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Jan Fabre arricchisce Napoli con due nuove opere permanenti

Jan Fabre, Per Eusebia (particolare), 2022, Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, © Archivio dell’Arte, ph.Luciano e Marco Pedicini
Fortemente attratto dal folklore partenopeo e dalla cultura sacra in cui esso affonda, Jan Fabre torna a Napoli con due nuove opere realizzate appositamente per il Tesoro di San Gennaro e la Chiesa delle Anime, a spalancare una nuova visione color sangue-corallo

“Always defend beauty” è uno dei motti del celebre artista Jan Fabre (Anversa, 1958) che ha presentato le sue due nuove opere in corallo, incastonate ancora nella magnificenza del barocco napoletano. Il 2 marzo 2023 la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco hanno rivelato Per Eusebia e Il numero 85 (con ali d’angelo). Due splendide installazioni permanenti, realizzate grazie ai donatori Gianfranco D’Amato e Vincenzo Liverino. Le opere coralline fanno seguito alle quattro sculture vermiglie che dal 2019 già arricchiscono la cappella del Pio Monte della Misericordia.
Non è da tutti comunicare con ambienti parlanti e fortemente caratterizzati come lo sono i ricchi contesti nei quali Fabre ha potuto ancora una volta stupire, ma il fiammingo è fortemente attratto dal folklore partenopeo e dalla cultura sacra in cui esso affonda. La sua arte assorbe anche i più piccoli dettagli degli ambienti in cui si colloca, restituendone umori ed aura amplificati.

Jan Fabre, Il numero 85 (con ali d’angelo), 2022, Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco © Archivio dell’Arte ph: Luciano e Marco Pedicini
San Gennaro e i sangui della città

Nel contesto sontuoso del Duomo di Napoli, in una grande nicchia dell’Antisacrestia, all’interno della Cappella del Tesoro di San Gennaro, là dove un tempo si apriva una finestra, splende ora Per Eusebia, un’opera che Fabre sceglie di dedicare alla donna che per prima raccolse il sangue del santo dopo il martirio del 305 d. C. Un pannello musivo in corallo rosso del Mediterraneo, finemente cesellato narra la storia del Santo assumendone i suoi simboli: chiavi, ampolla, mitra.
Urbs sanguinum si legge nel corallo, la città dei sangui. Un’epigrafe di richiamo non soltanto alla storia di Gennaro, al quale il figlio di Fabre deve il nome, ma anche alle vicende tutte della Napoli cristiana, custode di infinite reliquie e alle peripezie che riguardano la Cappella stessa. Nel 1527 infatti, dopo gli scontri con gli angioini, l’eruzione vesuviana e la peste dilagante, la città si rivolse al santo, promettendogli, in presenza di un notaio, una sontuosa cappella all’interno del Duomo, in cambio della sua protezione.
E di sangue è tinta perfino la storia legata agli incarichi pittorici relativi alla cappella. Vi si avvicendarono dal Cavalier d’Arpino a José de Ribera. Da Guido Reni al Domenichino; questi ultimi però essendo emiliani e non locali furono aggrediti e allontanati dalla cabala di Napoli, un gruppo di pittori masnadieri locali. Reni fu ferito, Domenichino invece sembra che ne fu mortalmente avvelenato. Dalle nordiche Fiandre, Fabre s’inserisce nella scia di questi grandi maestri: tra quelli che Partenope accoglie, poiché la sua profonda devozione per Napoli lo rende suo eterno protetto.

Jan Fabre, Il numero 85 (con ali d’angelo) particolare, 2022, Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco © Archivio dell’Arte ph: Luciano e Marco Pedicini
Il numero 85 e le anime pezzentelle

Esiste un libro che dalle immagini dei sogni trae numeri sui quali scommettere al gioco. Si tratta della Smorfia napoletana, dove si legge che all’ottantacinque corrispondono ll’anime o priatorio, le anime del Purgatorio.
A quest’humus, tra cultura popolare e sacra, si rifà l’opera Il numero 85 (con l’ali d’angelo) di Fabre, che ha trovato la sua naturale dimora nel luogo forse più misterioso di Napoli, la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco.
Un gioiello seicentesco, sorto su un nodo cardine della chiesa controriformata: la cura delle anime pezzentelle, quelle anime che attendono una preghiera in suffragio per poter raggiungere il Paradiso. Nel suo ipogeo, tra il gotico e il surreale, è possibile percorrere corridoi sulle cui pareti si aprono nicchie e altarini con teschi, fiori, rosari, monete, fotografie, in un attualissimo dialogo con l’aldilà e con l’aldiqua del mondo.
Edicole devozionali che già dicono di un allaccio con l’arte contemporanea, poiché anche a uno sguardo distratto non sfuggirà che esse ricordano le scatole di Joseph Cornell, dove la caducità dei piccoli oggetti è impreziosita dal significato che li sovrasta.
Richiamandosi al Teschio Alato realizzato da Dionisio Lazzari nel 1669 per l’altare maggiore, l’opera di Fabre, collocata nella chiesa superiore, si compone di un teschio di corallo, da cui si dipartono due lunghe ali di cornicelli vermigli, sulla fronte il numero 85.
Le opere di Fabre disseminate nel centro antico della città creano una rete magica, un filo rosso che serve a capirne storia e cultura” spiega Francesca Almirante, curatrice del complesso museale della Chiesa in questione.
Il piglio visionario dell’artista fiammingo, non dimentico di Artaud, Cuvier e Bosch, induce ad una riflessione sul ciclo di vita, morte e ascensione.
“L’arte ha il potere di sintetizzare tutti gli elementi – afferma Melania Rossi, curatrice dell’evento – le forme del cornetto di corallo ricordano le fiamme, la terra, il vulcano, ma anche l’habitat marino e mostrano come la magnificenza del barocco si leghi al barocco contemporaneo”.

 

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