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Sei bella come il Tefaf a Maastricht

Marie-Victoire Lemoine, Giovanne donna che fa il formaggio, 1802 (Brun)

Tefaf 2023. Una sorta di storia d’amore a Maastricht

Tefaf 2022. Se Dio sta nei riccioli di limone, nei seni di perla e nei brividi della tela

Cascano i tulipani latte dal cielo e chiasma il seme da un’ostrica o un’ortensia dalla terra, sulla tela: è l’ora, è stata, di Tefaf a Maastricht, mentre si volteggiava tra Arco (Madrid) e le baguette in sospeso sulla bombette di Magritte che si bagnavano sul Tamigi appena sopra le minime stime (le aste di Londra). Sono nuvole di orchidee i petali di vapore che hanno sprazzato il centro fieristico olandese dal 9 al 14 marzo. Un anticipo di primavera sotto l’egida gelida dei cieli rigati di azzurro che premono sul Limburgo in attesa delle magnolie che lampeggiano a breve la Mosa. Una settimana (7 e 8 marzo di preview), e non più i canonici dieci giorni con il doppio weekend per la 37esima edizione della fiera che è ogni stagione la primavera, la fresia che coccola la giostra di meraviglie (a parte l’anonima noia del contemporaneo che vai a New York a vedertelo), senza retorica ma limpida constatazione di fatti, frattali, limoni, scampoli di campi, accrocchi di conchiglie e inganni degli occhi. Tutto puntigliosamente su tela, tavola, marmo e bronzo, ma anche su onice, cera, quarzo, scisto e alabastro, terracotta e basalto, e pure il velluto e il cristallo e questa molteplice metamorfosi della materia assecondata e sublimata che ne è matrice d’estasi e incanto. Tanto ne è l’assortimento delle arti. Alla fine, saltellando o fluttuando tra le soffici moquette di Tefaf, ci si sente come quella sorta di lattaia dipinta da Marie Victore Lemoine, la giovane che dice di fare il formaggio guardando persa nel sorriso pallido fuori dall’angolo, della tela, alle pareti, con qualche boccolo di lana partito e un altro miele spettinato, la camicetta semplice e sgualcita che corteggia il seno che avanza, i brividi a pelle che pare un nimbo che la cinge e la avvolge, ovunque, la mano che raccoglie la conchiglia ostrica di Venere e latte che incede e langue, i garofani (carnation inglese) sulla finestra sono sazi e viola, la veste rossa si poggia e stropiccia al ripiano, sappiamo come è andata a finire. La chiamarono anche Ebe, serviva nettare e ambrosia. Sulla terra fa il caglio, è una dea, o perlomeno una perla di latte dall’umida grazia. Tefaf che la espone è una nobile ancella. La principessa delle antichità -se per età diamo a Basel il titolo di regina sul Reno- catalizza l’umore di una città intera, ancor più di Basilea, Maastricht vive di Tefaf, respira l’aria antica e preziosa dei mercanti fiamminghi e olandesi che qua hanno da secoli le casette compresse a capanna, quelli che poi svernano d’estate a Knokke nell’argento del mare del nord che se non ci fossero conchiglie e amanti che si colgono e corteggiano a vicenda sulla costa di spuma in un andirivieni quasi orgasmico sarebbe un posto orribile e come si dice della pittura senza vita, piatto, grigio e non mercurio. Ci sono tutti in fiera, i 272 espositori da oltre 20 Paesi del mondo, i 7 mila anni di storia del claim di rito per marchiare d’aurea la kermesse, i migliaia di visitatori che nei primi due giorni di anteprima saturano i corridoi e gli stand armati di libri, lenti e lampade (di wood), ci sono le tante istituzioni americane e soprattutto i tantissimi drappelli di musei (300 direttori e più di 600 curatori censiti) europei che sentenziano e comprano la migliore arte antica e altissimo antiquariato sulla piazza. Ci sono le principesse blu di Miró che fanno spola con Londra, quelle delle serate snob a casa propria sono tra Marylebone a Mayfair in asta, qua si baciano le costellazioni solitarie mentre le stelle cadenti piangono e si toccano nel marmo di Vittorio Caradossi, tanto che alla fine non sono kitsch e si contorcono tutte nello spasimo. Spasmo e ansimo che ricama un capezzale di corallo siciliano barocco a fiocco e gli amanti che giocano a Tric Trac in un giardino di argilla cotta. Se le corolle cascano nei corridoi della fiera, i tulipani negli stand si ordinano nei Tulipière, le piramidi di porcellana che li spirano a fuori, a seconda delle prospettive, del periodo Kangxi prima di Delft, ma mille anni dopo la dinastia Tang che ha la sua Fatlady dalle gote enormi in un piano accanto. Per la fiera c’è la Frigia, anatolica, quella delle fiabe e del Re Mida, che sentenzia in una Stele il suo volere, prima di essere mangiata dalla Persia. Qui la volontà, finché è durata, è poesia, quasi sempre di mistica fattura. La ciotola d’argento cesellata, sassanide, la miniatura cosparsa di ranuncoli afghani e poemi, safavide, la terra che fu anche Gandhara e una specie di doriforo coi baffi e una stupa in miniatura a strati concentrici non lo scorda. Lapislazzuli e oro. Come i frammenti turchesi nel rame di un Bodhisattva tibetano del Quattrocento e una mappa blu del mondo in un cielo “insondabile” come recita il lirico titolo steso a ideogrammi. Nel Cinquecento veronese hanno pensato che l’universo fosse a cuore, e lo hanno rappresentato. Poi Matisse lo ha preso e ci ha fatto uno studio rampicante. Uno stello di foglie di cuori a pastello, riverbero di una Gloria del Mattino impressa a Nishiki-e da Hiroshige un secolo prima. Sarà mai che si posi una rosa di farfalle a gouache o una lacrima di sale su una rosa acquerellata, abbozzata come l’arcobaleno sulla Senna o accarezzata come il limone di Kalf che pensa alla sua conchiglia ad Amsterdam o la mela e la pera in giallo su un piatto di peltro eterno, di Zurbarán. La Spagna chiama i Paesi Bassi che senza fare la guerra riempiono gli stand di frutta nelle ceste sui tavoli tra le caraffe riflesse nei vetri che giocano coi metalli. Marchio timbro di Tefaf e di una regione intera, ma quest’anno i riccioli di limone non si concedono così facilmente fuori dall’asse dei tavoli. Anche le peonie bagnate latitano. Le fragoline sono più facili e vanno di moda, dopo gli anni di Adriaen Coorte, le piramidi del Louvre appena raccolte nel cesto di Chardin, questa volta è volta è il turno di van Hulsdonck a mettere la fragolina sulla torta del genius loci. De Jonckheere è stanco, e guarda i giovani farsi beffa del mito con un trittico di Pieter Coecke Van Aelst che fa invidia a mezza Maastricht. L’olio pare scivolare sulla porcellana, come in un breve cammeo di uva del Settecento uno stand più a lato. Dei tralci manco l’ombra se non fatti a croci in un capitello bizantino di marmo di Marmara, il cammeo letterale è di sardonica con pietre rare del Settecento che fanno l’aureola di Agrippa Postumo. La resa è l’avorio, un bianco passato nel tempo come il monaco carmelitano di Van Dyck o l’intaglio di carta ritratta nel velluto di uno pseudo principe francese, forse anglosassone. Il bianco su bianco è la ceramica di Faenza, la carpa di Lalanne è per sua natura dorata come il frontespizio del Corano intessuto nel Duecento. Il bronzo è nella superficie dell’acquasantiera in rilievo di Benzi e nelle figurine egizie di Bastet, e Horus, dio gatto e dio falco. Ci sono rilievi sacri del Nuovo Regno in basalto e tavolette di calcare profane del Vecchio Regno. Ci sono prologhi e prodromi cufi, tufi e sufi, giardini di terracotta che si arrampicano come presepi pensili della dinastia Qing, ci sono Giovanni Pisano e Pietro della Vecchia al loro meglio. Subleyras non è da meno, teatro di sposi di una santa nelle nubi ammantate di sabbia. Anche Bonazza si vede spesso e stramazza di picchi e schianti in un tavolo di legno di bosso e nel marmo stracciato dal vino di Bacco. Estasi e barocco. Ci sono pure i milioni spesi per una testina di contadina di Van Gogh e i milioni appesi alla parete (il Kandinsky di Landau ne vale 60), e le tantissime pittrici femminili – storiche, Artemisia (Gentileschi), Lavinia (Fontana), Leonor (Fini), Mary (Beale), Rosalba (Carriera), Giovanna (Garzoni), Michaelina (Wautier), Anne Seymour (Damer), Marguerite (Gérard), Margareta (De Heer), Marie-Victoire (Lemoine), quasi tutte definite da un capolavoro, manca all’appello solo Elisabeth-Louise (Vigée-Le Brun) fresca di record su carta a New York. C’è tanto, troppo, inutile, Ottocento, perché si fatica a trovare e occupare tutte le pareti di antico di livello. La fiera è ineffabile ma si sente, è il periodo, un po’ (di) stanca (tanti pezzi che girano girano e tornano, altri stand che si copiano e incollano negli anni, e la pittura che dall’asta si prende e alla fiera si dà, logico ma senza respiro post sala. L’aria fuori non ha scalfito le bandiere di narcisi che sventolano di solito in città, perché non c’erano, nemmeno uno stendardo, almeno a provare ad animare le vie tanto deliziose (in ghingheri per la Pasqua, piene di conigli e trenini di legno) quanto abbandonate dopo le 17.30 orario di chiusura generale. Interessante la scena da voyeur, di colore più che cultura, delle orde di galleristi che nelle giornate di vetting (il famigerato comitato di qualità che certifica attribuzioni e provenienze di tutte le opere esposte e fa la forza della fiera) vagavano come zombie all’angoscia (legittimamente, visto che per molti qua si fa la stagione e tutto l’anno si lavora per questo) di verdetti assegnati dalla fiera in piombata quarantena. Una falce peggio di quella della morte dicono. In altri articoli ci siamo occupati delle vendite, che essendo un evento per sua natura commerciale tutto fanno ma in questo caso più unico che raro possono (quasi) passare in secondo piano, almeno per i comuni mortali come quelli che raramente partecipano alle due giornate di preview dove scorrono le dame agghindate, i pargoli d’arte che si dilettano a fare gli storici e i fiumi di macarons, tartelette, mignonnette e per non essere troppo chic francesi anche i formaggini di plastica olandesi, quelli arancioni. Appunti brevi: la durata minore rimane un punto interrogativo, al calare di sipario (i prezzi in un modo o nell’altro non sono diminuiti e partecipare, solo per affittare lo stand, costa tra i 50 e i 150 mila euro) si sapranno le somme. La sezione Showcase (gallerie emergenti) è certamente uno (ma anche più) livello superiore a quella degli ultimi due anni. Una buona cosa il ritorno e l’arrivo di White Cube e Skarstedt per qualità trasversale e far diventare quest’anno il settore del Dopoguerra più numeroso di quello della pittura antica, che però è e rimane il pesce fuor d’acqua o il cavolo a merenda o il limone tinto da un acrilico con un coltello scialbo senza riverbero. Ma come ci raccontano: serve ad attirare folle di giovani nonché nuovi potenziali collezionisti, sarà mai che mettano la testa e gli occhi (più che le orecchie) dall’altra parte dove stanno i più anziani; la sezione nuova Focus (singole artista o tema curatoriale) è molto bella, vedi Bowman con le Porte dell’inferno di Rodin e Altomani con la zuccherosa porcellana orante di Sassoferrato. Non deludono i settori “main”: antico e antichità, quelli per cui qua si viene. Il cuore della fiera, il magnete d’amore che qua necessariamente ti deve portare se minimamente sei sfiorato da qualche sogno o soffio di sensi. E senso.

Cimerlino, Cosmografia universale, Verona, 1566 (Daniel Crouch)
Giovanna Garzoni, Natura morta, 1640-50 (Nicholas Hall)
Young Lovers Playing Tric Trac in a Garde, 1420 (Blumka)
Pagina di manoscritto Sutra con fiore sacro (Tenzing)
Jacob Van Hulsdonck, Natura morta con fragole, 1625 (Richard Green)
Miniatura con garofani e un poema mistico persiano safavide (Kevorkian)
Giovanni Pisano, Madonna con Bambino, 1313 (Julius Bohler)
Zurbaràn, Pera e mele, 1641 (Nicholas Hall)
Vittorio Caradossi, Stelle Cadenti, 1900 (Adrian Alan)
Giovanna Garzoni, Ritratto di una mela (Rob Smeets)
Giovanna Garzoni, Ritratto di una mela (Rob Smeets)
Bodhisttva Ksitigarbha, 14° secolo, Korea (Jacques Barrère)
Matisse, Studio di Cuori, 1944
Specchio etrusco del terzo secolo avanti Cristo (Cybele)
Margareta De Heer, Natura morta, 1655 (Porcini)
Cammeo, periodo giulio-claudio (Chenel)
Jacob Jordaens, Anziana con candela, 1620 (Caretto e Occhinegro)
Capezzale siciliano di corallo e argento, 1700 (Deborah Elvira)
Dettaglio da Pieter Coecke Van Aelst, Trittico: La Trasfigurazione di Cristo (Caretto e Occhinegro)
Hiroshige, Gloria del Mattino (Tanakaya)
Ciotola d’argento sassanide (Rupert Wace)
Francois-Xavier Vispré, Trompe l’oeil (Haboldt)
Tavola del Vecchio Regno (Ariadne)
Balthasar Permoser, Lamentation of Christ
Massimiliano Soldani Benzi, Acquasantiera
Corano, Marocco
Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzales (Rob Smeets)
Stupa, Gandhara, 2° secolo (Nies)
Pieter Pourbius, Sibilla (Adam Williams e Amells Konsthandel)
Charting the Unfanthomable Sky, 1826 (Daniel Crouch)
Brocca di ceramica ilkanide
Christiaen Van Pol, Natura morta con uva (Didier Aaron)
Ludwig Lange, Studio di cielo e arcobaleno (Stephen Ongpin)
Three Landscape Models, Kangxi period (Jorge Welsh)
Winslow Homer, Light Blue Sea, 1893 (Wildenstein)
Hendrick Soukens, Capriccio, 1701 (David Tunick)
Hendrick Goltzius, Jupiter and Juno, 161 (Trinity Fine Art)
Ringel D’Illzach, Mary Stuart, 1890 (Nicolas Bourriaud)
Pietro della Vecchia, Testa di Filosofo (Agnews)
Stele Frigia (Rupert Wace)

 

 

Bodhisattva Padmapani, Tibet, 15° secolo (Tenzing)
Simon Denis, Eruzione del Vesuvio, 1805 (Perrin)
Mercurio bifronte (Charles Ede)
Kandinsky, Murnau mit Kirche II, 1910 (Landau)
Giovanni Bonazza, Bacco (Antonacci Lapiccirella)
Van Gogh, Testa di paesana, 1884 (MS Rau)
Van Dyck, Monaco Carmelitano, 1618 (Dickinson)
Egyptian faience shabti for Hor-oudja (Charles Ede)
Bernardino Licinio, Giovane donna con specchio (Colnaghi)
Mirò, Femme revant de l’evasion, 1945 (Landau)
Artemisia Gentileschi, Maddalena penitente, 1625 (Robilant e Voena)
Jean Dampt, Raymondin e Melusine, 1894

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