaggio che fa un po’ da spartiacque nella sua carriera: la Cina. Nel 1957, il fotografo è tra i primi a ottenere un visto per visitare e mostrare all’Occidente un paese in cui non andava nessuno e di cui poco, pochissimo, si sapeva. Riboud fotografa la città proibita, le campagne, le folle a Shanghaï, gli operai delle grandi fabbriche. Ci tornerà diverse volte, nel corso degli anni, raccogliendo un archivio straordinario che segue sviluppo e cambiamenti del paese.

Nel ’67 scatta invece quella fortunata fotografia che lo rende celebre in tutto il mondo, e che ancora oggi rimane un’icona degli anni ’60, del pacifismo e della cultura hippie: una ragazza di profilo che porge un fiore alle armi dei poliziotti, durante una manifestazione a Washington contro la guerra in Vietnam.

Manifestation de soutien au Vietnam – Chine 1965 © Fonds Marc Riboud au MNAAG

Anche all’osservatore meno attento non sfuggirebbe un dettaglio, che accomuna le numerose immagini del fotografo: molto raramente, o quasi mai, il paesaggio ritratto da Riboud è privo di esseri umani, o di una loro traccia evidente. Come se sentisse sempre il bisogno di misurare il mondo, di disegnarlo in funzione dell’uomo, di declinare ogni paesaggio a una sagoma di passaggio, a una silhouette lontana, semplicemente a dei corpi. Gli uomini sono il centro delle sue geometrie, il contatto tra il suo sguardo e il mondo circostante. Come se spesso quello che l’artista fotografava, forse inconsapevolmente, non fosse nient’altro che se stesso.

Passe de Khyber – Afghanistan 1956 © Fonds Marc Riboud au MNAA

Informazioni

Fino al 6 settembre 2021

Musée national des arts asiatiques Guimet

6, place d’Iéna, Paris

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