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Dipingo quello che sento. Monet a Milano, impressioni eterne

Claude Monet, Le Bassin aux Nymphéas Claude Monet, Le Bassin aux Nymphéas
Claude Monet, Londra. Il Parlamento. Riflesi sul Tamigi, 1905. Olio su tela, 81,5×92 cm cm © Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

“Dipingo quello che vedo, dipingo quello che ricordo e dipingo quello che sento”, per Monet l’arte era sensi e sentimento.

Nelle oltre 50 opere tutte provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi (in mostra al Palazzo Reale di Milano, fino al 30 gennaio 2022), possiamo ammirare le vedute europee (Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi ), la magia degli elementi naturali, la luce e le falesie di Étretat, Camille sulla spiaggia (Passeggiata vicino ad Argenteuil ), le ninfee amate fino all’ossessione e a cui dedicherà oltre 250 dipinti.

IMPRESSIONI E RIBELLIONI

L’en plein air, in realtà, non fu un’invenzione degli Impressionisti. Dipingere “sul motivo” era un’espressione già associata in genere ai paesaggisti. Il lemma deriva da motum, forma passiva del verbo latino moveo, che si traduce con muovere, spostare, attivare.
Il “motivo” è la causa e il risultato dell’azione ma anche l’effetto. Ben prima degli Impressionisti infatti era una pratica diffusa nel Seicento quando i maestri incoraggiavano gli allievi a dipingere fuori.
Per alcuni paesaggisti divenne un punto d’onore continuare a dipingere dal vero, in quanto ritenuto all’epoca una prova di grande maestria.

Claude Monet, Le Bassin aux Nymphéas
Claude Monet, Le Bassin aux Nymphéas

Nel tempo, nuovi sinonimi cominciarono ad essere usati per definire questa dinamica bidirezionale: pittura “dal vero”, “dal vivo”, “en plein air”. È la pittura di un motivo che passa da un’attenta osservazione della realtà al desiderio di cogliere un’atmosfera sulla base di sensazioni e sentimenti.
Immergersi nel paesaggio è dunque la soluzione ideale per riportare sulla tela tutte le impressioni.
Dalla fine dell’Ottocento diverse innovazioni tecniche facilitano la pittura en plein air, come il lancio sul mercato del tubetto in metallo che va a sostituire la vescica di maiale. Tutto influenza tutto: come il diffondersi del giallo di cadmio (cfr con “Il sentiero delle rose – Giardino di Giverny ) che regala una brillantezza mai vista, l’ideale per rendere l’illuminazione esterna anziché quella interna generalmente più scura.
L’obiettivo, dunque, diventa restituire sulla tela: “l’istantaneità, l’atmosfera soprattutto, la luce che si diffonde ovunque”. Nascono così le serie, come quella delle ninfee. Solo acqua e fiori e un’inquadratura sempre più stretta che arriva a escludere il resto: «Grazie all’acqua, Monet si è fatto pittore indiretto di tutto ciò che non si vede.» scrisse Paul Claudel.
Caricaturista, ritrattista, apprendista. Se Monet non fosse entrato in contrasto con Charles Gleyre (1806-1874) all’Ecole impériale des Beaux-arts di Parigi forse ci saremmo confrontati con una pagina diversa di storia dell’arte. Deciso ad arrivare all’essenza, abbandona il maestro che lo vorrebbe indirizzare verso l’idealizzazione. Lo seguiranno, non a caso, anche Frédéric Bazille, Auguste Renoir (1841- 1919) e Alfred Sisley (1839-1899) i futuri Impressionisti. Comincia anche così, con un atto di ribellione al sistema, la profonda amicizia che legherà Monet e Bazille. Nella primavera del 1863 il primo trascina il secondo a dipingere dal vero a Fontainebleau e poi sulla costa normanna, sotto l’egida del suo nuovo mentore: “Se sono diventato un pittore, lo devo a Eugène Boudin”.

Claude Monet, Lo stagno delle ninfee, 1917-1919 circa. Olio su tela, 130x120 cm © Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris
Claude Monet, Lo stagno delle ninfee, 1917-1919 circa. Olio su tela, 130×120 cm © Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

Dipingere la luce e il nulla
La pratica dell’en plein air s’intensifica sensibilmente quando Monet, acquistata la casa a Giverny con l’aiuto di Paul Durand-Ruel, riesce a limitare gli spostamenti dedicando tempo ed energie a ripetere a piacimento lo stesso motivo, focalizzandosi sulla ricerca delle sfumature e delle variazioni. Un’ulteriore svolta arriva con l’autorizzazione a scavare un bacino e a costruirvi sopra un ponticello. Nasce così il suo giardino acquatico che diverrà il soggetto quasi esclusivo della sua produzione. Svelare le metamorfosi della luce e rendere le sensazioni è il dogma.
Così sarà anche per il sofferto ritratto della cattedrale di Rouen cangiante al variare delle condizioni della luce e ripresa in più serie. Monet soffre, risponde alla frustrazione con la dedizione, ma allo scoppio della Prima guerra mondiale è un uomo anziano ed esausto, artisticamente compromesso dalla cataratta e provato dalla scomparsa di alcuni compagni di viaggio: Caillebotte, Morisot , Mallarmé, la seconda moglie Alice e il primogenito Jean. Il dolore è intrappolato su tela nelle vesti di un salice piangente del laghetto artificiale di Giverny. Proust chiosò che il vecchio pittore era riuscito a dipingere il nulla. Niente azzurrità, nuvole e fiori solo un tronco ricurvo e decadente.

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