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Landscape for Holidays. Un progetto artistico che riflette sul rapporto tra turismo e i territori costieri

Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni
Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni
Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo – Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni

Assume There’s a Landscape (ATAL)collettivo formato da Joseph Rigo, Francesca Calvelli, Michele Porcelluzzi, Pietro Nobili, Lucia Croci Candiani – ha presentato il suo secondo progetto estivo intitolato Landscapes for holidays, curato da Federico Godino e Ilaria Brianti: una mostra fotografica sviluppata presso il Castello di San Terenzo. Al termine della stagione estiva, otto ricerche fotografiche di designer, artisti e architetti e un’installazione site specific del collettivo ATAL hanno riflettuto sul rapporto tra il turismo balneare e i territori costieri, indagando le implicazioni del paesaggio come bene di consumo.

Abbiamo dialogato con i curatori e gli organizzatori del gruppo ATAL per scoprire la mostra e affrontare i temi che stanno dietro al progetto.

Partiamo dalla fine; la mostra è terminata, cosa credete abbia funzionato, e cosa no?

Federico Godino: É stato un buon fallimento. Un fallimento nel creare un rapporto profondo col territorio perché per il resto la mostra è stata inaugurata in tempo, le opere erano di grande qualità, nessuno si è fatto male. Però anche noi ci siamo trovati ad alimentare il sistema del turismo che abbiamo indagato e criticato, fermandoci poco sul luogo e non riuscendo a trovare sinergie con la Pro Loco e il comune. Non fraintendermi, un fallimento era probabilmente l’output più auspicabile che potessimo sperare per questo progetto. Emile Cioran vedeva nella narrazione del fallimento di un essere umano un contenuto più ricco che non nella retorica del suo successo; penso sia così anche per una mostra, soprattutto se questa parte da un gruppo di ricerca e non da un’istituzione. Landscapes for Holidays è stato pensato come esplorazione di un tema aperto sul quale noi, come organizzatori, avevamo molto più da ascoltare che da dire. Gli artisti coinvolti avevano molto da dire e lo hanno fatto con grande efficacia e così anche gli ospiti del talk introduttivo.

Il fallimento è anche la dimensione psicologica del paesaggio nel quale lavoravamo. La provincia balneare vive di una tensione irrisolta con modelli abitativi e culturali inattuali o alloctoni. È emerso bene con l’intervento di NASSA all’inaugurazione che ha investito un pubblico in prevalenza milanese (un fail anche questo in parte) – abituato a una comunicazione sotto steroidi nel circuito dell’arte – con il racconto del fallimento di anni di lavoro e strategie per l’attivazione culturale nel levante ligure. In molti sono rimasti spiazzati. I liguri poi amano lamentarsi (punto in comune con Cioran) e io non faccio eccezione, quindi ho apprezzato questo aspetto.

Ilaria Brianti: Si, potrebbe sembrare un successo grazie alla qualità dei lavori esposti, ai contributi degli ospiti del talk e alla numerosa partecipazione del pubblico. Se si analizzano questi elementi più da vicino però concordo con l’interpretazione della mostra come un fallimento, che Federico ha delineato benissimo nelle sue diverse sfaccettature, non per forza negative, anzi. Il tema stesso e alcuni temi emersi erano portatori di un insuccesso, a dimostrazione di quanto il turismo predatorio sia una questione tangibile e non sufficientemente presa in considerazione, e per questo si sono rivelati ottimi interrogativi. Ciò in cui sicuramente speravamo di più era un contatto con le realtà locali, a partire dalla Pro Loco, non solo in termini organizzativi, ma anche emotivi, se vogliamo: una condivisione di ideali, di intenti, di informazioni avrebbero potuto dare luce a ulteriori spunti di riflessione.

San Terenzo è una frazione di poche migliaia di abitanti, come è stata percepita la vostra presenza?

Ilaria Brianti: San Terenzo è una piccola frazione, ma come lo stesso progetto racconta, è anche un luogo ormai abituato a ricevere un grande bacino di persone. Se da una parte questo aspetto non lo spaventa più, prova ancora scetticismo e sorpresa nei confronti di un tipo di evento come il nostro, soprattutto se organizzato da persone esterne al luogo; forse perché vi è l’abitudine di pensare che non possa riscuotere successo tra turisti che arrivano a San Terenzo per l’attività balneare, pesca, etc. A eccezione dell’entusiasmo del Direttore del Museo del Castello di San Terenzo, Massimo Dadà, non è stato facile collaborare con le istituzioni pubbliche, forse per una mancanza di abitudine a realizzare questo tipo di progetto e a vincoli burocratici che sfiduciano l’iniziativa dal basso. Se non avvicinate, le persone erano diffidenti, ma non appena spiegato loro il tema della mostra la curiosità c’era, eccome, perché è un fenomeno che li tocca da vicino e sul quale avrebbero molto da dire. Ed è qui che vedo, a mio parere, ancora un legame di fondo al territorio, alle sue origini e al suo futuro.  Un’ultima speranza di vederlo luogo vero e non solo attivo in funzione del turismo.

Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni
Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo – Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni

Il turismo è uno dei grandi temi che attraversa l’Italia da Nord a Sud, spesso con discorsi che mi sembrano identici. Quali sono i punti di debolezza del discorso pubblico secondo voi?

Lucia Croci Candiani: Il turismo, così com’è, è un settore che aggiunge poco o nulla allo sviluppo del territorio, si limita a sfruttarne le ricchezze paesaggistiche e artistiche.

Mi sembra che in Italia ci sia un atteggiamento un po’ schizofrenico verso il patrimonio culturale. Passato e paesaggio sono considerati spesso immodificabili e quasi sacralizzati, e allo stesso tempo non ci si fa scrupoli a mercificarli e snaturarli.

Penso che sia sbagliato vedere il patrimonio culturale solo come un’eredità immutabile, e che sia necessario intenderlo come qualcosa che va arricchito in continuazione sia con nuove letture di ciò che già c’è, sia con la creazione di nuovi contenuti, evitando una vuota museificazione. Il turismo è sicuramente importante ma dovrebbe essere uno strumento che offre i mezzi per fruire del patrimonio culturale e paesaggistico di un paese, che non può essere visto solo come mera attrazione.

Michele Porcelluzzi: Il principale punto di debolezza è la credenza, diffusasi in Italia a partire dal secondo Dopoguerra, che il turismo sia una grande risorsa senza alcun tipo di perdita per i luoghi coinvolti. Le amministrazioni locali – con le dovute eccezioni – sostengono le iniziative private di imprenditori e concessionari al fine di aumentare il numero di turisti nei territori con l’obiettivo di aumentare l’introito delle attività del luogo. Ciò, tuttavia, ha spesso un pesante ritorno in termini ambientali (si pensi alle condizioni della Spiaggia di Budelli, in Sardegna, prima del divieto di accesso) ed economici (come testimonia la diffusione incontrollata di AirBnB in numerosi centri storici italiani). Il discorso pubblico non dovrebbe puntare all’intensificazione dei flussi turistici ma piuttosto alla loro corretta regolamentazione con l’obiettivo di un maggior livello di sostenibilità economica e sociale per i territori interessati.

Il rapporto tra turismo tossico e contesto l’ho vissuto in prima persona, abitando a Venezia per due anni. Come si ricostruisce secondo voi un rapporto sano tra le persone e i paesaggi?

Ilaria Brianti: È un tema molto ampio, fondamentalmente lo vedo come un rapporto che per sua natura non può essere in perfetto equilibrio. Apparteniamo a una generazione per cui viaggiare è qualcosa che si dà per scontato. Si viaggia per lavoro, per noia: i luoghi in cui abitiamo non ci bastano più o forse nemmeno ci piacciono. In questo momento, mi sento piuttosto sfiduciata nei confronti di questo tema poiché non riesco a pensare a una soluzione possibile se non riappropriarci di una mentalità che non vede il paesaggio al pari di qualsiasi altra merce in vendita, ma bensì come che un luogo in cui essere, che in quanto nuovo e altro mette alla prova corpo e mente.

Michele Porcelluzzi: Una possibile via per ri-equilibrare il rapporto tra i territori e i loro fruitori è quella di pensare a forme alternative di turismo. Attraverso progetti culturali di vario genere – che dovrebbero essere promossi non solo dalle amministrazioni ma anche da associazioni di cittadini locali – si dovrebbero dare pari opportunità di beneficiare delle qualità dei luoghi ai visitatori e alla gente del luogo. Questo significa che le due sfere (quella dei turisti e quella di chi abita permanentemente nei territori coinvolti) devono idealmente smettere di essere distinte e separate, in modo che i turisti possano comprendere in modo più approfondito le qualità di un luogo. Intersecando maggiormente questi due mondi, è possibile pensare a un turismo maggiormente sostenibile e meno dannoso per i territori.

Come è stato il processo di selezione degli artisti coinvolti?

Federico Godino: In parte Ilaria e io avevamo già in mente chi contattare quando abbiamo iniziato con l’organizzazione. Il focus della ricerca era già molto chiaro: la provincia balneare italiana. Confrontandoci con gli altri ragazzi e ragazze che hanno lavorato all’organizzazione abbiamo trovato nuovi profili adatti alla mostra. Siamo accomunati da una sincera passione per gli studi sul paesaggio, nel nostro radar abbiamo tante persone che sviluppano ricerche in quest’ambito. Quello che abbiamo cercato di fare è stato dare spazio a lavori sviluppati con tempi estremamente lenti: progetti in corso di sviluppo come quello di Mattia Tettoni sull’Aurelia o sintesi di processi più lunghi come quello di Porcelluzzi su Monestiroli.

Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni
Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo – Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni

Che obiettivi vi eravate posti all’inizio? Come si sono evoluti durante il progetto?

Francesca Calvelli: L’idea di una mostra (così come il concept del gruppo ATAL) è nata dalla volontà e dall’occasione di raccontare un progetto nel proprio sito, cercando di aprire una riflessione tra la sfera speculativa del progetto e la specificità contingente del luogo. Si è creata l’occasione di una mostra e la si è posta come opportunità per scambiarsi idee, punti di vista e interpretazioni sul paesaggio inteso nella vastità dei suoi significati. Più che darci obiettivi forse ci siamo dati l’opportunità di generare un frame entro il quale tante riflessioni potessero essere raccolte in modo da provare a comprendere la complessità e individuare delle chiavi di lettura del paesaggio e del territorio. L’inizio è stata praticamente una cosa tra amici e in un luogo che alcuni di noi conoscevano molto bene, ed è stato bello raccogliere tanti contributi perché ci ha dimostrato che molti di noi si pongono le stesse domande e cercano di affrontare gli stessi temi,  in modi anche molto vari. In più questo kick off ha permesso all’occasione iniziale di moltiplicarsi e con la seconda edizione, oltre ad aver indagato e imparato a conoscere un luogo nuovo, la partecipazione è stata ancora più varia e molto più estesa, sia rispetto alle voci che hanno partecipato sia per quanto riguarda l’interesse che ha suscitato e la fruizione delle attività che sono state organizzate.

Federico Godino: Aggiungerei che all’inizio i riferimenti culturali di Landscapes for Holidays erano ambiziosi per quanto riguarda la concezione del rapporto tra l’evento culturale e il suo pubblico. Guardavamo a esperienze come Tutto, evento-performance organizzato da Matilde Cassani a Manifesta 12 a Palermo, ma anche ai piccoli festival di arte e musica che si attivano nel periodo estivo sul territorio italiano, e al lavoro di gruppi come La Rivoluzione delle Seppie. Manifesta era il maggior riferimento curatoriale anche perché ero fresco ed entusiasta dell’esperienza di Pristina. Con lo svilupparsi del progetto ci siamo accorti che questo taglio avrebbe richiesto molto più tempo e un lavoro molto più lungo di relazione con il territorio e il nostro fare ha preso un’altra direzione. Il lato positivo è stato che interpretando l’evento molto più come una mostra che come una performance abbiamo dato grande spazio al lavoro degli artisti che hanno sviluppato o ampliato i loro progetti fotografici apposta per l’occasione creando dei contenuti inediti di grande spessore, soprattutto se guardati uno a fianco all’altro.

Per quanto riguarda le conferenze degli esperti, che temi sono emersi nel confronto tra specialisti e pubblico?

Ilaria Brianti: Come accennato prima, ho percepito una certa sensibilità al tema del territorio e alla gestione del turismo, ma in questo caso sarebbe potuto emergere di più dal pubblico. Nonostante i contributi dei nostri ospiti fossero diversificati e tutti ugualmente forti e concreti, credo non vi sia ancora la convinzione che è grazie a questi piccoli momenti di confronto e dialogo che nascono i cambiamenti.

Federico Godino: Come sempre è difficile instaurare un dialogo, l’unico che aveva davvero voglia di parlare tra il pubblico era Edoardo Tresoldi, che è anche lui un esperto, in un certo senso. Però gli ospiti hanno dato un contributo importante, dall’inquadramento accademico del tema di Beatrice Moretti, al racconto di esperienze tutto sommato non dissimili dalla nostra come quelle di Carlotta Franco con Eterotopia e di Ghetti-Piovene con i workshop sulla cultura balneare. Penso che senza questo momento il concept e il valore della mostra non sarebbe stato altrettanto chiaro.  Tutti gli interventi, spontaneamente, hanno sollevato un senso di irresolutezza del rapporto tra turismo e territori costieri che è anche il miglior risultato dell’esperienza di Landscapes For Holidays.

Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo - Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni
Landscape For Holidays, 2022, Castello di San Terenzo – Courtesy ATAL, ph Filippo Elgorni

Una cosa che mi ha colpito del vostro progetto è la decentralizzazione. Assume There’s a Landscape punta i riflettori su una zona che non è Milano, Torino o Roma. Perché è importante che l’arte esca dal suo circuito più istituzionale?

Ilaria Brianti: L’arte è qualcosa che l’umano crea da tempo immemore, è una componente intrinseca della nostra natura e credo che le nostre vite non debbano perdere il rapporto con una dimensione creativa, piuttosto mantenere perlomeno un rapporto di prossimità con l’arte. Questo può avvenire con istituzioni maggiormente diffuse sul territorio, non solo concentrate nelle nostre grandi città, e soprattutto con iniziative artistiche e culturali. L’arte è in grado di restituire qualcosa senza chiedere nulla in cambio, anzi favorisce uno scambio. Opere, nella loro ricerca, forma, materiali, a contatto con luoghi maggiormente connotati rispetto a quelli di un’istituzione possono generare nuovi esiti e significati, e al contempo sono uno strumento di conoscenza e consapevolezza del nostro presente, che il maggior numero di persone dovrebbe avere a disposizione.

Joseph Rigo: È vero che negli ultimi anni, catalizzato forse anche dalla pausa temporanea della vita cittadina dovuta alla pandemia, il tema dell’extra urbano ha rivestito un ruolo centrale nel dibattito architettonico e urbanistico. È interessante notare come questo sguardo sia in effetti “decentralizzante”: non si tratta di una speculazione sull’extra urbano come moto centrifugo, che pur discostandosene continua a fare della città il proprio centro. Ciò che ci interessa in questo lavoro è, al contrario, partire dai luoghi specifici, costruire sinergie con essi e induttivamente desumere temi generali dal particolare. L’operazione di Assume There’s a Landscape ambisce a non essere decentralizzata, diremmo anzi che il progetto si centra completamente rispetto all’oggetto di indagine: quello che proviamo a fare è muoverci fra i territori extra urbani, sia fisicamente sia a livello di temi affrontati. Il progetto ha continuità annuale scandita dalla successione delle stagioni: nella stagione calda ha luogo – in un posto ogni anno diverso e scelto ad hoc – un evento fisico (ed è quanto successo a San Terenzo) con il quale una serie di riflessioni vengono esposte tramite il lavoro di diverse persone; nella stagione fredda, quando tutti tristemente dobbiamo tornare nelle città in cui viviamo, quanto è stato messo sul tavolo in estate viene ripreso e proposto sotto altre forme, coinvolgendo anche altre figure con l’obiettivo di ampliare il discorso. Questa operazione invernale viene fatta invece in città, principalmente a Milano, usandola come luogo d’incontro e dibattito.

Che progetti avete per il futuro?

Pietro Nobili Vitelleschi: Inizia il freddo, perciò inizieremo a pensare a come restituire l’esperienza estiva. In particolare ci ha molto divertiti un leftover delle varie prove fatte per l’allestimento sulla terrazza più piccola del castello di San Terenzo: riflettendo sul tema dell’artificialità del paesaggio costiero italiano abbiamo simulato un suolo sabbioso stampando una fotografia ravvicinata di impronte su una spiaggia. Provando a capire quale fosse il supporto migliore si è generato un telo mare sable sur sable e non ci dispiacerebbe farne una coperta che ci tenga al caldo in questi mesi. In parallelo inizieremo a lavorare per l’estate di ATAL23: abbiamo qualche idea e qualche proposta. Ci siamo resi conto che organizzando le edizioni ‘21 e ‘22 ci sono stati scambi molto belli e interessanti, e già questo possiamo considerarlo come un obiettivo raggiunto che ci auguriamo e immaginiamo non si esaurisca, e continui a innescare circoli virtuosi nell’apprendere sul e dal territorio.

Questo contenuto è stato realizzato da Marco Bianchessi per Forme Uniche.

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