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Il primo graffitista. Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Una grande mostra che rende merito al ruolo e alle vaste influenze esercitate da Dubuffet nell’arte europea e americana

A chi, come molti di coloro che seguono queste pagine, sia appassionato d’arte, è capitato più volte di vedere opere di importanti artisti, e di farsi una propria opinione su queste. Opinione che certamente può essere raffinata, strutturata, ampliata vedendo molte opere di uno stesso artista, riunite in una mostra. Ma ci sono esposizioni che per scientificità nell’approccio, per completezza nell’analisi del personaggio e della sua opera, per ricchezza, anche documentaria, riescono a innescare riflessioni che a volte sorprendono noi stessi. Facendoci vedere l’artista sotto chiavi prima non focalizzate. E dandoci lucidità nel proiettarne l’opera in contesti più ampi, in prospettive storiche più complesse.

 

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

È questo il pregio – lo abbiamo sottolineato più volte – delle grandi mostre programmate dal Guggenheim Museum di Bilbao. E lo è, spiccatamente, di Jean Dubuffet: fervente celebrazione, esposizione visibile fino al prossimo 22 agosto. Molti, come chi scrive, hanno certamente potuto vedere opere del grande artista e grande innovatore, protagonista assoluto negli sviluppi della sfera creativa visuale e “letteraria” nella delicata ripresa del secondo dopoguerra. Ma raramente è capitato di riuscire a soffermarsi sul reale, deflagrante impatto della sua figura nelle dinamiche artistiche globali. Anche per la sua dichiarata, ricercata ripulsa verso qualsivoglia gruppo, movimento, o tentativo di inquadrarne criticamente le istanze.

 

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Ripartire da zero

La visita di questa mostra induce quindi a vedere con spirito libero la grandezza di una figura finora osservata come quella di un bizzarro fuori dagli schemi. Pieno di energia, ma in fondo isolato nelle sue magari stimolanti “provocazioni”. E invece no. Intanto, dobbiamo accantonare la superficialità e prendere atto della forza “primigenia” delle forsennate ricerche di Dubuffet. Necessaria, in un momento storico in cui si trattava di recuperare un qualsiasi filo dagli sconvolgimenti bellici. E lui sceglie di ripartire da zero: ripartire dalla materia, la calce, il cemento, la sabbia, poi sassi, terra, metallo. E ripartire da nuovi concetti di bellezza, quasi preculturali, che ignorano il vaglio storico e critico. L’arte dei bambini, l’arte degli alienati, certamente disorganica, ma altrettanto certamente pura, sincera, vitale.

 

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Dubuffet ne fa tema da rovesciare su una scena ufficiale ancora disorientata, da lui sempre guardata lateralmente. E lo fa con la decisione di chi sa di poter dire qualcosa di diverso, e quindi di progressivo: ed ecco emergere la sua spiccata Kunstwollen. Qui siamo ancora agli anni ’50, l’artista è sempre più convinto “che i meccanismi della cultura convenzionale siano moribondi, asfissianti, e debbano essere abbandonati”, come sintetizza David Max Horowitz, curatore della mostra spagnola. Lo fa con temi e medium certamente inusitati, con ritratti che sublimano in paesaggi, con figure che si dissolvono in sequenze grafiche. Ma ancora per certi versi sincroni a un clima europeo instradato in un cupo informale.

 

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Piccole forme autogenerative interconnesse

Con gli anni Sessanta, e con il fondamentale ciclo Hourloupe, arriva una rivoluzione. I cui aspetti cromatici, l’irrompere di rosso, blu, bianco, si sbaglierebbe ad affiancare alla nascente Pop Art. Le fitte trame intrecciate, le “piccole forme autogenerative interconnesse”, come avrà a definirle Keith Haring, sono segni seriali che semmai ripropongono in nuovi contesti stilemi da pittura rupestre, quelle istanze primigenie senza tempo. Sono le nuove impronte della Grotta delle Mani Dipinte, in Patagonia.

 

Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao
Jean Dubuffet al Guggenheim di Bilbao

Ma gli anni Sessanta segnano anche la presenza organica di Dubuffet negli Stati Uniti. E questo ci da il la per esporre nuove categorie di riflessioni innescate da questa mostra. Ovvero l’impatto, mai adeguatamente considerato, di alcuni artisti europei sugli sviluppi delle dinamiche creative americane. Che fino al dopoguerra vedevano come punte massime il tonalismo magico di Edward Hopper, o il Regionalismo di Grant Wood, peraltro ampiamente abbeveratisi in lunghi soggiorni europei. Lo scatto virtuoso, che poi sfocerà nelle grandi stagioni del New Dada e dell’Espressionismo Astratto, arriva grazie alle istanze surrealiste importate con l’arrivo di molti artisti in fuga dal nazismo, di figure mai abbastanza riconosciute in questo come Arshile Gorky e massimamente Sebastian Matta.

 

Jean Dubuffet
Jean Dubuffet

Per altri versi, e ne prendiamo pienamente coscienza grazie all’occasione di questa straordinaria esposizione, sarà fondamentale la presenza negli USA di Dubuffet. “Ho passato molto tempo in biblioteca e mi sono imbattuto in Dubuffet. Sono rimasto sorpreso da quanto le sue immagini fossero simili alle mie, anche io stavo creando queste piccole forme astratte”, ricorda il citato Keith Haring in un’intervista di fine alle Settanta. “Nella sua opera mi colpì profondamente questo flusso da mente a corpo”. Ecco: è ora di riconoscere in Dubuffet l’inequivocabile anticipatore di Haring, di Basquiat, di quella che sarà la futura Street Art. Variante di quei graffiti che dalle grotte della Patagonia arriveranno sui muri e sui tram di New York…

https://www.guggenheim-bilbao.eus

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