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LA BUSSOLA DI AGO. I FLOP al cinema del 2021

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino, divide al cinema
È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, divide al cinema
È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino, divide al cinema

Si conferma ancora una volta che Cannes e Oscar spesso non garantiscono qualità al cinema. Deludono tanti grandi

– Ciao, eccomi.

– Puntualissimo. Grazie per aver accettato di parlare al telefono.

– Di niente. Anche io non me la sento di andare a infilarmi in un bar, di questi tempi.

– Di che cosa dobbiamo parlare, oggi?

– Della tua Top-Flop, non ti ricordi? I dieci peggiori film del 2021.

– Ma posso fare un’introduzione? Perché in fondo alla classifica ci sono le dieci fetecchie impresentabili, ma ci tengo a precisare che secondo me qualche altro titolo che tutti incensano, o dal quale ci si aspettava tutt’altro esito, a mio giudizio si è rivelato una delusione, e l’ho comunque inserito nella Lista dei No.

– Te l’ho detto: tu hai carta bianca. Puoi iniziare da dove vuoi.

– Credo che il tonfo più duro da incassare sia stato il nuovo film di Paolo Sorrentino.

È stata la mano di Dio? Sul serio? Ma se è quasi certo che entrerà nella cinquina degli Oscar! Chiunque, da Venezia, ne ha parlato come del più bel film italiano del Ventunesimo Secolo. O comunque del più bel film di Sorrentino…

– Niente di tutto questo. L’esatto contrario, semmai. Non il più brutto del secolo, ma sicuramente il suo meno riuscito. Non riesco a spiegarmi questo consenso planetario. E lo dico con dolore, perché a me lui è sempre piaciuto: anche ‘Youth’ o i due capitoli di ‘Loro’, che in parecchi rifiutarono.

– Trasecolo. Davvero. E cosa avrebbe che non va?

– È semplicemente brutto. Non per quel che racconta (i tragici fatti a tutti ormai ben noti), ma per la qualità sciatta e scadente della ‘rappresentazione’. Irriconoscibile come film ‘suo’, è sorprendentemente scarso nei momenti in cui dovrebbe trascinarti nella lava vulcanica di una città incendiata dal mito di Maradona. I ‘fellinismi’, che negli altri suoi film erano sempre delle interessanti rivisitazioni in chiave post-contemporanea del Maestro, qui sembrano goffi tentativi di imitazione di un dilettante. I differenti riti di iniziazione del ragazzino protagonista sono messi in scena come per andare volontariamente contro lo spettatore, sconfinando nel disgusto per l’anziana megera che lo introduce alle gioie del sesso; nel fastidio per quel regista invasato (dovrebbe essere Antonio Capuano) che verso la fine per venti minuti lo pungola gridandogli addosso discorsi da matto esaltato; o nel nulla, come in quell’irritante ‘tuff… tuff…’ dei motoscafi, che altro non è se non il vuoto pneumatico sul quale non puoi credibilmente fondare le basi di una personalità che vorresti spacciare per minimamente ‘interessante’. Stai parlando di te, cavolo (lo saprai, è un film autobiografico). Perché scegli di farti passare per il cretino che non sei? E quel finale, che sembra Tornatore? Il primo piano ebete del Monaciello scappucciato che saluta e sorride, e Pino Daniele in colonna sonora? Mi dispiace, sarò un aristocratico del gusto, ma con questi mezzucci a me non mi incanti. Anzi, mi fai pure uscire incazzato dal cinema…

– Accidenti. Bocciatura severissima. Lo abbiamo perso, dici?

– Chi, Sorrentino? Voglio sperare di no. Per quanto mi riguarda, non smetterò mai di volergli bene.

– Altre delusioni?

 

Spencer di Pablo Larraín, delude al cinema
Spencer di Pablo Larraín

Annette di Léos Carax è troppo pretestuoso per arrivare a toccarmi il cuore. Spencer di Pablo Larraín, che in vita sua ha fatto molto di meglio, è un ritratto di Lady D adatto per un album di figurine. La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, tanto strombazzato a Cannes, è un film Ikea, che progetta i sentimenti a tavolino, li impiallaccia e li monta su misura per un pubblico di basse pretese (pare che sia il candidato più probabile all’Oscar straniero, guarda caso); mi aspettavo grandi cose dal D’Annunzio de Il cattivo poeta, l’opera prima di Gianluca Jodice, forse intimidito dalla concessione di poter girare per la prima volta nel Vittoriale, drammaturgicamente molto, troppo scadente. Indigeribile il western di Jane Campion Il potere del cane, premiato a Venezia con un Leone e probabile Oscar per qualche categoria anche importante… Pare di vivere in un mondo sottosopra.

– Un affresco tragico, quasi. Fortuna che non siamo ancora arrivati ai peggiori 10…

– Sorvolo sull’esagerato Leone d’oro veneziano al modestissimo L’événément di Audrey Diwan (ma in tempi di MeToo ce la dobbiamo metter via), e inizio la discesa agli ìnferi della classifica.

– Aspetta. Mi accendo una sigaretta. Me la voglio godere.

The last duel di Ridley Scott: in teoria non avrei molto da dire, perché da opporre all’entusiasmo che ha scatenato in tanti spettatori giovanissimi, io non ho che la mia insensibilità verso questo Medioevo da ‘fiaba sporca’, dove però il fango, la guazza, il sangue e il sudore virile sono ingredienti calcolati col misurino di una ricetta da catena di ristorazione internazionale. Più in basso nella classifica ritroveremo Scott, con un titolo che potrai aver già facilmente indovinato. Prima però c’è La scuola cattolica, di Stefano Mordini, meglio noto come ‘il peggior regista italiano’: definizione che sicuramente non corrisponde a verità, ma va detto che lui non fa particolari sforzi per non meritarsela. I suoi fascistelli assassini della Roma degli anni ’70 sembrano provenire da Marte. Per ricostruire il post ‘68 non bastano i colletti delle camicie che spuntano dai pulloverini… Un altro Leone d’oro, quello di due Mostre fa, tra i primi a beneficiare dell’ondata di premi internazionali assegnati in base al sesso dei competitors – tant’è vero che a marzo si è beccato pure l’Oscar come miglior film – è il letale Nomadland di Chloè Zhao: un trionfo minimalista di vuoto e di noia spacciato per dolente denuncia sociale, ricattatorio come la cantilena di una mendicante che in metropolitana elenca disgrazie vere o presunte per racimolare qualche spicciolo.

 

Nomadland
Nomadland

– Stiamo scivolando verso le sabbie mobili…

– Come hai fatto a indovinare?

– Che cosa avrei indovinato?

– Le sabbie… Dune! Una palla di proporzioni monumentali, allestita da uno che non è mai stato capace di filmare nemmeno un tizio che apre una porta. Se Mordini è il peggiore degli italiani, Denis Villeneuve è senz’altro il più inerte e inutile dei registi del mondo, giudizio naturalmente proporzionato ai budget milionari che ormai si ritrova a gestire, beato lui. Un film neanche grigio: direi ‘bianco sporco’, che il tempo lava via dalla memoria con una fretta sospetta. Eppure c’è chi attende con trepidazione adolescenziale il prossimo episodio già in cantiere…

– Se ti conosco, adesso dovremmo essere dalle parti di House of Gucci

– Perspicace. Ma che gli vuoi dire a un film simile? Mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa. Approfitto però per sottolineare la mia storica diffidenza nei confronti di un regista come Ridley Scott, da taluni ritenuto un grande per alcuni titoli datati la notte dei tempi (a me non piacciono neppure quelli, ma è un problema mio), che con prodotti del genere si dimostra un mestierante occasionale, estraneo a qualsiasi idea di cinema che io possa contemplare nella mia cerchia d’interesse. Passiamo oltre.

– Siamo alla cinquina finale.

– Dobbiamo proprio? Sei sicuro?

– A questo punto diventa un obbligo morale.

– Mettere in guardia i lettori? Va bene. Un servizio sociale, insomma. Mi hai convinto. Quintultimo, dunque! Un italiano. Andrea De Sica, nipote del grande Vittorio. Arrivato al suo secondo lungometraggio, ha scelto fin dal precedente la strada dell’Horror, che in Italia ha conosciuto fasti marginali ma gloriosi grazie a gente tipo Mario Bava o Lucio Fulci. Andrea è un ragazzo intelligente e volenteroso, ma ho paura che si ritrovi a far cinema più per facilitazioni familiari che per reale fuoco sacro. Questo suo Non mi uccidere è imbarazzante. È il trionfo del ‘Vorrei-ma-non-lo-so-fare-perché-nessuno-mi-ha-insegnato-a-farlo-mentre-credevo-di-esserne-capace’. Ai miei tempi non avrebbe superato indenne una proiezione al cinema parrocchiale dopo il catechismo senza scatenare fischi fin dalle primissime inquadrature. Andrea è un amico, perciò non intendo infierire oltre, e vorrei consigliargli quantomeno di cambiare genere. Ma in Italia chi ti approva lo trovi sempre, quando hai un cognome importante, e finché non te ne accorgi da te bene o male riesci a barcamenarti se sei giovane e piacente. A scapito del cinema, però. E del tuo talento. Staremo a vedere.

– Meno quattro.

 

Promising Young Woman
Promising Young Woman

– Al quartultimo posto ho relegato il film che, unico in questo lungo e travagliatissimo anno, mi ha fatto desiderare di metter mano alla pistola: Promising Young Woman, di una regista il cui nome ho volutamente cancellato dalla memoria. Ha naturalmente vinto un Oscar (per la sceneggiatura, credo) ed è la peggiore invettiva contro i maschi che il cinema conosca, firmata da una delle protagoniste femminili più sgradevoli e partigiane mai apparse sullo schermo. Moralmente ambiguo, il film è un attacco sferrato all’essere maschio, qualunque sia la tua statura morale. Sei maschio? Dunque sei colpevole, fai schifo e ribrezzo, perciò sono autorizzata a farti fuori fisicamente. Sì, anche tu che dopotutto sei stato carino e gentile, ma sei maschio, non puoi farci niente, perciò ti devo fare fuori comunque… Ora, la Storia ha conosciuto guerre, carestie, epidemie e catastrofi naturali: tutto, prima o poi, è passato. Io aspetterò pazientemente seduto sulla riva che anche questo vento ostico e incattivito smetta di soffiare.

– E siamo al Podio. Le ultime tre posizioni.

– Vorrei finire in fretta. A parlare di brutture mi si rovina l’umore. I prossimi due titoli, poi, esigerebbero espressamente il risarcimento del prezzo del biglietto all’uscita del cinema. Erano in concorso a Venezia, perciò li ho visti in sala, e da una sala, sarà forse una remora infantile che mi porto dentro da che andavo ancora a messa la domenica, non si esce prima della fine del film. America Latina, dei Fratelli D’Innocenzo, merita di essere liquidato con il medesimo disprezzo che ostenta verso lo spettatore, imponendogli un cinema crudele, urticante, tagliente come schegge di vetro frantumato, pericoloso da maneggiare e da conservare in memoria per quel senso di malattia velenosa che è in grado di instillare nel cervello e nell’anima. Non che non mi interessi il male di vivere, né che preferisca evitare di affrontare faccia a faccia il doloroso peso dell’esistenza. Ma i fratellini si compiacciono di calcare troppo la mano e vorrebbero farci credere che l’America, quella dei serial killer e della demoniaca follia omicida che il cinema e le serie tv ci raccontano dagli anni ’70 in qua, si trovi para para dalle parti di Latina, nell’Agro Pontino. Ma fin qui potremmo anche dargli retta e far finta di crederci. Se non fosse che il loro cinema trasuda cattiveria, fastidio, bruttura, mascherati da movimenti di macchina che vorrebbero aderire a un’idea estetica di rarefatta contemporaneità tra Lynch e Winding-Refn, con un effetto che finisce col risultare irrimediabilmente ‘de noantri’. Ma dagli autori dell’altrettanto repellente ‘Favolacce’ c’era da aspettarselo. Quella che invece è stata una ferita profonda che mai si rimarginerà è il tradimento di Gabriele Mainetti, che dopo il clamoroso successo di ‘Lo chiamavano Jeeg Robot’ sembrava avere in mano tutte le carte in regola per svecchiare e rivoluzionare sul serio il Cinema Italiano arenato tra le fiction e i film di Paolo Genovese: il suo Freaks Out è un chiassoso e caotico baraccone alla deriva, stilisticamente confuso e inutilmente barocco, che cancella il piacevole ricordo della grazia dirompente e dell’irriverente ironia del film precedente. Né gli giova trattare tragici eventi storici come la Guerra Mondiale, il Nazismo e la Shoah con l’irrispettosa leggerezza di chi ha appreso la Storia non dai libri ma dai Videogiochi. La delusione più dolorosa dell’annata.

– Che disastro. Mi accendo un’altra sigaretta, e aspetto l’ultimo in classifica: qual è il peggior film del 2021?

 

Titane Julia Ducournau
Titane, di Julia Ducournau

– Un film che semplicemente non avrebbe dovuto vincere nessun premio. La Palma d’oro a Cannes gli ha invece regalato una visibilità che mai avrebbe potuto sognarsi, sicché alla fine lo hanno visto in parecchi, incuriositi da tanta attenzione mediatica: Titane, di Julia Ducournau. È il film più orrendo dell’anno, forse anche del decennio, che ne so. Fatto sta che non ho voglia di sprecarci altre parole. ‘Ma perché?’ chiederai. Védilo, e te ne renderai conto da solo. Non ho voglia di trovare parole più eloquenti del gesto di averlo messo all’ultimo posto in classifica. Ma ti avverto: se lo vedi e a te piace, come è piaciuto a Spike Lee e alla giuria di Cannes, ciò non toglie che sia e resti il più brutto film del 2021. Mi sono spiegato?

– Più chiaro di così… Grazie, buon anno e alla prossima Bussola.

– Quando vuoi, caro. Buona fine e buon principio.

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